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settembre/2002 - Interviste
Immigrazione
Intervista
di Ettore Gerardi

Dietro i clandestini, le organizzazioni criminali
Rachele Schettini,funzionario della Polizia di Stato e presidente del sindacato Coisp, risponde ad alcune domande a proposito dei flussi clandestini nel nostro Paese e sulle linee di contrasto messe in atto con la recente legislazione. Solidarietà ed accoglienza e serrato contrasto all’illegalità

Allo stato, qual’è la situazione dell’ingresso clandestino nel nostro Paese di persone provenienti da tutto il mondo?
L’Italia, per la sua posizione geografica, che la rende frontiera esterna dell’area Schengen, subisce in modo esponenziale l’impatto dell’immigrazione clandestina, fenomeno epocale che ancora non tende a regredire. Sono evoluti due diversi aspetti del fenomeno, che tuttavia bilanciandosi, non modificano il quadro generale.
Se da una parte la sempre più stretta sorveglianza delle coste anche con l’ausilio di navi della Marina Militare, che concorre nella attività di Polizia, ha rallentato la frequenza degli sbarchi, dall’altra il nostro Paese è sempre più considerato come luogo di arrivo e non più di transito per le mete del centro Europa, come avveniva fino a qualche tempo fa.
Si può dire, rispetto al passato, che le misure di rinvio nei loro paesi di origine, sono più consistenti, anche se dolorosi?
Le espulsioni degli stranieri irregolari con accompagnamento alla frontiera, sono il risultato non solo dell’attività di contrasto all’immigrazione clandestina ad opera delle Forze di polizia, ma anche di accordi bilaterali di cooperazione tra le autorità italiane e quelle dei paesi riceventi, cui compete, tramite le loro rappresentanze diplomatiche in Italia, l’onore del lasciapassare, per rendere effettivi i rimpatri. Tali accordi, che si aggiungono alla politica comunitaria sulla immigrazione, introdotta ufficialmente con il Trattato di Amsterdam nel 1999, consentono ai paesi terzi che collaborano per infrenare i flussi migratori illegali ed al contrasto delle organizzazioni criminali operanti nella immigrazione clandestina, una serie di vantaggi soprattutto per favorire ingressi regolari dei loro cittadini.
Fra le misure prese per contrastare il fenomeno e per identificare in maniera certa i clandestini c’è anche quella delle impronte digitali. Come giudica tale novità?
Sull’obbligo degli stranieri extracomunitari a sottoporsi al rilevamento delle impronte, previsto dalla nuova discplina sulla immigrazione, di recente approvata in Parlamento, si è sollevato, a mio avviso, un inutile polverone che ha confuso le idee al normale cittadino. Forse perché la norma ha offerto l’ennesima occasione per scontri politici che poco tengono in conto la vera realtà delle cose.
Anche la legislazione finora in vigore consentiva, ogni qualvolta era incerta l’identità dello straniero, il rilevamento delle impronte e quindi il tutto avveniva già da tempo senza alcuna eco esterna.
Inoltre, è da sottolinerare che, con l’acuirsi, a livello nazionale, della minaccia terroristica, le strategie per alzare il livello di sicurezza, prevedono tecniche di identificazione, cui dovranno sottoporsi tutti, sempre più sofisticate, con l’utilizzo della biometrica, cioè la misurazione di quelle caratteristiche biologiche che sono uniche in ogni persona.
Le tecniche biometriche già utilizzate che tra breve conosceranno una applicazione sempre più ampia, prevedono il riconoscimento tramite le strutture dell’iride, del palmo della mano, della voce, della fisionomia facciale, eccetera.
Nel prossimo futuro sarà elemento indispensabile per la sicurezza collettiva, la identificazione, con metodi sempre più sofisticati, di ogni singola persona, cittadino o no, circolante sul territorio.
Si comprende, quindi, la vacuità del clamore sollevato sulla questione.
La discriminazione tra cittadino italiano e straniero non si contrasta sottoponendo gli uni e gli altri al rilevamento delle impronte, bensì con politiche e programmi finalizzati alla integrazione socio-culturale di coloro che hanno scelto di realizzare il progetto di vita sul nostro territorio, pur nel rispetto della multiculturalità di cui essi sono portatori.
Può tracciare una analisi sulla provenienza dei flussi più consistenti di clandestini in Italia?
Registriamo i più consistenti flussi migratori da Maghreb (cioè paesi del Nord Africa occidentale), Cina, Albania, ex repubbliche sovietiche, cui fanno seguito altre zone dell’Africa, dell’America latina, del Medio e dell’Estremo Oriente.
Tutto il sottosviluppo economico del mondo riversa masse di popolazioni nelle nostre regioni, con diversificata consistenza, sia nelle aree metropolitane che in quelle rurali.
Da qui la necessità di affrontare la questione, per la sua complessa portata di natura strutturale e non più emergenziale, non solo sotto il profilo della repressione di Polizia, troppo riduttivo, rispetto alla necessità di interventi di altra natura. Occorre che il Paese si predisponga alla trasformazione della società civile da nazionale a multietnica ed anche alla luce dei dibattiti politici che si susseguono, non si colgono segnali di tale portata.
Oltre a conoscere l’origine dei flussi migratori, le Forze di polizia sono oggi in grado di ricostruire la rete criminale che spesso presiede e organizza i viaggi di persone disperate in cerca di fortuna nei paesi ricchi?
Si registrano con sempre maggiore frequenza positive conclusioni di indagini delle Forze di polizia finalizzate a individuare e stroncare organizzazioni dedite allo sfruttamento della immigrazione clandestina. Sfatiamo definitivamente l’immagine dello straniero che arriva da solo o in gruppi, superando tutti i controlli di frontiera, con la propria abilità.
Gli ingressi clandestini sono quasi sempre opera di organizzazioni criminali internazionali, con basisti in più paesi, che approfittando della disperazione e dell’aspirazione ad una vita migliore di popolazioni in stato di stringente bisogno economico, predispongono i viaggi della speranza in tutte le loro tappe, con profitti altissimi, tanto che la tratta degli esseri umani a fini di sfruttamento ed il favoreggiamento della immigrazione clandestina, costituiscono il più grande affare criminale di questo primo scorcio di secolo.
Per fronteggiare e contrastare ancor più adeguatamente il fenomeno occorre una sinergia delle Forze di polizia a livello europeo, anche con un ampliamento delle competenze di Europol ed in tale proiezione si muovono le indicazioni degli organi comunitari allorquando affrontano le tematiche della sicurezza.
Quanto pesa lo sfruttamento sessuale e della manodopera nei traffici clandestini di uomini e donne?
Quando i clandestini non possono pagare le somme richieste dalle organizzazioni criminali per espatriare, diventano sin da quel momento veri e propri schiavi dei trafficanti, sottoposti a violenze psichiche e fisiche, addirittura venduti all’interno delle stesse organizzazioni, fino alla costrizione alla prostituzione oppure al lavoro nero senza retribuzione.
Si sono configurati in questi anni reati estinti da secoli, come la tratta degli esseri umani che il nostro Codice penale non prevede e la riduzione in schiavitù, che ha dato reviviscenza agli articoli 600 e seguenti del Codice Rocco.
Organizzazioni nigeriane ed albanesi sono le più agguerrite sul nostro territorio per lo sfruttamento sessuale di ragazze anche minorenni, di colore, e dell’Europa dell’Est, mentre è più ricorrente lo sfruttamento del lavoro nero da parte di sodalizi di cinesi nei confronti di loro connazionali.
L’attuazione, da parte di uffici di Polizia, dell’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione attualmente in vigore, ha prodotto risultati insperati, consentendo di aprire squarci investigativi all’interno di realtà criminali, chiuse ed inaccessibili e di sottrarre definitivamente le vittime dalla condizione di violenza e sfruttamento.
La norma prevede la possibilità, per gli stranieri che dichiarano la loro condizione di sfruttamento, accettano un percorso di assistenza ed integrazione sociale e che corrono per tale dissociazione pericolo per la stessa incolumità fisica, di ottenere uno speciale permesso di soggiorno, denominato di protezione sociale e di cambiare definitivamente la loro vita.
Si realizza anche, nell’applicazione di tale normativa, una sinergia senza precedenti tra gli operatori di Polizia e le associazioni non profit, collegate alle istituzioni territoriali, incaricate a realizzare i programmi di protezione ed inserimento sociale.
È attivo, a livello nazionale, un numero verde, 800-290290, per le vittime dello sfruttamento, che vogliono essere aiutate a liberarsi dalla condizione di schiavitù.
Infine una domanda specifica a lei, impegnata nel settore, oltre che nel sindacato: cosa ne pensa della legge Bossi-Fini di recente approvata? Le norme sulla regolamentazione produrranno effetti positivi ai fini del contrasto alle varie forme di illegalità collegate alla condizione di clandestino degli stranieri?
Nel suo complesso la legge Bossi-Fini, che entrerà in vigore alla fine di agosto, è finalizzata a contenere le presenze clandestine sul territorio ed a collegare il titolo di permesso alla effettiva condizione di lavoratore dello straniero, ferme restando tutte le altre possibilità collegate allo studio, alla salute, alla minore età, al ricongiungimento familiare, ecc. Rimane inalterato tutto l’impianto già menzionato per i permessi di protezione sociale.
Per la piena realizzazione del nuovo sistema - a mio avviso - devono concorrere anche i datori di lavoro che, specie nelle regioni del Sud, non hanno a loro volta la cultura della legalità, scegliendo deliberatamente di utilizzare mano d’opera straniera in nero.
Anche la regolarizzazione di colf, badanti e la emersione dal lavoro nero, che potrà essere avviata con un decreto legge previsto contestualmente all’entrata in vigore della nuova disciplina, dovrà fare i conti, per produrre concreti effetti, con tali dati di fatto.
Il rischio collegato alla emersione è quello della presentazione di falsi contratti di lavoro, alimentati dal fiorente mercato illegale che si muove intorno al bisogno del clandestino di regolarizzare la sua presenza in Italia. Spetterà agli organi di Polizia, che nella nuova disciplina sono più chiamati al controllo delle illegalità, piuttosto che ai compiti amministrativi, il monitoraggio e l’intervento di contrasto.
Un’ultima considerazione: solidarietà, accoglienza e serrato contrasto alle illegalità nel prossimo futuro dovranno saper convivere nella applicazione ed osservanza delle norme, ma soprattutto nella comune coscienza civile, che piuttosto di dividersi tra eccessive tolleranze o atteggiamenti di forte discriminazione dovrebbe riuscire a coniugare l’accettazione della società multietnica con il riconoscimento della necessità di instaurare e garantire sistemi che riducono gli spazi di illegalità e criminalità, soprattutto anche ai fini della sicurezza del Paese.
(Intervista a cura di Ettore Gerardi)

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