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settembre/2002 - Interviste
Terrorismo
New York, 11 settembre
di Francesco Neri

In un libro del giornalista Gianni Riotta, rivivono gli attimi drammatici che, giusto un anno fa, sconvolsero l’America e il mondo intero

“Berry Berenson, attrice, cinquantatre anni. Tara Creamer, trent’anni. Thelma Cuccinello, trentaquattro anni. Alex Filipov, settant’anni. Jesus Sanchez, steward, trentacinque anni. Peter Hanson, Susan Hanson e la loro figlia Christine, due anni. James Haud, impiegato, ventisette anni. Gary Bailey, detto Asso, cineasta, quarantasette anni. Lynn Goodchild, venticinque anni. Juliana Valentine McCourt, quattro anni. Charles Falkengerger, quarantacinque anni, insegnante. Ecco il cuore del potere imperiale che i terroristi hanno colpito distruggendo… le Torri Gemelle di New York City e bombardando il Pentagono…” Queste sono solo alcune vittime, inermi e innocenti, dello spaventoso attacco, un anno fa, che ha deturpato per sempre la skyline della Grande Mela. Persone, uomini, donne, giovani e anziani colpevoli, forse, solo di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Eravamo abituati a identificare il cuore dell’economia mondiale con quelle due torri, eravamo abituati a vedere, nei film, nelle fotografie e nei poster, oltre all’Empire, quelle mastodontiche costruzioni e considerarle gioielli dell’architettura moderna. Eravamo abituati a riconoscere Manhattan dal profilo di quei due grattacieli. Ora in quella zona della città dove ha sede la più grande borsa valori del mondo c’è un grande vuoto, Ground Zero, Livello Zero appunto. Quelle due città verticali sulla punta dell’isola bagnata dal fiume Hudson river e disegnate da un giapponese, dopo essere state colpite da due aerei, si sono sgretolate, come liquefatte. Il bilancio è pesante: più di cinquemila tra morti e dispersi, più di seimila i feriti. “Bambine, mamme, lavoratori, casalinghe: ecco il cuore del capitalismo mondiale, lo Stato maggiore della globalizzazione che sfrutta i poveri e opprime il Terzo Mondo. Peter Ganci, il capo dei pompieri, il suo cappellano, l’anziano padre Mychal Judge, sepolti dalle macerie mentre cercavano di salvare gli innocenti pigiati sulle scale dell’World Trade Center: 260 vigili del fuoco e agenti già dati per dispersi. Padre Judge aveva il fiatone, ma doveva impartire a un morente l’estrema unzione, così si ostinava a chiamarla, scordandosi del corretto sacramento degli infermi, l’unzione degli infermi o dei morenti, appunto. La valanga di cenere l’ha sepolto, i suoi ragazzi lo portano via…”
È la New York colpita a morte quella che racconta Gianni Riotta, giornalista, scrittore, per anni corrispondente dall’America per il Corriere della Sera e oggi condirettore del quotidiano La Stampa, nel suo libro “N.Y. Undici settembre, Diario di una guerra” (Einaudi, pagg. 139, E 8,26). Il volume è nato dalle cronache del disastro che il cronista ha scritto ora dopo ora, per il quotidiano di Torino, man mano che i fatti si svolgevano. È la New York che Riotta ha visitato, conosciuto, scoperto e attraversato con il “permesso stampa” che la Polizia americana rilascia ai giornalisti per consentire loro l’accesso nei luoghi interdetti ai comuni cittadini. Uno scudetto identico a quello dei detective, che serve per oltrepassare i cavalletti di legno azzurro o le strisce di plastica gialla che separano manifestazioni, scene di delitto, incidenti tragici dai comuni passanti. È la New York della Columbia University e quella delle bande metropolitane che Riotta rappresenta e descrive in queste pagine con fedeltà. Un racconto appassionato e documentato da cui emerge il dolore dello scrittore per quanto accaduto ma anche l’amore per un paese grandioso, per una città irripetibile nei suoi colori, nelle sue razze, nelle sue contraddizioni.
Ci sono tre capitoli particolarmente significativi nella costruzione del libro e toccanti dal punto di vista emotivo: La democrazia sul volo 93, Libertà o sicurezza, Perché proprio New York , papà?
Nel primo c’è l’attenta descrizione di come i passeggeri a bordo di un aereo, non di quelli che si sono schiantati su Manhattan ma di quello dirottato a Washington sul Pentagono, appena si sono accorti di essere nelle mani dei terroristi abbiano tentato di resistere. “…Nei corridoi dell’aereo, hanno votato democraticamente di provare a fermare con la forza i terroristi. Non ce l’hanno fatta, ma il loro jet si è schiantato al suolo senza fare ulteriori vittime. Per chi, a New York e fuori, si è dimenticato quanto fragile e preziosa sia la democrazia, il voto nascosto dei passeggeri è lezione straordinaria.” Scrive ancora Riotta: “Siamo stati dirottati, e apprendono che due jet si sono schiantati contro le Torri del World Trade Center. Capiscono che il loro aereo sta per essere immolato contro un altro bersaglio, c’è chi dice la Casa Bianca chi il Congresso. Siamo una banda decisa a tutto, dicono sussurrando, cercheremo di prendere d’assalto i dirottatori e impedire un’altra strage. Abbiamo votato. Nessuno saprà mai cosa è successo a bordo del volo 93. Se i terroristi, vistisi perduti, hanno deciso di schiantarsi al suolo. Se gli eroi hanno preso possesso della cabina, ma non hanno saputo tenere in volo il Boeing. Di certo la loro risoluzione ha impedito altre vittime innocenti.”
Nel capitolo Libertà o sicurezza la professoressa Sonya Finley, maggiore dell’esercito degli Stati Uniti d’America che insegna antropologia all’Accademia militare di West Point, è occupata a spiegare un grafico: “…indica su una lavagna due curve opposte. Su una c’è scritto Liberty (libertà). Sull’altra parabola Security (sicurezza). Non equivocate: se una curva cresce, l’altra, inevitabilmente, decresce”.
Qualcosa è cambiato irreversibilmente dall’11 settembre 2001. Il crollo delle Twin Towers ha cambiato radicalmente la scala dei valori nell’animo dei cittadini. Basti pensare al mutamento stesso del concetto di riservatezza o privacy, istituto tipicamente anglosassone che descrive la sfera di intimità preclusa a qualunque ingerenza, sia pubblica che privata. La privacy nasce come una specie di clausola irrinunciabile nel contratto sociale che ha dato origine allo Stato. Gli attentati al World Trade Center hanno avuto l’effetto di far passare tutto in secondo piano: ora la priorità è impedire che fatti come quelli si ripetano in futuro, anche a costo di sacrificare libertà fondamentali su cui l’America si è sempre fondata. “Dal presidente Bush al suo governo, con i duri, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il suo vice Paul Wolfowitz, la consigliera per la Sicurezza nazionale, l’arcigna Condoleeza Rice, e i pragmatici, dal centrista vicepresidente Dick Cheney al più moderato segretario di Stato Colin Powell, la questione è unica: libertà o sicurezza? Come deve difendersi da un nemico oscurantista e violento il paese più libero del mondo? Dove bruciare la bandiera non è considerato vilipendio, ma diritto di espressione protetto dal primo emendamento alla Costituzione? Dove non esiste carta di identità nazionale, perché la privacy è custodita con gelosia? L’attentato gigantesco contro il World Trade Center e il Pentagono ha messo ogni americano davanti alla domanda: a cosa rinunciare nel nostro stile di vita, per non avere più morti in casa?”
Nella ricostruzione dei fatti attenta e minuziosa, Riotta è attento a cogliere l’umore delle persone, gente comune e gente che conta: ad esempio la protervia di alcuni pastori cristiani fondamentalisti, Jerry Falwell e Pat Robertson che, davanti al disastro di Ground Zero, hanno affermato: “Dio ha permesso ai terroristi di colpirci perché noi americani viviamo nel peccato.”
Infine il capitolo in cui un bambino, con la tipica ingenuità, chiede: perché New York papà? “Provare a rispondere vuol dire capire cosa hanno in testa i nemici della libertà. E come gli amici della libertà possono reagire”. La sola risposta che l’autore del libro riesce a dare a suo figlio viene dalle foto degli ambulanti di Central Park: “Figliolo, hanno colpito New York perché ha per simbolo la Statua della Libertà e chi odia le libertà non poteva che attaccare qui”.
Ha scritto Fernanda Pivano, studiosa di letteratura anglo-americana, sul Corriere della Sera: “Che emozione, che gioia ritrovare in questo libro straordinario di Gianni Riotta la New York della mia America magica e misteriosa, piena di contraddizioni e di entusiasmo, di forza sanguigna e di poetica fragilità… Vorrei che questa storia straordinaria di una storia straordinaria la leggessero tutti, scritta da un italiano che conosce e ama l’America meglio di tanti americani, con precisione da grande giornalista e passione da grande scrittore…”.
Un libro che comunica al lettore l’emozione enorme per quanto avvenuto e che tratteggia, contemporaneamente, le caratteristiche di una città che tutti conosciamo, anche quelli di noi che non l’hanno mai visitata, per il solo fatto di aver visto film o letto libri ambientati tra i suoi grattacieli.

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