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Agosto-Settembre/2008 - Articoli e Inchieste
Leggi razziali
Quando era obbligatorio essere ariani e odiare gli ebrei
di Emilio Belfiore

Un anniversario sgradevole
ma da non dimenticare, quello dell’inizio
ufficiale della campagna antisemita, voluta
dal capo del fascismo per adeguare
il suo regime alla barbarie nazista,
e tragicamente conclusa nell’Olocausto


Settant’anni fa, il 1938, l’anno dell’ignominia. L’anno in cui Benito Mussolini, convinto di aver consolidato il suo regime dittatoriale, decise di fare il grande passo, di legare completamente l’Italia al Terzo Reich di Adolf Hitler, imitandolo anche nelle sue folli utopie razziste. Il führer odiava e perseguitava gli ebrei, il duce (che su questo, come su quasi tutto, non aveva opinioni precise) stabilì che anche in Italia gli ebrei dovevano essere odiati e perseguitati. Per decreto legge. Nell’elaborare e condurre avanti questa oscena assurdità, che avrebbe avuto tragiche conseguenze, Mussolini ebbe complici l’intero apparato gerarchico fascista (tranne Italo Balbo, il “quadrunviro” al quale restavano solo due anni di vita, De Bono e Federzoni), la corona, buona parte della stampa, e un certo numero di “scienziati”. Con la connivenza, o il silenzio, di ambienti clericali restii a criticare un regime che aveva loro concesso notevoli privilegi.

* * *
In Italia l’antisemitismo aveva sempre avuto aspetti sporadici e limitati. Lo stesso Mussolini, nel 1932, nel libro-intervista Colloqui di Emil Ludwig (da lui riveduto e approvato prima della pubblicazione), affermava: “L’antisemirismo non esiste in Italia. Gli ebrei si sono sempre comportati bene, come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nelle Università, nell’Esercito, nelle banche. Tutta una serie sono generali; il comandante della Sardegna è il generale Modena, un altro generale è nell’artiglieria”. Nella prefazione alla ristampa dei Colloqui nel 1950, Arnoldo Mondadori scrive che nel 1940 il ministro della Cultura Popolare Dino Alfieri gli trasmise “l’invito categorico a non effettuare alcuna ristampa del sudatissimo libro”.
Il 14 luglio 1934, quando Hitler era già da oltre un anno al potere, e si stavano emanando le leggi di Norimberga per la discriminazione razziale, Mussolini pubblicò su Il Popolo d’Italia, organo del partito nazionale fascista, un articolo nel quale commentava favorevolmente le conclusioni antirazziste di un congresso internazionale di antropologi : “In tema di razzismo gli scienziati non vanno a quanto sembra d’accordo con i politici. S’intende che il dissidio assume forme palesi e documentarie soltanto oltre i confini della Germania nazista. Ma ciò non toglie, anzi aggiunge interesse e sapore all’urto tra la cultura e la Kultur. Un esempio: pochi giorni or sono il famoso antropologo Sir Grafton Elliot Smith, parlando a un congresso di scienziati europei, non s’è fatto scrupolo di dichiarare che le dottrine naziste sulla razza pura o ariana che dir si voglia, cadono in flagrante conflitto con i riconosciuti insegnamenti della scienza antropologica.
C’è di più. Sir Grafton ha voluto circostanziare la propria affermazione dicendo che, per quanto le opinioni non siano concordi nel determinare il luogo dove sorse primieramente la civiltà, tutti sanno che le rive del Mediterraneo sono state, secondo una frase memorabile, la culla del genere umano. ‘Coloro i quali’ ha continuato il celebre antropologo ‘insistono sulle qualità morali e intellettuali degli ariani e parlano di cultura primitiva ariana, dovrebbero ricordare che è molto dubbio che gli ariani abbiano inventato la cultura primitiva senza importarla da Babilonia. Se si pensa alle esposizioni della fallacia ariana fatte nel 1890 da Huxley, si ha ragione di ridere quando taluno misconosce la verità dei fatti antropologici fino al punto di applicare l’attributo di ariano agli elementi non ebraici’. Fin qui Grafton. La scienza dunque non garantisce la purità del sangue di nessuno. Grave, gravissimo fatto. I nuovissimi civilizzatori del nord possono benissimo avere degli sconosciuti parenti magari entro le mura di Tel Aviv. Anche se la Kultur lo smentisce, la cultura lo ammette. E’ un bel caso e una severa lezione”.
L’ostilità all’antisemitismo di marca nazista si concretizzava nella concessione di asilo agli ebrei tedeschi che espatriavano per sfuggire alle persecuzioni, nella creazione di una nuova linea marittima Trieste-Tel Aviv per facilitare l’emigrazione verso la Palestina, e nell’apertura di una sezione ebraica nella scuola nautica di Civitavecchia, per aspiranti marinai provenienti da diciotto Paesi, compresa la Germania. Alcuni di loro formeranno i primi quadri della marina israeliana.
Ma il vento delle simpatie e antipatie mussoliniane avrebbe presto preso un’altra direzione. Subito dopo la conquista dell’Etiopia, il fascismo assumeva connotati “imperiali”, e il duce cominciava a sentirsi attratto dalle idee dell’“imbianchino austriaco” che a Berlino stava fondando il “Reich millenario”. Il 23 ottobre 1936 si compiva il primo passo di avvicinamento con i protocolli Ciano-Ribbentrop. Mussolini si recava in visita a Berlino, accolto da manifestazioni e sfilate che lusingarono adeguatamente la sua vanità, e si convinse che l’alleanza con Hitler doveva essere totale. E per raggiungere questo obiettivo bisognava imprimere al regime un indirizzo talmente nuovo che richiedeva una sia pur affrettata preparazione. Attraverso una propaganda che – nonostante ogni pubblicazione sia notoriamente sottoposta all’approvazione della censura – si vorrebbe far apparire “spontanea”. Nel 1937 ad aprire il concerto della campagna antiebraica furono La vita italiana di Giovanni Preziosi (un ex prete, che Mussolini evitava perché aveva fama di menagramo), Il Regime Fascista di Roberto Farinacei, Il Tevere e Quadrivio di Telesio Interlandi, e un libro, “Gli ebrei in Italia”, di Paolo Orano, rettore dell’Università di Perugia, che era un attacco a fondo contro l’“internazionale ebraica”. Il 5 novembre 1937 Germania, Italia e Giappone firmavano il Patto anti-Comintern, e il giorno seguente, secondo la testimonianza di Galeazzo Ciano, Mussolini diceva a Ribbentrop: “Noi stiamo conducendo una campagna antisemita assai decisa e sempre più intensa guidata da un uomo abbastanza popolare in Italia, che già ha in Roma due organi di stampa, e molti aderenti specialmente nel mondo universitario”. Il riferimento era a Interlandi, la più attiva delle volenterose marionette della campagna annunciata al Ministro degli Esteri nazista. Da parte sue l’astuto (ma, come si vedrà, non troppo) Ciano da qualche mese aveva vietato che funzionari e impiegati ebrei del ministero degli Esteri incontrassero diplomatici tedeschi.
* * *
Quando nel maggio 1938 Adolf Hitler viene a Roma per ricambiare la visita del dittatore italiano, la svolta razziale dell’Italia fascista è dunque già ben definita. Il 14 luglio Ciano annota nel suo diario: “Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del Giornale d’Italia di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare. Mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”. In effetti il 15 luglio Il Giornale d’Italia pubblica un “Manifesto del razzismo italiano” firmato da dieci titolari di cattedra e assistenti; il più noto tra loro, Nicola Pende, senatore, direttore dell’Istituto di Patologia speciale medica dell’Università di Roma, tenterà, un anno dopo, di smentirà la sua partecipazione, ma, pesantemente minacciato da Interlandi, non avrà il coraggio di andare sino in fondo. Il “Manifesto” inizia dichiarando che “le razze esistono”, per affermare che “la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana”, e “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. E si arriva al punto voluto: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Conclusione: “I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Un insieme di sciocchezze (e così solo quattro anni prima le definiva proprio il duce), che hanno l’unico fine di dare una base “scientifica” a quello che si stava preparando.
Il 5 settembre 1938 viene emanato un “Regio Decreto per la difesa della razza nella scuola”, e il 7 settembre un “Regio decreto sugli Ebrei stranieri”. “Regio” perché l’Italia ha un re come supremo capo dello Stato, ma Vittorio Emanuele non batte ciglio e approva serenamente tutte le aberrazioni razziali del regime. Il 6 ottobre si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo, che approva una “Carta della razza”: dopo un frettoloso accenno ai pericoli di “incroci e imbastardimenti”, il documento si occupa esclusivamente della persecuzione antiebraica, e dichiara che “le direttive del Partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti”. Ciano scrive nel “Diario” che solo Balbo, De Bono e Federzoni parlarono in favore degli ebrei: “Gli altri parlarono contro. Soprattutto Bottai che mi sorprende per la sua intransigenza. Si oppone a qualsiasi attenuazione dei provvedimenti”. Infine, il 17 novembre, il “Regio decreto per la difesa della razza italiana”: un lungo elenco di ciò che “i cittadini italiani di razza ebraica” possono o non possono fare, dei diritti da loro perduti, delle sanzioni previste per i trasgressori. Inoltre sono revocate le concessioni di cittadinanza ad ebrei stranieri posteriori al 1° gennaio 1919. Firmato: Vittorio Emanuele - Mussolini – Ciano – Solmi – Di Revel – Lantini. Visto, il Guardasigilli: Solmi.

* * *
Quali furono nel Paese le reazioni a tutto questo? Certo, nell’“Anno XVII dell’Era Fascista” non si può parlare di “opinione pubblica”. Gli italiani in grande maggioranza hanno imparato a pensare in silenzio, a parlare solo per pronunciare un “sì” obbligato. In realtà gli entusiasti e i fanatici non sono moltissimi, ma bastano per intimidire. E poi, il cittadino si trova di fronte a un blocco monolitico di istituzioni asservite, o complici, fino al re, che chiede solo di evitare l’espulsione del suo medico, il dottor Stukjold, ebreo. Tutti d’accordo. Bisogna odiare gli ebrei, perseguitarli è un dovere.
La stampa, utilizzata per preparare il terreno, fa dell’antisemitismo il cavallo di battaglia quotidiano. Al primo posto un organo appositamente creato, “La Difesa della Razza”, primo numero il 5 agosto 1938, direttore il solito Interlandi, redattore capo Giorgio Almirante. Viene riesumato il falso libello (la cui fabbricazione risale alla Polizia zarista, l’Ocrana) “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”. La “Difesa della Razza” suona la carica contro i “giudei”, ma gli altri giornali, e giornalisti non sono da meno.
Qualche scampolo, in un mare di degrado etico e professionale. Sul Corriere della Sera dell’11 giugno 1939, Paolo Monelli, da Varsavia, scrive: “Nulla ci pare di avere in comune con questa schiatta ebraica, con la sua strana lingua, con le sue insegne illeggibili, con gli esotici costumi, i gesti paurosi, l’andare sbilenchi, il più rasente al muro possibile”. E sullo stesso giornale, il 30 aprile 1938, Guido Piovene, recensendo il libro di Interlandi “Contra judaeos”, sostiene che “si deve sentire d’istinto, e quasi per l’odore, quello che v’è di giudaico nella cultura”,e afferma che “la virtù principale del libro di Interlandi è di aver ridotta all’osso la questione ebraica, ed alla semplice constatazione di fatti che bastano copiosamente a vincere la causa, senza che possano essere ribattuti”. Su Il Popolo di Roma Marco Ramperti, dopo aver attaccato Charlie Chaplin, “l’ebreo più ebreo di tutti”, sentenzia: “Se Himmler è inesorabile, non parla che in nome della verità… C’è voluto Hitler”.
Tra i primi volenterosi, si potrebbe dire gli “antemarcia”, merita di essere segnalata la rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica che già il 25 settembre 1936 affermava: “Se non tutti, non pochi dei giudei costituiscono un grave permanente pericolo alla società”. E il 2 aprile 1938: “Non si può dare che la soluzione tradizionale, adoperata dai papi: la carità senza persecuzioni e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o distinzione conveniente ai nostri tempi”. Inoltre l’organo dei gesuiti, il 10 agosto, rivendica “la notevole divergenza” tra le proposte del “gruppo di studiosi fascisti” e il “razzismo tedesco intrinsecamente materialistico e anticristiano”. Evidentemente l’antisemitismo fascista, con il suo corollario persecutorio, è considerato sufficientemente “cristiano”.
Detto questo, il Papa, Pio XI, esprime delle riserve, essenzialmente per quanto riguarda il divieto di matrimonio fra ebrei e “ariani”, che considera un vulnus al Concordato del 1929. Galeazzo Ciano annota nel suo diario: “Domani il Consiglio dei Ministri approverà la legge sulla razza. In essa vi è l’articolo che proibisce i matrimoni misti, salvo in punto di morte e con legittimazione di prole. Il Papa vorrebbe che venisse accordata la deroga anche per i convertiti al cattolicesimo. Il Duce ha respinto tale richiesta che trasformerebbe la legge razzista in confessionale… Naturalmente la legge, che è molto dura contro gli ebrei, passerà domani com’era in programma”.

* * *
Con la legge del 1938, e altri decreti che seguiranno fino al 1943, sono circa 51.100 le persone assoggettate alla persecuzione antisemita. Le Università e le scuole sono le prime a essere colpite: vengono allontanati da Atenei e istituti pubblici 96 professori universitari, 133 assistenti, 279 presidi e professori di scuola media, più di 100 maestri elementari, 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1.000 delle scuole secondarie, 4.400 delle elementari.
La stessa sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 ufficiali, 2.500 professionisti. A tutti viene impedito di esercitare la loro professione, di avere contatti di lavoro con i loro concittadini “ariani”. Fra coloro che reagiscono con l’arma estrema del suicidio resta emblematica la morte di Angelo Fortunato Formaggini, giornalista e editore raffinato, che il 29 novembre 1938 si getta dalla torre Ghirlandina di Modena, sua città natale, perché, come scrive alla moglie “io debbo dimostrare l’assurdità malvagia dei provvedimenti razzisti”.
Dopo il giugno 1940, con la guerra, gli ebrei italiani cominciano a essere internati, confinati, incarcerati, obbligati al lavoro forzato: a Roma devono spalare la sabbia lungo gli argini del Tevere, in pieno centro. Il 25 luglio 1943, Pietro Badoglio fa liberare gli abrei imprigionati e internati, ma, d’accordo con Vittorio Emanuele, lascia in vigore le leggi razziali, respingendo le sollecitazioni dei partiti antifascisti, con il pretesto che cancellarle lo avrebbe posto “in violento urto con i tedeschi”. Solo l’articolo 31 dell’armistizio firmato con gli Alleati lo obbligherà a una netta abrogazione.
A partire dall’8 settembre 1943 i nazisti – Wehrmact e SS - danno inizio alle uccisioni sistematiche e alle deportazioni degli ebrei italiani. E’ la fase dell’Olocausto, logica conclusione della campagna iniziata sei anni prima.
La “repubblichina” di un Benito Mussolini tornato sulla scena per recitare il ruolo effimero del “capo”, nella sua “Carta” del 14 novembre 1943 dichiara che tutti gli ebrei sono “stranieri e parte di una nazione nemica”. I fascisti delle bande autonome, le Brigate Nere, le SS italiane, la Guardia repubblicana, ma anche alcune Prefetture e Reparti di Polizia, risparmiano ai nazisti gran parte del “lavoro”.
In quest’ultimo, drammatico, feroce momento del razzismo fascista – mentre la Resistenza, con l’apporto di numerosi ebrei, si attiva per combattere gli occupanti nazisti – si manifesta anche la solidarietà di molti per salvare la vita agli ebrei, ricercati come selvaggina da abbattere. Una solidarietà che comporta seri rischi, ma ora, con il duro risveglio della guerra da tutti direttamente vissuta, gli italiani hanno aperto gli occhi. E cercano di recuperare una dignità nazionale, tanto fortemente ferita da quelle leggi grottesche e infami.

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