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Dicembre/2012 - Articoli e Inchieste
Non una di più
Femminicidio: dati, storie e battaglie di una strage silenziosa
di Lorenzo Baldarelli

Un neologismo nato anche per dire basta
ad ogni forma di discriminazione e violenza
di genere. I numeri e le singole vicende
ci raccontano di donne costrette a pagare
con la vita la scelta di essere se stesse, e non
quello che i loro partner, gli uomini
o la società vorrebbero che fossero


Nell’assordante silenzio della politica, le cronache riportano sempre più spesso di donne costrette a pagare con la vita l’odio degli uomini. Nel 2012, sono state uccise più di cento donne, una ogni due giorni.
I dati di Telefono Rosa sono confermati da quelli dell’Istat: sebbene negli ultimi vent'anni si sia verificato un calo del numero generale dei reati violenti di circa un terzo, gli omicidi in cui le vittime sono donne fanno registrare preoccupanti picchi. Nel 2010 le donne uccise sono state 156; nel 2009 erano state 172; nel 2003 192 vittime. La presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, non ha esitato a definirla «una mattanza che non può più essere possibile in un Paese civile».

L’analisi dei dati
Lo studio ‘Uomini che uccidono le donne. Indagini sul femicidio in Italia’, prodotto dalla ‘Casa delle donne’, riporta tutti i casi di femminicidio «avvenuti in Italia nel corso del 2011 a partire dalla cronaca della stampa locale e nazionale»; considerando «i casi di uccisione di donne italiane e straniere, maggiorenni e minorenni, uccise per motivi di genere, escludendo soltanto l’infanticidio che merita considerazioni particolari».
Lo studio, citato anche da Rashida Manjoo, Special Rapporteur dell’Onu, ha registrato 120 casi di femminicidio, dato ritenuto ampiamente sottostimato dalle stesse curatrici «dal momento che la raccolta dei dati che presentiamo si basa esclusivamente sui mezzi di informazione, ossia quotidiani nazionali e locali ed agenzie di stampa, nei quali non sempre sono rintracciabili tutti i casi realmente accaduti, e questo in particolare per i delitti di donne vittime di tratta o legate al mondo della prostituzione. Il numero del sommerso cresce inoltre se si considera la presenza in Italia di donne senza permesso di soggiorno, la cui eventuale scomparsa non viene denunciata, a meno che non venga ritrovato il corpo della vittima».
Nel 2011 sono state registrate 15 nazionalità diverse tra le vittime di femminicidio, ovvero le nazionalità che caratterizzano l’immigrazione in Italia. Ma il dato più interessante, o forse il più preoccupante, è che la percentuale preponderante (70,83%) di vittime è rappresentata da donne italiane, seguite, con grandissimo distacco, da donne di origine romena (7,5 %), marocchina (5,8%) e cinese (2,5%).
Anche le percentuali legate alla relazione uomo-donna, descrivono un mondo di violenza quasi del tutto famigliare e privato.
Nella maggior parte dei casi il “male” proviene da chi ci dovrebbe amare. In generale, infatti, gli autori dei delitti sono ex/mariti, ex/fidanzati, ex/conviventi, padri, fratelli, figli, nipoti, conoscenti quali per esempio vicini, amici, generi, nonni e cognati. «Su di un totale di 21 categorie - afferma lo studio -, 20 di queste registrano un grado di conoscenza più o meno intima della donna nei confronti dell’autore. Spicca il primato della voce “marito” che rappresenta il 30,83% del totale, seguita dall’ex fidanzato (9,17%), convivente (6,67%), fidanzato (5,83%) ed ex marito e compagno (entrambi 4,17%). Riscontriamo poi vari gradi di parentela, in cui i figli (6,67%) ricoprono una percentuale abbastanza elevata. I casi di uccisione per mano di sconosciuti invece rappresentano il 3,33%».

Mobilitazione planetaria
A Ginevra, durante la 20a sessione dei Diritti umani delle Nazioni Unite, è stato presentato il ‘Rapporto sulla violenza di genere in Italia’ e il ‘Rapporto tematico sul femminicidio’, in cui viene chiaramente affermato che «la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani».
Nei rapporti si chiarisce che «dovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni».
La già citata Rashida Manjoo, nella sua relazione, lancia un allarme: «a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti», spesso questi delitti sono «culturalmente e socialmente radicati» e «continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati». Oltretutto, nel descrivere tali delitti, si continua spesso a usare categorie stereotipate e discriminatorie: «delitti passionali» in Occidente e «delitti d’onore» a Oriente. Rashida Manjoo chiarisce che gli omicidi non sono «incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto di un continuum di violenza».

Storie
Come detto spesso, i media, per semplice ignoranza o disattenzione, catalogano gli assassinii di donne sposate o amanti come “delitti passionali”. Luisa Betti, giornalista esperta di violenze su donne e bambini, il 28 agosto scorso ha raccontato l’emblematica storia di Maria Anastasi, già madre di tre figli adolescenti e incinta di nove mesi. Il suo corpo fu trovato nelle campagne di Erice in provincia di Trapani in Sicilia. «Ad ucciderla - spiega Luisa Betti - è stato il marito, Antonio Savelli, che ha fornito ai magistrati due versioni contrastanti in cui nella prima coinvolgeva i figli, che hanno smentito il padre, e nella seconda accusava la moglie di avere un’altra relazione».
Dalle indagini, invece, emerse che l’assassino aveva «una storia parallela» e che «da mesi aveva imposto alla moglie e ai figli la convivenza con l’amante, che era andata a vivere nella loro casa. Secondo quanto ricostruito dai pm, dunque, l’assassino si sarebbe allontanato in auto con la moglie e dopo l’ennesima lite l’avrebbe colpita verosimilmente con un bastone alla testa, l’avrebbe tramortita e poi avrebbe dato fuoco al corpo». Maria Anastasi era tenuta da tempo «in uno stato di soggezione» dal marito che non di rado la picchiava. Un femminicidio, quindi, tutt’altro che “passionale”.
Emblematica anche la morte di Vanessa Scialfa, uccisa a 21 anni dal compagno a Enna. Il motivo? Aver pronunciato il nome dell’ex. Qui di passionale non c’è nulla, questa orrenda storia ci racconta come spesso sia tollerato, anche dalla cultura mainstream, il rapporto gelosia-amore. La gelosia non è sinonimo di amore, più che altro è sinonimo di possesso, peccato che le persone non si possiedano.

Reazioni
«I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. È ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza.
Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi femminicidi». Sono queste le parole che introducono la petizione (si può firmare su questo sito: http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2012N24060) lanciata da "Se non ora quando". Come seconda firmataria c’è Susanna Camusso, leader della Cgil, che in un appello al governo rilancia: «Non va permesso che vengano chiusi i centri anti-violenza, i luoghi dove ci sono le professionalità per accogliere e aiutare le donne e i loro figli. Ricominciamo da qui, da questa rete insostituibile, diamo respiro a chi sa fare questo lavoro e lo fa da tanti anni».
Il segretario della Cgil rivolge la sua chiamata alla ministra per le Pari Opportunità Elsa Fornero contro i tagli che stanno mettendo a rischio gran parte dei centri di accoglienza per le donne e i bambini maltrattati in tutto il Paese. «Ho condiviso e sostenuto l’appello “Mai più complici”: è stata un’iniziativa che ha permesso di prender posizione a chi non riteneva di poterlo fare». Oggi, continua la Camusso, «va posto il tema di come andare oltre la ribellione delle coscienze, come andare avanti per individuare le misure efficaci di contrasto alla violenza».
Nel mese di novembre, inoltre, associazioni che lavorano in tutta Italia contro la violenza di genere, hanno lanciato una Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio, caratterizzata dal motto: «No More femminicidio!».
La convenzione, come riporta la già citata Luisa Betti, «mette sul piatto l’idea di una sorta di Stati generali», «promuovendo una mobilitazione permanente fatta di incontri, eventi e iniziative per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che accade oggi in Italia».
«La Convenzione - spiga la giornalista - fa appello alle realtà nazionali e locali, alle singole persone, a chi vuole che questa mattanza abbia fine»; si chiede inoltre alle Istituzioni «di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e l’immediata revisione del Piano stesso». Tra le molteplici richieste (è possibile leggerle tutte qui: http://convenzioneantiviolenzanomore.blogspot.it), la più interessante per il Comparto Sicurezza riguarda la «formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere».

Conclusioni
Il femminicidio rappresenta l’espressione estrema e spesso la sola visibile della violenza di genere che, a dispetto delle tesi giornalistiche, non è un’emergenza, «ma un fenomeno strutturale di una società che pone uomini e donne in una relazione di disparità».
Per contrastarlo non bastano gli appelli e nuove forme di sensibilizzazione, le Istituzioni pubbliche di questo Paese dovrebbero sollecitare indagini ad ampio spettro su questo fenomeno, conoscere aiuterà a creare migliori politiche preventive.
Oltre alla conoscenza serve però anche la legge e i fondi per farla rispettare. Tutte le associazioni vicine al problema chiedono che in tempi brevissimi sia ratificata la Convenzione del Consiglio d’Europa firmata a Istanbul, tale convenzione vincola i «Paesi aderenti ad azioni e iniziative importanti di contrasto alla violenza sulle donne». Servono poi finanziamenti adeguati per far continuare a lavorare, magari potenziandoli, tutti i centri antiviolenza aderenti alla Rete nazionale.
In effetti di fronte ai 'numeri' della violenza sulle donne in Italia, è legittimo chiedersi cosa bisogna ancora aspettare per dare un prolungato segnale culturale a questo Paese.

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