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Gennaio-Febbraio/2014 - Interviste
Legalità
Don Luigi Ciotti: un sacerdote che interferisce
di Claudio Ianniello

Esiste un forte nesso fra crisi economica e rafforzamento delle organizzazioni
criminali. Le mafie, da sempre, hanno approfittato delle situazioni di crisi,
ed oggi si sono rafforzate o riorganizzate. I segni sono evidenti, a cominciare
dalla loro diffusione. Così come è evidente che da qualche anno
non sono più una priorità nell’agenda politica


I preti impegnati contro le mafie danno fastidio alla criminalità, vengono definiti dai boss “preti che interferiscono”. Così, nell’agosto del 1993, le cosche inviarono un inquietante messaggio a questi sacerdoti: “non intromettetevi”. Alcuni coraggiosi uomini di fede non scesero però a compromessi. La loro sete di giustizia fu pagata con la vita: don Giuseppe Puglisi fu ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, don Peppino Diana, dalla camorra, il 19 marzo del 1994, don Cesare Boschin, dalla criminalità organizzata il 30 marzo 1995. Eppure tutto questo non ha mai fermato, ma anzi ha rafforzato la convinzione e la determinazione di chi, come don Luigi Ciotti, sa che la lotta alle mafie è una priorità per il nostro Paese.

Don Ciotti, nel gennaio 2013 nasce la campagna Riparte il Futuro, promossa da Libera e dal Gruppo Abele, per il contrasto alla corruzione. Come definirebbe la corruzione?
È una ferita sociale e una profonda anomalia etica. Non è normale una società che ruba a se stessa! La corruzione – ha calcolato la Corte dei Conti – ci costa 60 miliardi l’anno, ognuno di noi “versa” alla corruzione una tassa di 1000 euro. Questa profonda anomalia affonda le sue radici in relazioni umane malate, dove a contare è solo la convenienza, l’interesse materiale. E dove il patto che lega corrotto e corruttore minimizza il reato sino a considerarlo cosa di poco conto. Sta qui il carattere contagioso della corruzione, la sua capacità di diffondersi come male ad alto rendimento economico e basso senso di colpa. Sono illuminanti a riguardo le analisi del Papa, quando, ancora cardinale Bergoglio, scrisse un libro recentemente pubblicato anche in Italia: “Guarire dalla corruzione”, dove la corruzione viene descritta come un processo di putrefazione, di disgregazione etica, spirituale, sociale.

Perché è così difficile debellarla dal nostro Paese dove rappresenta un problema endemico?
È un fatto anche culturale. È ancora debole, nel nostro Paese, una cultura della cittadinanza responsabile, del diritto anziché del favore. Siamo malati d’individualismo, privi di un forte senso della comunità e del bene comune, e questo genera ingiustizie e povertà. Il nostro Paese, dicono i dati, è tra quelli in cui più sono cresciute le disuguaglianze in questi ultimi decenni. Per questo una buona legge sulla corruzione è necessaria ma insufficiente. Occorre al contempo affrontare il problema a monte, con l’impegno culturale e l’educazione alla responsabilità.

Quali sono i ruoli della politica e della società civile nella lotta a questo male?
La politica deve fare buone leggi e dare esempio di trasparenza. Non si può essere credibili nella lotta alla corruzione se non cominciando da se stessi. La società civile, che io preferisco chiamare “responsabile”, deve assumersi appunto le sue responsabilità. Se la corruzione è così diffusa è anche perché tanti, troppi, fanno finta di non vedere, e pur non essendo corrotti o corruttori, giudicano la corruzione un male minore e in fondo inestirpabile.

Le prime azioni promosse da “Riparte il Futuro”, sono state il coinvolgimento dei cittadini, con l’istituzione di una petizione on-line che ha raggiunto oltre 377.000 firme, ed il coinvolgimento di circa 350 tra senatori e deputati, che hanno aderito al gruppo parlamentare dei cosiddetti “braccialetti bianchi”, tutto allo scopo di far approvare in breve tempo la riforma della legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. Questo è avvenuto il 28 gennaio scorso, quando il Senato ha approvato la modifica dell’articolo 416-ter del Codice penale. Ora il reato è esteso a qualsiasi tipo di “utilità” il politico fornisca in cambio dei voti. Precedentemente era punibile invece la sola erogazione di denaro. Si attende il successivo passaggio a Montecitorio per l’approvazione definitiva. Perché avete posto questa norma in cima alle priorità per il contrasto alla corruzione?
Non è questione di priorità. La corruzione si combatte su più fronti, e questi fronti sono tutti connessi fra loro. Poi è vero che la riforma del 416-ter ha anche un forte valore simbolico perché va a colpire la “zona grigia”, a lungo inespugnabile, tra potere politico e influenza mafiosa. È giusto che s’inizi da lì, perché la prima condizione di una democrazia è l’onestà e la pulizia di chi la rappresenta. Occorre a questo punto non solo che la norma venga rapidamente approvata, ma che si arrivi a una legge sulla corruzione nel suo complesso più incisiva, dotata di quelle misure – come ad esempio confisca dei beni ai corrotti, pene adeguate per “reati civetta” come il falso in bilancio, l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale – necessarie per rendere il nostro Paese una comunità dove l’interesse economico coincide finalmente con l’interesse sociale.

Nel 1995, Libera raccolse un milione di firme con una petizione popolare per spingere il Parlamento all’approvazione della legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, fatto che si concretizzò con la L.109/96 la quale modificava in parte la L.646/82, Rognoni-La Torre. Perché è importante che i beni confiscati vengano riutilizzati e riconvertiti, restituendoli alla cittadinanza tramite servizi ed attività, piuttosto che rivendendoli semplicemente? Poi come giudica il lavoro fin qui svolto dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati, istituita nel 2010?
Messi in grado di riattivarsi, i beni confiscati diventano preziosi non solo dal punto di vista economico, perché creano lavoro e opportunità soprattutto per i giovani, ma culturale, perché dimostrano in territori difficili, spesso schiacciati dalla presenza mafiosa, che un’alternativa è possibile. E questo crea un circolo virtuoso, che inceppa l’ingranaggio su cui le mafie fondano il loro potere spesso secolare. Potere che va colpito, come aveva intuito Pio La Torre, cominciando con l’aggredire i patrimoni dei mafiosi, non solo quelli immobili, beninteso. Non considero il divieto di vendita un “dogma”, in alcuni casi eccezionali può essere una misura necessaria.
Deve restare l’extrema ratio, però. L’Agenzia è uno strumento essenziale per coordinare e razionalizzare le fasi e gli attori del processo: magistratura, amministrazioni, enti locali, associazioni. Va messa in grado di funzionare, riservandole i mezzi necessari dal punto di vista dell’organico e delle risorse.

Dal carcere di Opera a Milano, dove è recluso in regime di 41bis, Totò Riina, intercettato dagli inquirenti, invia gravi minacce ai magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia, in particolare al Sostituto procuratore Nino Di Matteo, titolare dell’inchiesta. Lo stesso Di Matteo, ha recentemente affermato di ritenere le minacce come delle “intenzioni” che si vogliono veicolare all’esterno per la loro esecuzione materiale. Inoltre il latitante Messina Denaro starebbe pensando di organizzare un attentato contro i magistrati che coordinano le indagini per la sua cattura. Come sta vivendo ed interpretando lei, don Ciotti, questo momento di allerta nel Paese?
Con preoccupazione. Le mafie si sono rafforzate o riorganizzate. I segni sono evidenti, a cominciare dalla loro diffusione. Così come è evidente che da qualche anno non sono più una priorità nell’agenda politica. Ma esiste un forte nesso fra crisi economica e rafforzamento delle organizzazioni criminali. Le mafie da sempre approfittano delle situazioni di crisi, della mancanza di lavoro, della depressione economica e culturale.
Allora da un lato dobbiamo sostenere i magistrati, le Forze di Polizia, le vittime – Libera l’ha fatto pubblicamente, anche costituendosi parte civile in alcuni processi – dall’altro impegnarci di più, politica e cittadini. Le mafie non possiamo solo inseguirle: dobbiamo prevenirle. Una prevenzione che si chiama politiche sociali, lavoro, scuola e formazione, confisca e uso sociale dei patrimoni criminali. In una parola, corresponsabilità: scelte e comportamenti dettati dalla coscienza.

Prima di fondare il Gruppo Abele nel 1965, e Libera nel 1995, lei era già attivo nel sociale e nell’accoglienza. In particolare mi riferisco al fatto che già da ragazzo iniziò il suo impegno, quando con alcuni amici fondò il gruppo chiamato “gioventù impegnata”. Come le appare oggi, dal suo osservatorio, la realtà giovanile? C’è spazio nelle nuove generazioni per la ricerca di impegno e progettualità?
Incontro ogni giorno tanti giovani. E resto ogni volta colpito dalla loro passione, dalla loro curiosità, dalla loro voglia di conoscere, di mettere la loro vita al servizio di un orizzonte più vasto dell’io. Quello che sta accadendo nel nostro Paese con i giovani – dal punto di vista dell’occupazione, ma non solo – è un fatto grave, un vero e proprio furto di civiltà. I giovani sono la prima risorsa di una società che abbia cura di sé, aperta al futuro. Dei giovani ci siamo per decenni “preoccupati” per non occuparci di loro. Ma quando ai giovani si dà spazi e strumenti adeguati – ne ho avuto più volte conferma – rispondono sempre alla grande. Abbiamo tarpato loro le ali per mancanza di coraggio, per eccesso di malintesa tutela, e anche per avarizia, mancanza di generosità.

Nel 1972, l’allora vescovo di Torino Michele Pellegrino, nell’ordinarla sacerdote, le affidò come parrocchia e come servizio “la strada”. Oggi come allora, cosa significa “stare in strada”?
Significa apprendere ogni volta l’umiltà, la coscienza dei limiti. Sapere che il tuo sapere non è mai abbastanza grande da contenere e spiegare il sapere che ti viene dalla vita e dall’incontro con le persone. La strada è un luogo di fatica, di sofferenza, ma è al tempo stesso un luogo di speranza e opportunità. Un progetto che non abbia alle spalle la sapienza della strada ha poche speranze di arrivare lontano.

Che significa per lei legalità? E come si insegna la legalità?
“La legalità – dice un documento del 1991 dei vescovi italiani – è un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune”. Ma attenzione: la legalità proprio per questo è un mezzo, non un fine. È ciò che salda la responsabilità individuale con la giustizia sociale. Per questo si può insegnare la legalità solo partendo dalla responsabilità.
Il rispetto delle leggi diventa un atto formale, fragile, mosso da convenienza o timore, se non parte dalla capacità di rispondere prima di tutto alla propria coscienza.
Senza coscienze sveglie, inquiete, non c’è legalità e non c’è nemmeno democrazia.

Perché c’è ancora chi subisce il fascino dell’atteggiamento mafioso e criminale?
Perché la “cultura mafiosa” si basa su “valori” non dissimili in fondo da quelli dell’individualismo dominante: i soldi e il potere. Cambiano i metodi, ma fino a un certo punto ormai, perché le mafie si sono inserite molto bene (in certi casi addirittura anticipandoli) nei meccanismi della finanza globale e hanno imparato ad arricchirsi anche senza ricorrere alla violenza materiale.
A me preoccupa non tanto o non solo la mafia, ma la “mafiosizzazione” della società. Finché continueremo a decantare la ricchezza, il potere, l’ostentazione, anche il corruttore o il boss mafioso, potranno apparire agli occhi di molti “uomini di successo”.

Ci spiega la sua frase: «La Costituzione è il primo testo antimafia»?
Nella Costituzione ci sono le basi di una società dei diritti e delle responsabilità, della dignità e della giustizia sociale. Quando impareremo a essere tutti cittadini vivi, attenti al bene comune, capaci di agire in base al “noi” e non solo all’“io”, colpiremo le basi del potere mafioso. La forza delle mafie è direttamente proporzionale al vuoto delle responsabilità e alla debolezza della politica.
Ogni 21 marzo si celebra in tutta Italia la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Ogni anno si sceglie una città da cui far partire l’iniziativa. Per il 2014 si è scelto Latina e il litorale del Lazio. Come giudica la diffusione preoccupante delle mafie a Roma e nel Lazio, così come evidenziato continuamente da diverse recenti inchieste ed operazioni delle Forze dell’Ordine?
È frutto, come ho già detto, da un lato della crescente capacità delle mafie di trasformarsi, adattarsi, infiltrarsi, creare avamposti e alleanze nell’ombra. Dall’altro di una sottovalutazione o ignoranza del problema, nonostante le operazioni delle Forze di Polizia e le denunce delle associazioni. Ce ne sono tante che si danno da fare anche in quelle zone del basso Lazio, dove da anni si assiste a un progressivo espandersi delle organizzazioni criminali, sia pure con modalità non “tradizionali”.
È una mafia che si muove soprattutto nel tessuto economico e finanziario, attraverso relazioni mirate con esponenti del mondo imprenditoriale e il riciclaggio e il reimpiego delle risorse.
Si rischia, a non aprire gli occhi, di ripetere il copione delle mafie al nord, problema che a lungo si è preferito rimuovere o minimizzare, quando era già evidente negli anni 80 e un acuto osservatore come Leonardo Sciascia denunciava addirittura nel 1970, quando in un’intervista parlò dello spostamento al nord della “linea della palma”.

Cosa bisogna fare per dire basta alla mafia una volta per tutte?
Metterci tutti in gioco e assumerci tutti la propria responsabilità! Non è possibile che in tutti questi anni le mafie non siano state non dico sconfitte ma almeno indebolite. Ma la loro forza, tocca ribadirlo, è anche fuori da loro. Troppi freni, equilibrismi, prudenze, misure annunciate e mai realizzate, smantellamento di realtà e riduzione dei mezzi di contrasto. Ci vuole più coraggio, più radicalità. Il coraggio innanzitutto di ammettere che, a parole, la lotta alla mafia finisce per essere essa stessa una forma di mafia.

Che tipo di rapporto si instaura tra associazioni antimafia e le Forze di Polizia?
Personalmente mi sento molto grato verso le Forze di Polizia. Non solo per quello che fanno ma per come lo fanno. Ho incontrato tante persone sensibili, attente, competenti, disponibili. Ma non nascondo di aver colto anche fragilità, disagio, demotivazione per la progressiva riduzione di mezzi e risorse. E il dubbio, legittimo, che per certa politica la lotta al crimine organizzata non sia, al di là delle dichiarazioni, una priorità.

Giudica la presenza dello Stato sul territorio e la sua vicinanza al cittadino visibili e sufficienti?
Lo Stato sono le Istituzioni. Che annoverano figure capaci, serie, animate da un profondo spirito civile. Ma le Istituzioni sono la “macchina”, e senza la “benzina” della politica la macchina non può funzionare. La vicinanza delle Istituzioni ai cittadini è direttamente proporzionale alla capacità della politica di difendere e promuovere il bene comune, di essere politica con la “p” maiuscola, non piccolo cabotaggio di potere.

La mafia nell’agosto del 1993 lanciò un messaggio ai preti impegnati contro la criminalità: “non interferite”. Alcuni invece interferirono e pagarono con la vita. Così morì don Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, e don Peppino Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Don Ciotti lei vive sotto scorta, ha ricevuto e riceve minacce, hanno danneggiato gravemente diverse cooperative di Libera che gestiscono alcuni terreni confiscati a malavitosi. Cosa la spinge ad andare avanti?
La speranza del bene, il bene fondato sull’impegno. Poi il fatto che quello che faccio lo faccio insieme a tante altre persone: la costruzione di giustizia non è impresa da navigatori solitari! Infine, la passione e l’amore per la vita. Un’esistenza fatta di calcoli, di mediocri convenienze, di prudenze eccessive, finisce per soffocare la nostra natura umana più profonda, che è aperta allo stupore, alla ricerca, all’“oltre”.

Non vacilla mai nelle sue certezze di fede, di fiducia nel genere umano, di giustizia, di fronte al male che deve vedere ed affrontare ogni giorno?
Ha vacillato tante di quelle volte che ho fatto del dubbio un prezioso compagno di strada. La coscienza dei limiti è fondamentale, se vogliamo costruire un po’ di giustizia su questa terra. È una cosa che cerco di non dimenticarmi mai, come del fatto che Dio non ci abbandona mai a metà strada.
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Chi è don Ciotti

Si definisce un prete della strada e ti dà del tu. Don Luigi Ciotti nasce a Pieve di Cadore nel 1945, emigra con la famiglia a Torino nel 1950, città che diventerà negli anni il suo “quartier generale”, da cui far partire mille iniziative di solidarietà. E’ un “montanaro” dalla tempra forte, ed adora rimboccarsi le maniche ed agire in prima persona. E il desiderio di impegnarsi attivamente per la collettività è vivo in lui fin da ragazzo, quando decide di dedicarsi al prossimo e all’accoglienza di chi ha bisogno creando, insieme ad alcuni amici, il gruppo “Gioventù impegnata”.
Nel 1965 fonderà invece il “Gruppo Abele”, con l’intento di offrire vicinanza a chi è in difficoltà, rimuovendo tutto ciò che crea emarginazione e disuguaglianza. Nel 1972 Luigi Ciotti viene ordinato sacerdote dal vescovo di Torino Michele Pellegrino, che decide di affidargli “come parrocchia” la strada, intesa come luogo di incontro con le domande e i bisogni più autentici della gente. Nel 1982 si adopera per la nascita del “Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza”, mentre nel 1986 ha partecipato alla fondazione della “Lila” (Lega italiana per la lotta all'AIDS), di cui è stato il primo presidente.
Dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio, don Ciotti si impegna in quello che diventerà il suo obiettivo forse più grande, la lotta alla mafia. Nasce “Libera-associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, è il 25 marzo 1995, e lo scopo è quello di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie, e promuovere legalità e giustizia.
Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni. Il 6 gennaio 2013 una nuova iniziativa prende vita con la regia di don Ciotti e l’impegno di Libera e del Gruppo Abele: la campagna “Riparte il Futuro”, movimento sorto per contrastare il fenomeno della corruzione. Le prime azioni promosse da “Riparte il Futuro”, sono state il coinvolgimento dei cittadini, con l’istituzione di una petizione on-line che ha raggiunto oltre 377.000 firme, ed il coinvolgimento di circa 350 tra senatori e deputati, che hanno aderito al gruppo parlamentare dei cosiddetti “braccialetti bianchi”, tutto allo scopo di far approvare in breve tempo la riforma della legge sullo scambio elettorale politico-mafioso, per colpire la “zona grigia” tra potere politico e influenza mafiosa.
Ogni 21 marzo si celebra poi, in tutta Italia, la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Ogni anno si sceglie una città da cui far partire l’iniziativa. Per il 2014 si è scelto Latina e il litorale del Lazio, che secondo le ultime relazioni della Direzione distrettuale antimafia di Roma, risultano molto appetibili per le cosche: la sola provincia di Latina è terra di conquista dei clan Bardellino, Esposito, La Torre, Mallardo e Moccia. Questi sono alcuni dei motivi per i quali don Ciotti e le sue associazioni hanno pensato proprio a Latina ed il litorale laziale per questo importante appuntamento annuale.

FOTO: Don Luigi Ciotti con i volontari di Libera su un terreno confiscato

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