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luglio / agosto/2002 - Interviste
Servizi & C.
Rapiranno Moro, parola di “Gladio”
di Belphagor

Il 2 marzo 1978 i servizi di sicurezza italiani cercavano “aiuti”, presso la resistenza palestinese, per ottenere la liberazione di Aldo Moro, che verrà rapito solo 14 giorni dopo! Le rivelazioni di Falco Accame

Ultime notizie (dopo 24 anni) sull’“affare Moro”: i servizi segreti italiani dell’epoca si attivarono per ottenere la collaborazione di gruppi della resistenza palestinese al fine di giungere “alla liberazione dell’on. Aldo Moro”. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto nuovo, stravagante, e incredibile (pur se qualche dubbio in proposito è già affiorato da alcuni anni) è che l’iniziativa fu presa il 2 marzo 1978, vale a dire quattordici giorni prima dell’agguato in via Fani, quando i cinque uomini della scorta del presidente della Dc furono massacrati e Moro venne sequestrato, e poi tenuto prigioniero, durante 55 giorni, fino alla sua esecuzione. Insomma, i servizi sapevano con buon anticipo quello che sarebbe accaduto la mattina di quel 16 marzo, e si preparavano a gestire la fase immediatamente successiva. Sapevano, ma si erano ben guardati dal segnalare la cosa a chi di dovere - il diretto interessato, il governo, i servizi di sorveglianza -, preoccupandosi invece di prendere contatti nell’agitato e composito (in quegli anni come oggi) calderone mediorientale. I servizi segreti, si è detto, ma quali servizi segreti?
La risposta - come spesso accade quando ci si addentra nei meandri delle “barbe finte” nostrane - è insieme semplice e complessa. Infatti, torna in scena una sigla dietro la quale non si è mai saputo che cosa esattamente vi fosse: Gladio. Ascoltiamo Falco Accame, ammiraglio a riposo con una brillante carriera nella Marina Militare, ex presidente della Commissione difesa della Camera: “In un documento (numero di repertorio 122627), autenticato dal notaio Piero Ingozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978, e cioè quattordici giorni prima del rapimento dell’on. Moro e dell’uccisione della sua scorta, la X Divisione Stay Behind della direzione del personale del ministero della Marina, a firma del capitano di vascello capo della Divisione stessa, inviava l’agente G71, appartenente alla Gladio-Stay Behind (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all’agente G219 ivi dislocato, dipendente dal capocentro G216, cioè il colonnello Stefano Giovannone, affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione dell’on.Moro”. “Perché, viene da chiedersi - aggiunge Accame - la X Divisione non avvertì l’on.Moro e le Forze dell’ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta? Una domanda incredibile, surreale, se non emergesse da un documento a ‘distruzione immediata’ che però non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge come da un profondo abisso. Dell’esistenza del documento è stato informato il Procuratore militare della Repubblica dott. Intelisano. Il documento è riportato, con molti altri, in un libro di prossima pubblicazione negli Stati Uniti, scritto dall’ex gladiatore Antonino Arconte, l’agente G71 che portò il documento a Beirut”.
In effetti il documento in questione esiste, su carta intestata del ministero della Difesa – Direzione generale S. B. – Personale militare della Marina, timbrato, firmato dal capitano di vascello Remo Malusardi, datato (2 marzo 1978), e vi si legge: “Oggetto: autorizzazione ministeriale riferita a G.219. È autorizzato ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca contatto con gruppi del terrorismo M. O. al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell.on Aldo Moro”. Si fa riferimento ad Antonino Arconte, “appartenente all’Organizzazione Gladio”, in forza dal 6 marzo 1978 come macchinista navale sulla motonave Jumbo M, che “ha ricevuto in consegna il plico contenente n. 5 passaporti e questo ordine diramato dal Simm presso l’Ammiragliato e proveniente dal ministero della Difesa”. Alla fine, la scritta in lettere maiuscole :”DOCUMENTO A DISTRUZIONE IMMEDIATA”.

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Antonino Arconte, il testimone chiave di questa oscura vicenda, oggi ha 47 anni, sposato con due figli, vive a Cabras (Oristano) e svolge un’attività di costruttore edile, soprattutto in Florida. A 16 anni si era arruolato volontario nell’Esercito, passando poi alla Marina Militare, come sottufficiale fuochista, e assegnato al comando incursori subacquei. In quel reparto i servizi segreti militari reclutavano gli agenti destinati alle operazioni “coperte”, un aggettivo sotto il quale si possono collocare tutte quelle attività che devono rimanere nascoste. Antonino Arconte era così diventato l’agente G71. Un agente molto attivo, utilizzato in vari modi, anche come “postino”. Ed è con questa mansione che entra, senza saperlo, nell’“affare Moro”. In che modo? L’ex agente segreto lo racconta a Giuliano Fontani, in un’intervista pubblicata da Il Tirreno il 1 maggio 2002: “La mattina del 6 marzo 1978 mi danno l’ordine di partire per Beirut con una busta sigillata. Dentro, ma l’ho saputo soltanto dopo, c’erano cinque passaporti falsi, nel senso che riportavano nomi e dati anagrafici di persone italiane, di cui però non c’era la foto. Dovevo consegnarli all’agente G219, che successivamente ho conosciuto come il colonnello Ferraro, un parà distaccato in Medio Oriente. Lui, a sua volta, avrebbe dovuto dare il plico al suo capocentro, il colonnello Stefano Giovannone, sigla in codice G216. Il pomeriggio mi imbarco da La Spezia, sulla motonave Jumbo M, e nel giro di tre giorni sono a Beirut. Consegno la busta a G219, e il mio compito è finito ben prima del rapimento di Moro”.
Passano gli anni, e nel 1985 Antonino Arconte viene licenziato in tronco. Anzi, da un giorno all’altro trova che il suo ufficio è stato smantellato, al pari della struttura alla quale apparteneva. Persino i suoi superiori sono spariti. Del resto, gli viene detto che dovrebbe sparire anche lui, che l’agente G71 non è mai esistito, come non sono mai esistite le operazioni a cui ha partecipato. Ma Arconte non ha alcuna intenzione di sparire, e si rivela un osso duro. Si dà molto da fare, e sa come muoversi. Recupera in maniera riservata dei contatti, raccoglie documenti “top secret”, e, forte delle sue ragioni e del suo dossier, fa causa allo Stato italiano davanti alla Commissione europea di Strasburgo. E vince: lo Stato italiano è condannato a risarcirlo con sentenza definitiva. Tra gli incartamenti presentati per la causa, appare quel documento firmato il 2 marzo 1978 nel quale ci si riferisce profeticamente a un tragico evento quattordici giorni prima che esso avvenga. “Io ne ho sempre parlato con tutti - dice oggi Arconte nell’intervista a Il Tirreno - questa cosa l’ho persino scritta nella causa che ho intentato e vinta contro lo Stato italiano davanti alla Commissione europea per i diritti dell’uomo. Non è colpa mia se nel nostro Paese non se ne è mai parlato. Capisco, è roba scomoda, compromettente. Ma dentro c’è un pezzo della storia del nostro Paese, forse non la migliore, non sta a me giudicare, di sicuro molto interessante”. Definire “scomoda” e “compromettente” la missione di Arconte a Beirut sembra davvero riduttivo. Dietro vi è ben altro, di qualsiasi cosa si tratti. E forse ai morti del “caso Moro” si deve aggiungere, in tempi non troppo lontani, uno strano “suicidio”.

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Il 6 luglio 1995, il colonnello Mario Ferraro viene trovato impiccato al portasciugamani del bagno della sua abitazione, a Roma. Ferraro è l’agente G219 al quale Antonino Arconte il 6 marzo 1978, a Beirut, aveva consegnato il plico contenente i cinque passaporti falsi e il documento che chiedeva di prendere contatti per ottenere la “collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’on. Aldo Moro” quando la strage di via Fani era ancora di là da venire. A scoprire il cadavere dell’ufficiale è la sua compagna Maria Antonietta Viali: Ferraro è seduto sul pavimento, il collo stretto dalla cintura dell’accappatoio. Suicidio, decreta subito il magistrato incaricato del caso, che non dispone nemmeno l’autopsia. Anche se da un punto di vista “tecnico” l’ipotesi che l’ufficiale abbia voluto e potuto togliersi la vita in quel modo appare molto dubbia. Suicidio per suicidio, sarebbe stato più logico che usasse la sua pistola. E poi, quali motivi aveva Mario Ferraro per uccidersi? “Nessuno - afferma Maria Antonietta Viali - quella domenica lui era sereno, avevamo trascorso una giornata meravigliosa, l’ultima”. Però, se non aveva né l’intenzione né il motivo di suicidarsi, il colonnello non si sentiva tranquillo. Aveva scritto ai suoi familiari una lunga lettera nella quale manifestava il timore di essere ucciso: in particolare era preoccupato per una sua possibile missione a Beirut, che rischiava di essere un viaggio senza ritorno. “È omicidio - ripete Maria Antonietta - Mario non si è ucciso, non ci ho creduto neppure per un attimo, e sono convinta che prima o poi la verità salterà fuori…”.
Omicidio, ma perché? Chi aveva interesse a eliminare il colonnello Mario Ferraro, l’agente G219 misteriosamente implicato nell’“affare Moro”? E torniamo a quell’enigmatico foglio con intestazione del ministero della Difesa - Direzione generale S. B. - Personale militare della Marina, dato 2 marzo 1978, timbrato e firmato da un capitano di vascello, nel quale si fa riferimento (due settimane prima del fatto) al rapimento di Aldo Moro, all’agente G219, all’organizzazione Gladio: documento a distruzione immediata, veniva specificato. Ma Ferraro, che doveva riferirne il contenuto al suo capocentro a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, alias agente G216, evidentemente non lo distrusse, anzi, lo conservò accuratamente, o lo consegnò ad altri (ad Antonino Arconte, agente G71 “postino” dell’operazione?). Forse in proposito, dato il suo grado, ne sapeva molto di più, e aveva pensato che quella fosse una carta forte da giocare in qualche modo, e in effetti lo era. Anzi, troppo forte, tanto da richiedere uno sbrigativo intervento. Il colonnello Giovannone era morto il 17 luglio 1985, dopo essere stato due volte inquisito e arrestato: per l’uccisione del giornalista Italo Toni e della compagna Graziella De Palo da parte del Flp (Fronte di liberazione della Palestina), con l’accusa di averne segnalata la presenza in Libano ai dirigenti dell’organizzazione terrorista, e per un traffico d’armi tra i palestinesi e le Brigate Rosse. Undici giorni dopo la morte dell’agente G216, il Presidente del Consiglio di allora Bettino Craxi aveva opposto il segreto di Stato alla richiesta di notizie e chiarimenti sui rapporti tra i servizi segreti italiani e l’Flp.
Quanto ad Antonino Arconte, si era deciso ad uscire allo scoperto - prima con la causa a Strasburgo, e ora con il libro di prossima pubblicazione - proprio perché, dice, “così non avrebbe più senso uccidermi”. E racconta che il 28 febbraio 1993, mentre stava scalando le scogliere di Capo Marrargiu, due uomini che lo attendevano in cima, sul bordo della spianata dove aveva lasciato la sua auto, avevano tentano di farlo precipitare in basso. Ne era seguita una breve lotta, e i due erano spariti, mentre Arconte era andato ad Alghero a far medicare le sue ferite. “Non ho denunciato la cosa. Potevo dire che ero un ex gladiatore? E chi mi avrebbe creduto? E poi, in quel periodo ero sottoposto a una persecuzione di false accuse. Anche una denuncia per traffico di droga: cinque grammi di hashish. Dopo sentenze e appelli sono riuscito a dimostrare che l’accusa era falsa, e perfino chi l’aveva firmata ha dovuto riconoscere di averlo fatto senza sapere di cosa si trattasse. Ho dunque deciso di parlare, perché mi sento in pericolo. Molti, troppi di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti, e chi perfino suicidato”. La morte del colonnello Ferraro? “L’hanno trovato impiccato al portasciugamani del bagno di casa sua. Figuriamoci. Lui, un omone di un metro e novanta”.

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I servizi segreti sapevano, dunque, che Aldo Moro sarebbe stato rapito. E lo sapevano con un anticipo di almeno due settimane. Ma, ci si chiede ancora, quali servizi segreti? Una componente di Gladio (distinta dalla lista dei 622 nomi ufficialmente rivelata), con compiti del tutto diversi da quelli dello Stay Behind, cioè l’attesa di un’ipotetica invasione sovietica? In una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, e per conoscenza ai Presidenti del Senato e della Camera, del 4 aprile 2002, l’ammiraglio Falco Accame sottolinea “l’esistenza di una componente mai resa nota dell’organizzazione Gladio S/B che operava tra l’altro dalla sede della Direzione generale del Personale della Marina Militare (X Divisione S/B9, alle dipendenze del ministero Difesa Marina, e ciò a differenza della ‘Gladio conosciuta’ che dipendeva dalla Sezione Sad dell’ufficio R del Sismi (che dopo la riforma del 1977 divenne una Divisione del Servizio alle dirette dipendenze del Direttore del Servizio)… L’esistenza di questa componente di Gladio (forse circa 280 persone) di cui non si conoscono i nomi, che operava con compiti anche all’estero, compiti che non sono mai stati resi noti al Parlamento, compiti di destabilizzazione di governi esteri e di collegamento con il terrorismo mediorientale… Per quanto riguarda quindi la vicenda della strage di via Fani occorre conoscere se vi fu questo preavviso (forse legato a informative venute in precedenza dal Medio Oriente) e perché di conseguenza non sia stato possibile evitare la strage stessa. E infine perché in Italia nessuno è venuto a sapere dell’esistenza di questo preavviso. Con grande preoccupazione quindi si rilegge oggi quanto venne scritto sul settimanale L’Observer il 7 giugno 1992 in cui si affermava che, quanto al rapimento Moro la più grave accusa contro Gladio è ‘che vi ha cooperato o almeno non ha fatto nulla per prevenire’, e che… le Brigate Rosse erano profondamente infiltrate da agenti dei servizi segreti occidentali”.
Nell’articolo del settimanale britannico veniva citato il colonnello Oswald Le Winter, un agente della Cia, secondo il quale “la Direzione strategica delle Brigate Rosse era composta da agenti dei servizi segreti”.

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Alle 9 del 16 marzo 1978 il colonnello Camillo Guglielmi, dirigente di una sezione del Sismi, si trovava in via Fani. La sua presenza era stata rivelata nel 1991 da Pierluigi Ravasio, ex agente del servizio segreto militare, e Guglielmi, interrogato dalla Commissione stragi, l’aveva ammessa, sostenendo di trovarsi lì perché invitato a pranzo da un collega che abitava in via Stresa. A sua volta, il collega aveva riferito che Guglielmi si era presentato a casa sua poco dopo le 9, ma che non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo: del resto, non ci si presenta alle 9 per pranzare. Il colonnello si era intrattenuto con il collega qualche minuto, ed era tornato in strada, dicendo che “doveva essere accaduto qualcosa”.
Camillo Guglielmi, soprannominato “Papà”, era il superiore diretto di Ravasio, il quale aveva dichiarato che durante la sua attività nel Sismi si addestrava regolarmente a Capo Marrargiu (Cala Griecas), con due istruttori di Gladio, un maresciallo degli Alpini e un ufficiale di Marina.
Vi è di più. Si è più volte rilevato che quella mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, nel commando dei brigatisti si era distinto per rapidità, preparazione e precisione di tiro un personaggio che non risulta corrispondere a nessuno degli uomini di Mario Moretti individuati. Uno, o forse due. Il secondo in funzione d’appoggio. In un’interrogazione parlamentare dell’11 gennaio 1991, l’on. Luigi Cipriani ricordava che in via Fani erano stati ritrovati, dopo la strage della scorta e il rapimento di Aldo Moro, 39 bossoli ricoperti da una vernice protettiva, privi di data di fabbricazione, una caratteristica che - secondo un perito del Tribunale - indicava delle munizioni riservate a Forze statali non convenzionali. Come Gladio, per intenderci.
E allora, ecco che trarre delle conclusioni diviene davvero facile e difficile nello stesso tempo. Certo, esisteva un Sismi-Gladio che operava, in quasi assoluta autonomia, non si sa bene per conto di chi. Persino di quel Simm (Servizio informazioni Marina Militare) citato nel documento che avrebbe dovuto essere immediatamente distrutto, si è sempre ignorata ufficialmente l’esistenza. Misteri della burocrazia militare? Forse. Però, non sarebbe fuori luogo spiegare, anche a distanza di 24 anni, come sia potuto accadere che una branca dei servizi segreti (che si chiamasse Gladio, o in altro modo) avesse previsto un’azione terrorista che avrebbe sconvolto e condizionato la vita del Paese, tessendo poi attorno a questo evento una rete di omissioni, di menzogne, di depistaggi. È lecito ipotizzare che la missione a Beirut dell’agente G71 servisse ad innescare un gioco delle parti che avrebbe potuto riuscire utile in seguito, durante i giorni e le settimane della prigionia di Moro?
Ma chi era a “giocare”? Più che un sospetto, una convinzione si impone: qualcuno ha lasciato fare, qualcuno è intervenuto affinché “la cosa” fosse fatta, qualcuno ha operato per impedire che la prigione di Moro fosse trovata. Qualcuno. E Gladio, in fondo, sembrerebbe essere solo un nome di comodo.

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