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Novembre-Dicembre/2007 - Articoli e Inchieste
Premio Franco Fedeli
Il poliziotto tra finzione e realtà
di Eleonora F.

Il 13 ottobre si é svolta a Bologna
l’XI edizione del Premio letterario
Franco Fedeli (destinbato alla narrativa
“gialla”) vinto da Marco Bettini
con “Mai più la verità”


Sono quasi le undici e un sole tiepido si fa spazio tra i portici della questura di piazza Galilei a Bologna, suggestiva location della XI edizione del Premio Fedeli. La manifestazione si apre con l’intervento di un rappresentante della Coop Adriatica, che spiega i motivi e gli scopi di “Ad Alta Voce”, l’iniziativa all’interno della quale è inserito, oltre al Premio Fedeli, il progetto “Ausilio per la cultura”, che consiste nella consegna gratuita di libri nelle case di persone anziane e disabili. Grazie alla preziosa collaborazione di volontari, da oltre sette anni vengono distribuiti in case di riposo e ospedali libri in prestito provenienti da numerose biblioteche pubbliche. L’intervento si conclude con un caldo ringraziamento a tutti i poeti, gli scrittori e gli artisti che nell’arco della giornata hanno effettuato una vera e propria maratona di lettura nei musei, negli ospedali, nelle scuole e nelle piazze.
Ad esprimere il suo apprezzamento per l’iniziativa è stato anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che definisce “Ad Alta Voce”, nel vasto panorama di manifestazioni che coniugano cultura e solidarietà, “un evento di grande rilievo a livello nazionale”. “Iniziative come queste”, prosegue nel messaggio il Presidente, “rendono omaggio alla ricca tradizione letteraria italiana, offrendo a tutta la collettività momenti in cui l’ispirazione artistica si fonde con l’impegno sociale e civile”.
Rita Parisi, segretario provinciale del Siulp di Bologna, ha voluto ringraziare il questore della città, Francesco Cirillo, per la sua disponibilità e per aver ospitato la manifestazione; ricorda, inoltre, come l’iniziativa “Ad Alta Voce” sia fortemente legata all’attività del Siulp, che da sempre affianca all’impegno sul fronte sindacale una serie di attività culturali. Rita Parisi sottolinea l’importanza dell’integrazione degli operatori di Polizia nel tessuto sociale in cui operano; in questo senso, il Premio Fedeli diventa una preziosa occasione di incontro tra gli operatori della sicurezza e il mondo letterario, in un ideale confronto fra la creatività degli scrittori e la realtà a cui si ispirano. La Parisi, infine, ringrazia tutti coloro che sostengono i lavoratori della Polizia e in particolar modo Luca Crovi di Rai Radio Due, che con la trasmissione Tutti i colori del Giallo consente di spiegare ai cittadini in ascolto questa importante iniziativa.
Il questore di Bologna, Franco Cirillo, ha voluto sottolineare la massiccia partecipazione dei giovani a questa manifestazione. Dopo aver salutato il Procuratore distrettuale Antimafia Antonio Ingroia, da quest’anno membro della giuria del Premio Fedeli, Cirillo confessa che quando entrò in Polizia il suo mito era Maurizio Merli, l’eroe di tanti film polizieschi. Ben presto, però, si è accorto che la realtà è molto diversa da quella che si vede al cinema. Cirillo conclude il suo intervento con l’auspicio, da uomo del sud, che un giorno tante città possano diventare come Bologna.
La parola, a questo punto, passa ai tre finalisti del Premio Fedeli 2007. Davanti a un pubblico di 150 persone, Paolo Roversi legge due poesie tratte da un libro di Bukowski; nella prima, dal titolo emblematico E così vorresti fare lo scrittore?, il famoso poeta e romanziere underground mette in guardia con il suo proverbiale cinismo e la sua lucidità coloro che vogliono intraprendere questo difficile mestiere.
Luigi Guicciardi, invece, legge un brano dal libro di Renata Riganò, L’Agnese va a morire, storia di una donna raccontata da una donna. Diverse in tutto, giovane intellettuale l’una, vecchia contadina l’altra, ma accomunate dalla guerra, dal fatto di combattere dalla stessa parte della barricata.
Il brano tratto da Come un romanzo di Daniel Pennac, letto da Marco Bettini, fa riflettere sulla differenza tra una lettura imposta e il piacere di una lettura consapevole, che gode del diritto di non leggere, di saltare le pagine, di non finire il libro, di rileggerlo, perché “il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: amare, sognare...”. Bettini legge anche un secondo brano tratto da Manuale del boia di Charles Duff, in cui l’autore registra - con rigore quasi scientifico - dati, modalità e riferimenti storici che aiutano il lettore a comprendere a pieno la drammaticità del tema trattato.
Giunto in tempo dalla Toscana per un impegno di lavoro, Antonio Ingroia prende finalmente parte al dibattito e ringrazia l’organizzazione del Premio che gli ha dato la possibilità di far parte della giuria. Un ringraziamento particolare è rivolto al questore Franco Cirillo, al fianco del quale ha lavorato quando era alla questura di Palermo. Ad una domanda del pubblico, curioso di sapere quale tipo di lettura prediliga e se ami i gialli, Ingroia risponde di sì, perché si avvicinano con un linguaggio diverso al lavoro del poliziotto. Ci tiene a precisare, però, che una cosa è la letteratura gialla, altra la fiction televisiva. Questa da spesso un’immagine sbagliata sia del poliziotto che del magistrato, proponendo storie in cui la giustizia e la verità trionfano sempre. Raramente, inoltre, il protagonista è un magistrato, mentre la fanno da padroni agenti segreti e super poliziotti. Alcuni sceneggiati corrono il rischio di dare un messaggio ambiguo, mettendo in eccessivo risalto figure di mafiosi, che finiscono per esercitare una sorta di “fascinazione” sul pubblico. Bisogna stare attenti, quindi, a non trasformare il mafioso in protagonista, attenuandone eccessivamente gli aspetti negativi. Solo due film, secondo Ingroia, sono riusciti a trattare il problema-mafia in maniera efficace ed adeguata: il primo è Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, in cui il bandito si vede pochissimo, ma il protagonista è la mafia; il secondo è Segreti di Stato diretto da Paolo Benvenuti, che ricostruisce la strage di Portella delle Ginestre.
Dopo l’appassionato intervento di Ingroia, il presidente della giuria, in diretta radiofonica, ha proclamato vincitore dell’undicesima edizione del Premio Fedeli lo scrittore Marco Bettini, che si presentava con il romanzo Mai più la verità. La premiazione si è conclusa con la consegna delle targhe del Siulp e della nostra rivista.
Anche quest’anno il Premio Fedeli si è rivelato un successo, grazie anche al lavoro dell’infaticabile organizzatrice Simona Mammano, da anni membro della segreteria del Sindacato Unitario di Polizia bolognese.
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La motivazione del vincitore

L’azione si svolge all’interno di una comunità di recupero di tossicodipendenti, dominata da Ernesto Magnani, leader carismatico, che usa metodi al limite della legalità, per controllare e legare a sé i giovani che gli sono stati affidati.
L’analisi dei rapporti interni alla comunità “MaiPiù” è tra le cose migliori del libro, così come la descrizione degli effetti della droga e della dipendenza che ne deriva. Il romanzo è a tratti corale; la trama è ricca e complessa; molti e ben delineati sono i personaggi, sia quelli della comunità (gli ospiti, i sostenitori di Magnani, gli ambigui collaboratori) sia quelli del gruppo investigativo. Qui, in modo particolare, risaltano Mormino, che passa da un’ammirazione assoluta per il fondatore di “MaiPiù” alla dolorosa scoperta della verità, il suo vice Foiera, navigato e sospettoso, il giudice Marcheselli che intraprende una crociata contro Magnani. La presenza di due esiti marcatamente superiori rispetto al precedente libro “Lei è il mio peccato”, del 2005.
Il linguaggio è duro, come la verità che viene rappresentata, ma per nulla gratuito. L’ambiente in cui si svolge la vicenda è una bellissima Ravenna, città imperiale, circondata, come dice l’Autore, “dal mare, dalla foresta, dagli acquitrini e dalla palude. Un selvaggio west sulla porta di casa, dove valevano leggi primitive”.
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Marco Bettini - Mai più la verità
Piemme 2007 - pagine 397 - e 18,90

E’ una storia avvincente quella che racconta Marco Bettini nel suo nuovo romanzo. All’interno della nota comunità di recupero per tossicodipendenti della provincia di Ravenna, MaiPiù, una ragazza si suicida lanciandosi da un cornicione. Il gesto avviene davanti a un folto numero di persone, compreso il suo fidanzato che assiste impotente alla scena. La giovane è ospite della comunità, ormai disintossicata, sembra non avere motivi per uccidersi.
Il vice commissario Paolo Mormino, mandato al suo primo incarico alla Squadra Mobile della questura di Ravenna, compie il normale sopralluogo per escludere ipotesi di reato e conosce il famoso Ernesto Magnani, fondatore e guida della comunità.
Mormino rimane affascinato dal carisma e dalla forte personalità dell’uomo. Capisce l’importanza del lavoro che egli fa da anni per recuperare tossicodipendenti, che altrimenti non avrebbero possibilità di sopravvivere.
Successivamente viene trovato il cadavere di un uomo, sepolto in una palude vicino al mare: lo si scopre essere un ospite della comunità MaiPiù, massacrato di botte.
Mormino ritorna a MaiPiù, ma trova il clima cambiato. Vi sono reticenze, capisce che solo alcune persone possono parlare con lui, gli altri vengono tenuti lontano o non parlano. Dipendenti, ospiti, sembrano recitare la parte di un copione e questo costringe il commissario e il magistrato, che si occupa dell’indagine, a cercare con più tenacia la verità, che sembra risiedere all’interno di MaiPiù.
Mai più la verità è un romanzo avvincente, ti tiene inchiodato alle sue pagine e, soprattutto, denota una maturità stilistica e narrativa dell’autore.
Sembra di riconoscere in questo romanzo le inchieste che hanno riguardato, proprio negli anni descritti dall’autore, la comunità di San Patrignano e il suo fondatore Vincenzo Muccioli. L’inquietudine che attanaglia chi legge Mai più la verità è quindi doppia: per la storia in sé e per il ricordo che porta alla cronaca giudiziaria che ha coinvolto San Patrignano.
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Luigi Guicciardi
Dipinto nel sangue
Hobby & Work, 2007 - pagine 328 - e 18

Modena, inverno, notte fonda. Un omicidio feroce sporca di sangue la candida neve che cade sulla città. A morire è un pittore tanto noto quanto conosciuto per le sue abitudini mondane.
Catania, è giorno. Il commissario Cataldo sta vendendo casa per raggiungere definitivamente moglie e figlia a Modena. Sua mamma è morta e vuole lasciare la città.
Il suo vice Muliere inizia le indagini, e la lista dei sospetti diventa infinitta. Tutti hanno qualcosa da nascondere, tutti hanno qualcosa da spifferare. E’ Modena, la città grassa e opulenta a misura d’uomo, specchio opaco però di mille contraddizioni, percorsa da rimorsi, tensioni e nevrosi. Che allungano la striscia di sangue. E’ una piccola e paludosa provincia, dove l’ipocrisia scorre sotterranea e trasforma tutto ciò che è in ciò che appare in qualcosa d’altro.
Cataldo arriva, indaga, ma i morti diventano tre, tutti più o meno della stessa cerchia. Già, ma quale cerchia? Il commissario inizia a battere ogni pista, verificare alibi e moventi, analizzare le reazioni di testimoni che potrebbero diventare indagati, con un metodo investigativo fatto di piccole prove, dettagli, riscontri minimi ma anche umanità, tanta umanità. Cataldo sa che chi uccide non è sempre un mostro, sa che dietro a un atto estremo a volte ci sono realtà personali altrettanto dolorose. Paziente, metodico, incline non solo a fare domande ma anche, e soprattutto, ad ascoltare, Cataldo si getta a capofitto nell’inchiesta, seguendo mille piste, smascherando false verità, scoperchiando il fondo buio di una città che è l’esatto contrario di quello che vorrebbe apparire.
Con ordinata scansione stilistica e uno stile narrativo teso ma riflessivo, Luigi Guicciardi, modenese di lontane origini siciliane, si conferma come uno tra i migliori scrittori della rinascita del giallo d’autore italiano, costruendo colpi di scena e introducendo novità nel percorso d’indagine. E’ un narratore solido, in grado di catturare l’attenzione del lettore con un’altra prova d’autore.
Finalmente, Cataldo dipana la matassa, lentamente, come un giocatore di scacchi che studia ogni mossa e ogni possibile contromossa. Il caso si avvia verso la conclusione: ecco la prova, c’è il movente, preso il colpevole! Fino a quando non irrompono sulla scena due dettagli. Infimi, casuali. Ma determinanti.
In una conclusione da capogiro, il meticoloso commissario della questura di Modena Giovanni Cataldo risale la china, torna a raspare a fondo fino a individuare quel qualcosa di sconcertante e incredibile...
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Paolo Roversi
La mano sinistra del diavolo
Mursia, 2006 - pagine 312 - e 15

Nella distratta Milano ne succedono sempre di tutti i colori, oramai lo si sa, ma anche nella sonnecchiante Bassa Padana non si scherza. Leggere per credere.
Il ritrovamento di una mano mozzata nella cassetta postale di un pensionato un po’ fuori di testa dà il via al secondo romanzo noir di Paolo Roversi, un mantovano di nascita e milanese di adozione che con la penna e la carta ci sa fare e non poco.
La mano sinistra del diavolo è una vicenda appassionante dalla prima all’ultima riga, una di quelle storie scritte in maniera così coinvolgente da farti dimenticare persino che, ogni tanto, arriva l’ora di mangiare o di dormire o di andare in bagno, una di quelle storie che, alla fine, ti lasciano con gli occhi che bruciano e il fuoco dentro, una di quelle storie che ti fanno ringraziare il Cielo di conoscere chi le ha scritte per potergli telefonare e dire quanto ti sono piaciute.
Segretarie avvenenti, rasta ingenui, ristoratori giapponesi, delinquenti comuni, vecchietti tranquilli, ragazze provocanti, per Roversi chiunque deve essere coinvolto, come è giusto che sia, perchè il racconto viva in mezzo a tanti morti ammazzati.
Ad accompagnarci, come già accadde in Blue Tango (Stampa Alternativa), l’ostinato cronista di nera Enrico Radeschi che, in sella al suo inseparabile Vespone giallo, si muove a proprio agio fra Milano e la Bassa Padana in una storia senza sbavature e che rende omaggio, in modo discreto e con il dovuto rispetto, a due miti del genere del calibro di Giorgio Scerbanenco e Andrea G. Pinketts, due Grandi con la “g” maiuscola nel nome ma, soprattutto, nel loro Dna di scrittori di razza.

FOTO: Angela Boggioni Fedeli consegna la targa a Marco Bettini, vincitore le Premio

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