home | noi | pubblicita | abbonamenti | rubriche | mailing list | archivio | link utili | lavora con noi | contatti

Giovedì, 15/11/2018 - 20:13

 
Menu
home
noi
video
pubblicita
abbonamenti
rubriche
mailing list
archivio
link utili
lavora con noi
contatti
Accesso Utente
Login Password
LOGIN>>

REGISTRATI!

Visualizza tutti i commenti   Scrivi il tuo commento   Invia articolo ad un amico   Stampa questo articolo
<<precedente indice successivo>>
Luglio-Agosto/2006 - Pubblicazioni
Caso Montesi
Quel cadavere sulla spiaggia
di Ettore Gerardi

Il giornalista Francesco Grignetti
rievoca la morte della giovane Wilma Montesi
avvenuta sul litorale romano di Torvaianica
nella primavera del 1953. Chiamati
in causa funzionari di Polizia, il figlio
del ministro Piccioni e un sedicente marchese


“Un giornalista che ripercorre una vicenda di cronaca, a cinquanta anni di distanza dai fatti, rispetto ai suoi predecessori, sa di avere un solo vantaggio: può andare a curiosare negli archivi della Polizia, che sono conservati all’Eur, a Roma. E lì, all’Archivio di Stato, ho trovato una funzionaria che si è appassionata con me alla storia di Wilma. Mi ha aiutato ad orientarmi negli indici. Alla fine, nel posto più impensato, e cioè fra tonnellate di autorizzazioni al porto d’armi, licenze per la vendita d’alcool e rinnovi del passaporto, sono saltati fuori due faldoni di carte dell’epoca.
Centinaia di fogli, rigorosamente con la stampigliatura “segreto”, nascosti sapientemente al posto sbagliato, che raccontano di come il ministero dell’Interno, ad un certo punto, perse la testa di fronte ad una inchiesta che non sapeva più troncare e sopire, sotto l’incalzare dei giornali e di un giudice che per la prima volta in Italia, aveva scoperto il gusto di procedere controcorrente...”
Così inizia la premessa che il giornalista Francesco Grignetti ha scritto per il suo libro “Il caso Montesi” (Marsilio ed. - pagg. 269 - euro 16).
Ma di quale “caso Montesi” parla Grignetti? Di un fatto di cronaca che, ai giorni nostri, durerebbe sui giornali non più di una settimana, ma che all’epoca - 53 anni addietro - suscitò una eco incredibile e vide chiamati in causa Capi della Polizia, questori e, soprattutto, il figlio dell’allora ministro democristiano Attilio Piccioni, Piero (musicista apprezzato, più noto con il nome d’arte Piero Morgan).
Wilma Montesi, poco più che ventenne, abitava con la famiglia in un bel palazzo (case popolari) in via Tagliamento 76, fra piazza Buenos Aires e piazza Verbano, nel quartiere Trieste. Famiglia piccolo borghese, dunque. La ragazza, l’11 aprile 1953, fu trovata cadavere sulla spiaggia di Torvaianica, a Roma. Nessuna ferita evidente, nessun testimone. La prima ipotesi fu “suicidio” che cadde però dopo pochi giorni. Poi l’altra risibile ipotesi del “pediluvio”: la ragazza, affetta da una forma di eczema ai piedi, si sarebbe recata sulla spiaggia romana per bagnarsi nell’acqua salmastra e lì sarebbe morta per cause naturali.
Questa versione tiene fino a quando la rivista “Attualità”, diretta da Silvano Muto, sostiene che la ragazza è morta durante un’orgia avvenuta nella tenuta di Capocotta, poco distante dal luogo del ritrovamento; Muto implica nell’episodio Piero Piccioni e il “marchese” Montagna. Scoppia così il “caso Montesi” il primo vero giallo della Repubblica, con conseguenze politiche (le dimissioni di Attilio Piccioni) anche in assenza di prove, ma solo per le dichiarazioni di due personaggi controversi: Maria Moneta Caglio ed Adriana Bisaccia.
Secondo Muto la ragazza rinvenuta annegata sulla battigia (il caso era stato archiviato dalla Polizia come “morte accidentale”) era deceduta, invece, durante un convegno tra gaudenti nella tenuta di Capocotta, presso Castelporziano, riserva di caccia gestita dal sedicente “marchese” Ugo Montagna e frequentata da politici, alti ufficiali, nobiluomini, eccetera. Colta da malore per eccessivo uso di stupefacenti Wilma sarebbe stata trasportata sulla spiaggia di Torvaianica e lì abbandonata per evitare lo scandalo.
Silvano Muto fu denunciato e processato per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”.
Il “marchese” Montagna, da parte sua, lo querela e il giornalista, impaurito, ritratta e ammette che si è trattato di un prodotto della sua immaginazione.
Poi, però, torna sui propri passi e... ritratta la ritrattazione. Cita due persone che, secondo lui, “sanno tutto”: Adriana Bisaccia e Maria Moneta Caglio, figlia di un notaio.
La prima, al processo appare spaurita e smentirà tutto e accuserà Silvano Muto di voler fare, a spese sue, l’eroe nazionale.
La Caglio, invece, dichiara di aver scritto tutto in un memoriale che chiarisce cosa c’è dietro la morte di Wilma Montesi: droga. Le prove? Una telefonata a cui aveva assistito in casa di Montagna; Piccioni (come Ugo le avava riferito) chiedeva al “marchese” di accompagnarlo dal capo della Polizia Tommaso Pavone perché qualcuno lo stava incolpando di aver ucciso Wilma. Piccioni dal suo canto nega di aver mai conosciuto una ragazza di nome Wilma Montesi.
Ed ecco che nelle pieghe di questo processo appaiono i nomi di personaggi che contano: da Fanfani che (ricevuto il memoriale Caglio) lo trasmette al colonnello dei Carabinieri Umberto Pompei perché faccia luce.
Poi ecco che viene alla ribalta il nome del gesuita padre Dall’Olio che, ricevuta la confidenza della Caglio sulla pericolosità del proprio memoriale, invita la donna a rivolgersi con fiducia alla Polizia. E poi ancora il figlio dell’onorevole democristiano Spataro, l’archiatra pontificio Galeazzi-Lisi.
Ma l’affare Muto deve cedere il passo al processo per la morte della Montesi, affidato al giudice istruttore Raffaello Sepe. Uno dei primi atti del magistrato fu quello di far perquisire la casa del giornalista Muto; poi fa arrestare Adriana Bisaccia e successivamente Piero Piccioni e il marchese Montagna (il primo si farà tre mesi di carcere prima di ottenere la libertà provvisoria). Alla fine del processo Piccioni e Montagna vengono assolti; eguale sorte tocca all’ormai ex questore di Roma Saverio Polito. Una condanna simbolica tocca alla Bisaccia.
Leggendo il libro di Grignetti troviamo traccia di una vicenda giornalistica assai interessante, precedente a quella che vide sul banco degli imputati Silvano Muto.
Nel maggio del 1953, il periodico comunista “Vie Nuove” rompe, per così dire, il silenzio su Piero Piccioni. Autore dell’articolo un giornalista di notevole valore: Marco Cesarini Sforza. Nel suo articolo, dopo aver ripercorso la vicenda della morte di Wilma Montesi, il giornalista scrive che il “biondino” di cui tanto s’è parlato nelle ultime cronache è il figlio del vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni.
Una vera e propria bomba, a pochi giorni dalle elezioni politiche. L’intera Dc rischia di precipitare nel fango con il suo ex segretario politico. Ma come era arrivato Marco Cesarini Sforza a scrivere quel nome con tanta sicurezza? “La notizia che il giovane Piccioni era implicato nello scandalo - raccontò il giornalista - proveniva dagli ambienti dei fedeli di De Gasperi”.
Marco aveva le sue fonti indubbiamente, che però non volle mai scoprire. Piero Piccioni querelò subito il direttore di “Vie Nuove” Fidia Gambetti e l’autore dell’articolo; quest’ultimo secondo Piero Piccioni doveva ritrattare e soprattutto dire chi metteva in giro certe chiacchiere.
La magistratura intervenne e Cesarini viene convocato a Palazzo di Giustizia e sottoposto ad uno stringente interrogatorio. Ma qui conviene lasciare la parola all’autore del libro Franco Grignetti: “...La sorpresa vera, la più sgradita per Cesarini Sforza, fu che anche dentro il Pci si aprì un caso.
Il partito Comunista fu preso in contropiede. In redazione ci fu chi accusò l’inviato di sensazionalismo, micidiale prospettiva per un giornalista militante. Si trovò a un passo dal licenziamento. Stavano per buttarlo fuori dal giornale e lui, che aveva una famiglia da mantenere, non se lo poteva permettere. ‘Me lo ricordo come un uomo distrutto’ dice un suo vecchio amico.
A nulla valse l’autodifesa di Cesarini Sforza. Le fonti era costretto a tenerle riservate, né aveva altre prove da esibire. Una causa per diffamazione era persa in partenza. Il partito, poi, non lo avrebbe sostenuto. Si fece sentire anche il padre del giornalista, un severo professore di filosofia del diritto alla Sapienza, che aveva ‘conoscenza in campo politico’, consigliando la via della ritirata. Intervenne così un accordo tra avvocati, il celebre Carnelutti per parte di Piccioni, il più giovane ma già autorevole Giuseppe Sotgiu per Cesarini Sforza.
Risultato: sul successivo numero di ‘Vie Nuove’, il 31 maggio, Cesarini Sforza pubblicò una completa ritrattazione. Con un lungo e umiliante articolo di scuse, ammise l’‘assoluta infondatezza’ della sua ricostruzione. In segno di risarcimento alla famiglia Piccioni offrì anche 50mila lire da devolvere alla Casa di amicizia fraterna per i liberati dal carcere. La retromarcia fu davvero completa. E la querela cadde. La Dc poteva andare alle elezioni più tranquilla. L’attenzione intanto era catalizzata da una gaffe della nuova ambasciatrice americana, la signora Clara Booth Luce, che in un discorso a Milano aveva minacciato di far tagliare le commesse militari a quelle industrie italiane che avessero troppi operai iscritti alla Cgil. L’intervento era ricattatorio, l’ingerenza davvero brutale. Persino De Gasperi se ne lamentò. Togliatti ci saltò sopra”.
Si arriva così al processo per la morte della sventurata Wilma Montesi che si celebra a Venezia.
Dopo una serie ininterrotta di mezzi colpi di scena, testi reticenti, costituzioni di parte civile (la famiglia Montesi, con il patrocinio di un principe del Foro: Bruno Cassinelli), poliziotti contro carabinieri, veline e lettere anonime al Presidente del Tribunale, il 21 maggio 1957, si giunge alla sentenza: Piero Piccioni - come s’è già accennato - assolto con formula piena. Assolti Ugo Montagna e l’ex questore Saverio Polito (accusato di favoreggiamento nei confronti di Piero).
Dal processo uscirono con le ossa rotte le signorine accusatrici: Adriana Bisaccia si prese dieci mesi con la condizionale. Anna Maria Moneta Caglio fu inviata all’esame della magistratura romana e nella sentenza è detto: “Si è trovata ad agire spinta e sorretta da larghi strati dell’opinione pubblica, che ancora oggi continua a ritenere verità ciò che si è dimostrato soltanto menzogna”.
Se il caso Montesi sia stato solo un epidosio criminale non risolto o una disgrazia scambiata per delitto, o una manovra di bassa macelleria politica, o una montatura della fantasia popolare ovvero l’insieme di alcune di queste ipotesi, i posteri non riusciranno a chiarirlo.
Come sia morta Wilma Montesi non si è saputo mai.

FOTO: Wilma Montesi

<<precedente indice successivo>>
 
<< indietro

Ricerca articoli
search..>>
VAI>>
 
Siamo su facebook!
COLLABORATORI
 
SILP
 
SILP
 
SILP
 
SIULP
 
SILP
 
SILP
 
Cittadino Lex
 
Scrivi il tuo libro: Noi ti pubblichiamo!
 
 
 
 
 

 

 

 

Sito ottimizzato per browser Internet Explorer 4.0 o superiore

chi siamo | contatti | copyright | credits | privacy policy

PoliziaeDemocrazia.it è una pubblicazione di DDE Editrice P.IVA 01989701006 - dati societari