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Agosto-Settembre/2008 - Laboratorio
L’idea collettiva della sicurezza
di Italo Eleuterio Belli

Nel tempo in cui viviamo occorre avere sempre la guardia alta ed un gioco di gambe rapido ed efficace, questo a dire di tutti, per guardarsi dai pericoli che costantemente ci minacciano, e per sfuggire agli agguati dietro l’angolo.
Si fa un grande parlare di “sicurezza”, ma sembra esserci anche grande confusione tra “policy” e “safety”. Quella percezione necessaria dell’essere tranquilli non può attenere ad ogni campo specifico, ed allo Stato-Istituzioni, che devono garantire per tutti lo stesso livello di sicurezza, non può essere richiesta “safety”.
Quella specifica e specialistica infatti fa parte dello “skill” di ogni singolo settore di operatori della sicurezza che si impegnano su specifici risultati che possono essere di massima vigilati all’interno di una politica della sicurezza in senso ampio, dovrebbe essere forse questo, nel presente, lo scopo di una politica attenta alla collettività, non è pensabile un uso specialistico delle risorse pubbliche destinate alla sicurezza, o meglio non in un momento il cui bisogno è così urlato che è diventato quasi un ritornello inascoltato, anzi, non si sente nemmeno più.
Avere come obiettivo, e questo sì che sarebbe lungimirante, un trend di crescita di soggetti specializzati riconosciuti, che si occupino di settori specifici, che conoscano metodi, mezzi e problematiche potrebbe essere un forte e giusto appello, ma non ci siamo con i tempi!
Il problema risulta essere sempre lo stesso, il pubblico degli utenti della sicurezza si aspetta di non essere “fregato dal prossimo”, ma non può essere lo Stato a dare ad esempio la garanzia sull’“identity access management” dei sistemi informatici, sarà il gestore a garantire il sistema se questo sarà violato, dovrebbe essere egli stesso a denunciare e chiedere di attivare tutte quelle tutele che fanno parte delle normative del settore, perché sarà stato violato il “precetto” tutelato come bene pubblico.
Lo Stato sarà chiamato direttamente a garantire il sistema sicurezza del bene pubblico, del vivere sociale, della soggettività esposta alle mire del comune malintenzionato che sarà piccolo delinquente o grande delinquente a seconda della scala su cui compie i propri crimini. In una parola, la sicurezza come “policy” si colloca essenzialmente nella collettività ed un operatore della sicurezza agisce nella duplice veste di garante della “policy” nei confronti del sociale, e nel fare questo deve applicare “safety” per il privato, ovvero la propria salvaguardia. Questo è il motivo per il quale, da parte degli operatori della sicurezza, non può non levarsi unanime la richiesta di addestramento-aggiornamento, inteso come opportunità di restituire quelle conoscenze acquisite con la teoria applicandole nella pratica a favore dei cittadini contribuenti, tenendo presente che gli stessi operatori sono essi stessi cittadini contribuenti.
In una politica di settore simile, ha chiaramente preminenza la prevenzione, madre della sicurezza e figlia della conoscenza dell’ambiente che ci circonda, in uno stile dimesso e discreto, non roboante e impressionante. Nel XXI secolo, abbiamo assistito a militarizzazioni eclatanti di intere città, ma i risultati non sono stati confortanti, anzi direi profondamente sconvolgenti, sarà mica il caso di iniziare a trovare un metodo meno cruento e più redditizio?
Massimizzare le risorse potrebbe anche solo sigificare utilizzare i mezzi a disposizione nei termini appropriati, spendendo quello che si deve spendere, quello che la sicurezza ripaga non è diretto, ma indotto, non si può fare un’analisi dei costi e ricavi, ma dei costi-benefici, quello che ripaga è l’indotto legato all’investimento in tranquillità.

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