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settembre/2002 - Interviste
Genova
La lezione della Diaz
di Carlo Gubitosa

A distanza di un anno dalla sanguinosa perquisizione nell’istituto “Pertini” (ex Diaz), alcuni ragazzi feriti e arrestati durante quell’azione si sono confrontati con un gruppo di sindacalisti della Polizia di Stato

La mattina del 22 luglio 2001 sono entrato nella scuola Pertini (ribattezzata “scuola Diaz” dai mezzi di informazione, che hanno utilizzato il vecchio nome dell’istituto riportato sulla facciata) per vedere con i miei occhi i segni lasciati “sul campo” al termine della discussa operazione di Polizia giudiziaria effettuata la notte precedente.
Su questo episodio la magistratura sarà chiamata ad esprimersi nei prossimi mesi, ma già da oggi l’azione degli agenti entrati in quella scuola può essere valutata con dati crudi ed espliciti: per effettuare 93 arresti (80 dei quali non sono stati convalidati dall’Autorità giudiziaria, che ha disposto misure di custodia cautelare solo per uno dei rimanenti tredici arrestati), ci sono stati 62 feriti, tre prognosi riservate, polmoni sfondati, arcate dentali mandate in frantumi e tanto, troppo sangue, quel sangue che tutte le persone presenti a Genova in quei tragici momenti (me compreso) hanno potuto vedere sui muri, sui pavimenti, sui termosifoni e sui mobili della scuola Pertini.
A partire da quelle pozze di sangue, che ho visto con i miei occhi e che successivamente sono state descritte come “ferite pregresse”, salsa di pomodoro o mercurocromo, qualcosa è cambiato nel nostro Paese, nel nostro rapporto con le Forze dell’ordine, nel clima di fiducia che fino a quel momento aveva unito i cittadini in borghese ai cittadini in divisa.
L’indignazione, la delusione e lo sdegno per i fatti di Genova, se non vengono utilizzati come un punto di partenza per un cambiamento costruttivo, rischiano di trasformarsi in rabbia e di alimentare quella spirale di violenza iniziata alle 10,30 del 20 luglio 2001, quando nel capoluogo ligure un gruppo di ragazzi a viso coperto invade piazza Paolo da Novi per procurarsi sassi e pezzi di asfalto da lanciare contro le Forze dell’ordine.
Per dare una occasione di testimonianza costruttiva ai “ragazzi della Diaz” e per valorizzare l’impegno di chi all’interno della Polizia si batte per affermare un modello di ordine pubblico diverso da quello orchestrato a tavolino in base a interessi politici, il mensile “Altreconomia” e l’associazione nonviolenta “PeaceLink” hanno organizzato un incontro che si è svolto il 14 luglio scorso a Genova presso il Palazzo San Giorgio.
Quest’incontro non è stato un “lieto fine”, ma un “triste inizio”. Triste perché anche a distanza di un anno la violenza di Genova segna ancora fortemente la vita di chi l’ha subita e vissuta per strada, ma pur sempre un inizio, un necessario punto di partenza per uno scambio di esperienze tra cittadini e poliziotti senza la mediazione dei partiti politici o dei mezzi di informazione. Un incontro faccia a faccia, che ha permesso ai ragazzi feriti di descrivere la loro esperienza e a vari poliziotti di esprimere il loro disagio per una violenza in cui non si riconoscono.
Dopo aver visto il sangue sui muri della scuola, la stretta di mano tra i ragazzi e i poliziotti che hanno partecipato all’incontro mi ha dato una grande speranza per un cambiamento possibile, per un futuro in cui quei ragazzi potranno di nuovo associare l’immagine di una divisa alla scorta di Giovanni Falcone e non a quella traumatica notte del 21 luglio. Quella stretta di mano, tuttavia, non è stata gratuita. I poliziotti presenti a Palazzo San Giorgio hanno pagato quel gesto di rispetto con le loro parole di verità, parole che onorano la Polizia proprio perché dimostrano che la nostra democrazia è abbastanza matura da non dover nascondere la testa sotto la sabbia per nascondere gli errori delle Forze dell’ordine.
Nella scuola Diaz non sono stati picchiati solo giovani. Arnaldo Cestaro, un anziano signore con i capelli bianchi presente all’incontro di Palazzo San Giorgio racconta che “quella sera alla Diaz m’ero già addormentato, e sento un gran rumore: madonna, ho detto, saranno mica i black bloc? Invece era la Polizia, la nostra Polizia. Sono stato il primo a prendere le botte. Prima da uno, poi da un altro, perché siamo nella democrazia dell’alternanza. Gridavo: ‘basta!’. Mi hanno rotto un braccio e una gamba”. Quel braccio e quella gamba non sono ancora guariti, e per incontrare i suoi compagni di sventura e i sindacalisti di Polizia Arnaldo ha deciso di rimandare una nuova operazione che a distanza di un anno avrebbe dovuto rimettere in sesto alcune ossa saldate in maniera sbagliata.
Sara Bartesaghi, un’altra ragazza arrestata nella scuola, dopo aver preso la parola lancia un appello: “A me piacerebbe sapere che ci sono dei poliziotti nonviolenti. E ci credo. Io quella sera mi stavo lavando i denti, ho visto la loro voglia di fare del male: ci godevano a picchiare. Se qui c’è qualche poliziotto che non è così, lo dica”. Rita Parisi, del Siulp di Bologna, risponde a Sara: “Voglio rassicurarti. I poliziotti che stanno qui, come tanti altri, si sono vergognati di quello che è successo alla Diaz”.
Aldo Tarascio, membro del Silp, non si limita a mettere in discussione la gestione dell’ordine pubblico dal punto di vista operativo, ma esprime anche un forte giudizio politico: “Genova non ha rappresentato un incidente di percorso, ma una linea di demarcazione. A 20 anni dalla smilitarizzazione del Corpo di Polizia, la parola d’ordine ‘prevenzione’ è stata sostituita da un altro imperativo: ‘repressione’. E così la Polizia si è trasformata da organo dello Stato in organo del governo. O meglio, di uno o due partiti del governo”.
Un altro membro del Silp, Francesco Carella, dopo aver confessato la sua titubanza e i suoi timori per la partecipazione ad un incontro con una platea potenzialmente “ostile”, si è dichiarato contento di aver incontrato i ragazzi feriti nella scuola, e ha contribuito al dibattito facendo presente che le Forze dell’ordine non sono un mondo isolato, ma risentono fortemente del livello di civiltà delle istituzioni nel loro complesso, un livello che negli ultimi tempi non sembra eccessivamente alto, al punto che Carella definisce “democrazia malata” una democrazia in cui i cittadini sono rappresentati da un Parlamento con una altissima percentuale di persone pregiudicate o inquisite, presenti in entrambi gli schieramenti.
La madre di Carlo Giuliani è intervenuta per ricordare ai poliziotti che disobbedire è possibile: “Avevo l’età di Carlo, ero nel Pci. Ad un picchetto di commesse della Standa un funzionario di Polizia con la fascia ordinò la carica. I poliziotti incrociarono le braccia. Sono 12 mesi che aspetto qualcuno con quel senso di umanità, che si alzi in piedi e denunci”.
Mark Covell è un giornalista inglese che all’arrivo delle Forze dell’ordine non si trovava nella scuola, ma per strada, ed è stato il primo ad essere raggiunto e successivamente ricoverato con lesioni molto gravi, tra cui lo sfondamento di un polmone. Anche lui è stato presente a questo incontro, spiegando che “non mi sento ancora pronto per accettare le scuse delle Forze dell’ordine”, ma la sua presenza e la sofferenza con cui ha ricordato la sua esperienza hanno rafforzato nei presenti la convinzione che le uniche armi efficaci per lottare contro la violenza e abbattere i muri che separano i contestatori pacifici dai poliziotti democratici siano il dialogo, la parola, l’incontro tra persone e non lo scontro ideologico tra gruppi.
Fabio Occhi, Segretario generale del Silp per la Liguria, mette in evidenza i limiti culturali che derivano dalla mancata conoscenza dell’“altro”, affermando che “dobbiamo uscire tutti dal ghetto in cui molti di noi vi vedono come quelli che tirano le pietre e voi ci vedete solamente come quelli che usano il manganello”. Secondo Occhi la sfida contro alla “zona rossa” è stata un grave errore strategico commesso dai contestatori, che ha giustificato la repressione di chi ha cercato lo scontro a tutti i costi.
Oltre ai ragazzi presenti nella scuola e ai sindacalisti di Polizia, all’incontro sono state invitate anche altre persone autorevoli che hanno cercato di ragionare sui problemi sociali messi tragicamente in evidenza dai fatti di Genova. Marco Poggi, ex infermiere penitenziario di Bologna, inviato a Bolzaneto durante i giorni del G8, dopo aver raccontato semplicemente le cose che ha visto (una intervista a Poggi è apparsa sul numero di aprile di questa rivista) è stato oggetto di pressioni e che lo hanno spinto ad abbandonare il suo lavoro: “E intanto quelli che hanno torturato i ragazzi sono ancora lì”, conclude amaramente, aggiungendo che “è incredibile che uno venga considerato un eroe solamente per aver detto la verità. A tutti i ragazzi che rischiano di essere catturati nella trappola dell’odio Poggi lancia un appello: “Ragazzi, protestate per costruire, ma non distruggete per protestare”.
Salvatore Palidda, docente di Sociologia della devianza presso l’Università di Genova, si dichiara pessimista, e traccia un quadro politico caratterizzato dai chiari segnali di una “involuzione autoritaria”, i cui “sintomi” non sono solamente i fatti di Genova, ma anche la politica sicuritaria degli ultimi anni e il “doppio binario” della giustizia che ha come conseguenza la depenalizzazione dei reati legati al grande capitale, e il parallelo atteggiamento repressivo nei confronti delle categorie non tutelate.
Peppe Sini, del Centro di ricerca per la Pace di Viterbo, è invece più ottimista, e descrive le grandi risorse che la cultura nonviolenta potrebbe mettere a disposizione delle Forze dell’ordine, dando uno strumento in più a chi si occupa della gestione dell’ordine pubblico. Alcune tecniche della nonviolenza utilizzate, ad esempio, da chi partecipa a missioni di interposizione disarmata in zone di conflitto, permettono di approfondire la gestione emotiva della paura, della rabbia, dell’aggressività e del senso di impotenza, stati d’animo che caratterizzano anche l’azione delle Forze di Polizia impegnate in servizi di ordine pubblico. Queste competenze, in aggiunta a quelle di carattere tecnico-militare, potrebbero entrare a far parte del percorso formativo delle Forze dell’ordine se venisse approvato un progetto di legge, descritto da Sini durante il dibattito, già depositato in Parlamento e sottoscritto trasversalmente da parlamentari di vari schieramenti.
Un altro disegno di legge esaminato durante l'incontro è quello che prevede l’identificazione degli operatori delle Forze dell’ordine tramite un codice personale da stampare su caschi e uniformi per determinare in maniera univoca la responsabilità di eventuali azioni illecite commesse durante le operazioni di ordine pubblico, un provvedimento che dimostrerebbe con una azione concreta che le Forze dell’ordine non hanno nulla da nascondere, che chi ha avuto il mandato dai cittadini di far rispettare la legge sa farla rispettare anche quando a violarla sono dei colleghi, e che il livello di professionalità e di rispetto dei diritti umani e costituzionali della Polizia italiana è almeno pari a quello degli altri paesi d’Europa e del mondo dove questi sistemi di identificazione sono già stati adottati.
Tutti i propositi e le speranze espressi durante questo incontro, tuttavia, necessitano di uno sforzo congiunto per continuare ad ascoltare la voce di chi ha subito una repressione che non meritava, e per non lasciare soli i poliziotti che, tra l’ostracismo dei colleghi e le critiche generiche di un’opinione pubblica poco allenata a distinguere le varie “anime” della Polizia di Stato, si impegnano per affermare l’idea di una Polizia meno militarizzata e più vicina ai cittadini, meno violenta e più professionale.
Questi poliziotti hanno bisogno di sostegno per continuare ad andare controcorrente e scardinare dall’interno i meccanismi che lasciano spazi aperti alla violenza e quei comportamenti sbagliati che danneggiano tutti, non solo chi ha subito violenza gratuita. Un primo passo in tal senso può essere fatto migliorando quella conoscenza delle componenti pacifiche del movimento antiglobalizzazione che è l’arma migliore per individuare e isolare la minoranza violenta.
Solo attraverso la conoscenza, il dialogo e l’incontro diretto si potrà fare in modo che i sindacati di Polizia diventino sempre più uno strumento trasparente di collegamento e di contatto con i cittadini, abbandonando quella chiusura e quegli atteggiamenti corporativi che danneggiano non solo la società civile, ma anche e soprattutto i poliziotti.
Una delle testimonianze che mi ha colpito di più è stata quella di Lorenzo Guadagnucci, il giornalista de “Il Resto del Carlino” ferito durante l’azione nella scuola Pertini. Con il suo corpo marchiato per sempre dalle cicatrici e dalle manganellate e con una accusa di associazione a delinquere ancora in sospeso, Lorenzo continua a dichiarare che “io voglio avere fiducia nelle Forze dell’ordine”, facendoti capire che la sua non è una illusione o la pia intenzione di una anima bella, ma l’ostinata rivendicazione di un diritto che ci spetta in quanto cittadini: il diritto di poterci fidare ciecamente della nostra Polizia.
Probabilmente la Polizia in cui crede Lorenzo, e in cui vogliamo poter credere tutti, è quella descritta dal maestro della nonviolenza Mohandas Gandhi in uno scritto del 1940, dove Gandhi afferma che “ho ammesso che anche in uno stato nonviolento potrebbe essere necessaria una Forza di polizia. [...] Non ho il coraggio di affermare che potremo fare a meno di una Forza di polizia come lo affermo riguardo all’esercito. [...] La Polizia che io concepisco, tuttavia, sarà di tipo totalmente diverso da quella oggi esistente. Le sue file saranno composte da seguaci della nonviolenza. Questi saranno i servitori e non i padroni del popolo. Il popolo darà loro spontaneamente tutto il suo aiuto e grazie alla reciproca collaborazione, essi saranno in grado di far fronte con facilità ai disordini, che saranno peraltro in continua diminuzione. [...] Di fatto i poliziotti saranno dei riformatori. Il lavoro della Polizia riguarderà essenzialmente i ladri e i banditi”.
A partire da Genova qualcosa si sta muovendo, e anche al di fuori del cosiddetto “movimento no-global”, nelle istituzioni e nella Polizia, c’è un forte movimento di cittadini che credono fortemente nei valori della democrazia, della giustizia e della legalità, accomunati dalla speranza in una società dove i “poliziotti riformatori” possano costruttivamente collaborare con i cittadini per risolvere i conflitti tra il lavoro e il capitale, tra gli interessi di otto paesi e le necessità di tutto il mondo, tra la voglia di cambiare in meglio e la resistenza al cambiamento.

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