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Giugno/2017 - Interviste
Femminicidio
Piccoli satelliti dispersi - Intervista ad Anna Costanza Baldry
di Marco Scipolo

Sono più di 1.600 gli “orfani” di queste tragedie familiari,
senza più una madre e con un padre in carcere
Intervista ad Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa,
che ne ha contattati 145.
Ecco i risultati del suo studio e i suoi suggerimenti alle Forze
dell’ordine

Gli orfani dei femminicidi, orfani particolari, vengono considerati “vittime secondarie, collaterali”. Si tratta di minori e non solo. Di loro, negli anni, si è parlato pochissimo. Sono rimasti trascurati dalla stampa e dallo Stato. Sepolti dall’oblio e colpiti, spesso, dallo stigma sociale a causa di pregiudizi. Meriterebbero, invece, più attenzione. Quanti sono? Con chi vivono? Quali difficoltà hanno incontrato? Di cosa hanno bisogno? Per approfondire l’argomento, abbiamo intervistato chi ha il merito di non averli dimenticati e di aver voluto conoscere le loro storie, il “dopo”: Anna Costanza Baldry, 47 anni, psicologa, criminologa, esperta in criminologia, professore ordinario di Psicologia sociale al Dipartimento di Psicologia dell’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta (l’ex Seconda Università di Napoli), responsabile di “Switch-off” (www.switch-off.eu), il progetto finanziato dall’Unione europea per monitorare i figli delle vittime di femminicidio ed i cui risultati, con le relative linee guida d’intervento, sono stati presentati alla Camera nel settembre scorso.
Le istituzioni, finalmente, cominciano ad agire in loro favore, grazie anche a questo riflettore che si è voluto accendere. Il 1° marzo 2017 ha ricevuto il disco verde della Camera all’unanimità (376 sì) una proposta di legge a tutela degli orfani di crimini domestici che prevede per loro, tra l’altro, l’ammissione al gratuito patrocinio, l’assistenza medico-psicologica, il diritto a succedere, il sostegno allo studio. Con questo provvedimento, inoltre, se dovesse passare la proposta senza modifiche al Senato, l’omicidio del coniuge, del partner civile e del convivente verrebbe parificato a quello dei genitori o dei figli rientrando così nella fattispecie aggravata per la quale è previsto l’ergastolo. Vi è contemplata pure la sospensione del diritto alla pensione di reversibilità al familiare per il quale è chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario dell’altro coniuge. Il ddl, tuttavia, dovrà, appunto, affrontare il vaglio di Palazzo Madama. Il 2 maggio è stato assegnato in sede deliberante alla Commissione Giustizia del Senato. Anche di questa iniziativa legislativa abbiamo discusso con la docente universitaria.
Baldry, laureatasi nel 1994 in psicologia con 110 e lode all’Università “La Sapienza” di Roma dove poi ha conseguito il dottorato in Psicologia sociale e dello sviluppo, nel Duemila ha ottenuto il PhD in criminologia all’Institute of Criminology della Cambridge University. È, inoltre, consulente esperta delle Nazioni Unite, dell’Osce, della Nato e svolge attività di formazione per le Forze dell’ordine e la magistratura in materia di violenza contro le donne e i bambini. È autrice di numerosi articoli di ricerca pubblicati su riviste nazionali ed internazionali di settore e di vari volumi. Il suo ultimo libro, inedito sul tema, in uscita proprio questo mese, si intitola “Orfani speciali” (ed. Franco Angeli). La docente ha ricevuto diversi riconoscimenti e premi tra i quali, nel 2001, il “Young Researcher Award” della European Association of Psychology and Law. Nel 2015, su iniziativa del Capo dello Stato Sergio Mattarella, è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana con questa motivazione: «Per la professionalità e costanza con cui dedica le sue ricerche e la sua attività al contrasto alla violenza sulle donne».

Professoressa Baldry, quanti sono gli orfani di femminicidio negli ultimi quindici anni? E come è nato il progetto europeo “Switch-off” che ha coordinato e con il quale ha acceso un faro sul fenomeno?

La stima che ho fatto, sulla base delle donne uccise in quegli anni, è di 1.600 orfani. Il periodo di riferimento è compreso tra il 2000 e il 2014. Sono orfani che chiamo “speciali” perché hanno delle peculiarità in termini di bisogni e di conseguenze che li rendono tali e perché le risposte delle quali hanno bisogno sono particolari.
Questo è stato possibile grazie al progetto europeo “Switch-off” che, come Dipartimento di Psicologia, abbiamo realizzato assieme all’associazione nazionale DiRe (Donne in Rete contro la violenza) e a due altre Università straniere, di Cipro (la Facoltà di Giurisprudenza) e della Lituania (la Mycolas Romeris), dopo essermi domandata ormai diversi anni fa che cosa succede, col femminicidio, a chi rimane, in particolar modo ai bambini, agli adolescenti, ma anche ai giovani adulti la cui mamma è stata strappata in un modo così assurdo e ingiusto.
Per piccoli e meno piccoli, perdere la madre perché uccisa dal proprio padre è sempre traumatico: ti vengono meno tutti i punti di riferimento e le certezze.

Queste giovani vittime, nel medesimo momento, rimangono orfane, di fatto, di entrambi i genitori perché la loro madre viene uccisa e il loro padre, responsabile del delitto, finisce in carcere o si suicida. Lei ne ha intervistate oltre cento. Questo tipo di tragedie quali effetti provoca sulla psiche di questi figli?

Questo è stato pure l’obiettivo: cercare di capire, anche dal punto di vista logistico e pratico, che fine fanno. Sappiamo del femminicidio, ma non sappiamo della vita di questi orfani, di quali problemi incontrano successivamente, chi si occupa di loro. Come ricerca internazionale c’era già qualcosa a livello di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma non tantissimo. Quindi, siamo partiti da uno di questi casi, dal nome e cognome delle donne uccise, e siamo andati a cercare gli orfani. Un team di ricercatrici dell’Università e della Rete DiRe che si sono imbarcate con me in questo lavoro che prosegue incessante perché, purtroppo, continuano ad esserci nuovi orfani speciali.
Siamo riusciti a trovarne un bel po’. Non tutti hanno dato il proprio consenso all’intervista, perché magari non ne volevano parlare o era una cosa che riguardava il passato e volevano andare avanti. Le reazioni sono state diverse. Moltissimi non siamo riusciti a rintracciarli. Magari, se adottati, hanno cambiato cognome o chissà dove sono. Lanciamo anche qui un appello a contattarci tramite il sito web del progetto. Abbiamo contattato non solo gli orfani, ma anche familiari, affidatari, avvocati. Si è trattato, comunque, di riuscire a dialogare con 145 “situazioni-orfani”. L’obiettivo era anche sapere, oltre agli aspetti pratici, le conseguenze comportamentali e psicologiche del trauma di aver perso la madre per mano del padre (poi suicida nel 30% dei casi o detenuto), e se c’erano stati degli interventi psicologici a sostegno di questi minori e di che natura erano.

E cosa è emerso?

Le risultanze sono a più livelli. Quello sociale-relazionale riguarda le persone con cui vanno a vivere questi orfani. La scelta privilegiata – e che di solito è quella nel migliore interesse del minorenne – da parte del giudice civile, del tutelare, è quella di collocarli presso parenti più prossimi, come prevede anche la nostra Costituzione, il diritto cioè a crescere nella propria famiglia. Si cerca di rendere la loro nuova vita meno diversa possibile. Quindi, nel 60% dei casi il collocamento è presso parenti della madre (zii, nonni e, a volte, cugini). Ma non sempre c’è un unico collocamento. Ci sono state anche situazioni dove li hanno affidati prima ai familiari materni, poi, dopo qualche anno sono stati dati in affido e, addirittura, in adozione perché la situazione familiare dei parenti non si è rivelata efficace. Consideri che i parenti della madre ovvero i genitori (o i fratelli e sorelle) della donna uccisa sono anche loro persone traumatizzate, perché hanno perso una figlia (o sorella), quindi devono far fronte al loro trauma e alla vita di questi orfani.
Nessuno è preparato ad una cosa del genere, ma anche l’assenza, spesso, di sostegno sia di carattere psicologico che economico anche nei confronti dei familiari non facilita la situazione. Il sostegno è solo nel 20% dei casi in maniera molto parcellizzata a livello nazionale. In percentuale minore, intorno al 15%, questi orfani vengono affidati ai familiari del padre.
Ciò può sembrare strano, però non possiamo partire a monte dal presupposto che i parenti del padre siano inadeguati. Magari il bambino aveva dei rapporti buoni coi nonni paterni. Questa non è una scelta che è stata ritrovata molto spesso, a mio giudizio – in base a quello che ho riscontrato – perché purtroppo in questi omicidi non c’è una chiara denuncia da parte dei familiari del padre rispetto a quanto successo, ma vi è quasi una loro collusione o connivenza o difesa del figlio. Diventa, quindi, problematico far crescere un bambino in una condizione così ambigua e colpevolizzante nei confronti della donna che è stata ammazzata.

Come si fa a sopravvivere ad un trauma così forte?

I bambini possono essere aiutati da un clima positivo e da un percorso terapeutico. Ho parlato con orfani che sono rimasti tali da piccoli e che oggi sono adulti. Mi hanno detto che loro il futuro ce l’hanno, sono costretti ad andare avanti e vogliono farlo, e ci vanno con dolore, ma anche forza e in nome spesso della mamma. A volte, le famiglie si sono fatte carico direttamente delle spese del supporto psicologico perché, comunque, non è garantito che il tipo di sostegno economico-terapeutico che ti può dare il servizio pubblico è quello che tu hai scelto come migliore. Servono persone adeguate per questo tipo di terapia. Desidero precisare che il campione non è rappresentativo, perché alla fine ho intervistato solo gli orfani che mi hanno dato il consenso. Quindi, non sappiamo cosa accade a tutto “l’esercito” degli orfani speciali.

In questi casi, non è raro che il figlio abbia assistito a violenze a danno della madre precedenti il crimine. Può accadere che egli sviluppi sensi di colpa per non aver agito in tempo in difesa della mamma?

La presenza del figlio alle violenze subite dalla madre si verifica nel 70% dei casi… Sì, può sviluppare sensi di colpa, dipende dall’età. Se sono molto piccoli no, ma se sono preadolescenti e adolescenti, può essere presente questo tipo di vissuto, di chi si sente di non essere stato in grado di intervenire, e salvare la mamma. Ci sono bambini che si sono messi in mezzo durante l’omicidio perché erano presenti in casa. Per questi minori ciò non solo comporta un aumentato rischio, ma anche un trauma per aver visto. Rischiando a loro volta.
Non sono pochi i bambini che hanno assistito all’omicidio. Quelli che hanno visto la mamma mentre veniva uccisa presentano delle sintomatologie, come gli incubi, che non dico permangono per sempre, però causano loro un malessere maggiore. C’è chi reagisce in maniera più introversa e chi, invece, si apre di più. Le situazioni sono anche diverse.

Questi “orfani speciali”, spesso, crescono con i nonni o gli zii. Tali parenti riescono a sostituire l’amore di un genitore?

Quello che ho notato è che i nuovi affidatari (nonni, zii) ci tengono molto – ed è giusto che sia così – a rimanere tali ovvero a restare nonni e zii. Non si sostituirebbero mai alla madre, o alle figure genitoriali. Quello che riescono ad integrare, a sostituire, è ciò che rappresenta in maniera simbolica la figura genitoriale, per esempio, materna ovvero il “prendersi cura”, la “protezione”, il sostegno, l’educazione. E tutto questo ha degli effetti positivi. Ho notato che è fondamentale aiutare nel ricordo i minori che hanno subito questo trauma. Vi sono adulti che preferiscono non parlare di ciò che è accaduto. Invece no, la letteratura scientifica è chiara in questo senso. Anche a me, quando ho parlato con orfani diventati adulti, questi ultimi hanno detto che non parlare di quella cosa, in realtà, ha creato un senso di smarrimento. E anche per l’elaborazione del lutto è importante partire dalla definizione di ciò che è successo. Quindi, le mezze verità, dire le cose solo parzialmente, non fanno altro che ampliare il malessere della situazione in cui il minore si trova.

Dunque, bisognerebbe raccontare con sincerità ciò che è accaduto?

Assolutamente, in maniera accompagnata ovviamente. Crea una chiarezza di quello che è avvenuto. Altrimenti, è come se rimanesse qualcosa a metà, di non compreso, di dubbioso, di fantastico. La verità verrà fuori prima o poi, e il senso di smarrimento, di sfiducia, di diffidenza del minore rischia di estendersi anche nei confronti di chi sta, invece, cercando di aiutarlo e sostenerlo.

Di cosa hanno bisogno, soprattutto, questi ragazzi?

Loro e le loro famiglie hanno bisogno di un sostegno economico, perché sono una categoria particolare, piena di bisogni “speciali”, al pari, se non di più, per certi aspetti, di altre vittime, per esempio di mafia e di terrorismo. Ora, con la proposta di legge che il 1° marzo è passata alla Camera si va in questa direzione. Dovrebbe essere una prima risposta concreta ai bisogni di questi orfani e di chi se ne prende cura.
Oltre a questo, deve essere garantita anche una professionalità, una conoscenza, una competenza, da parte di chi segue poi questi casi che sono, in assoluto, rari, eccezionali, ma sono anche talmente particolari che richiedono delle risposte che siano tempestive, efficaci, mirate.

La politica, ora, si sta muovendo a livello legislativo per un aiuto concreto a favore degli orfani di crimini domestici. Una proposta di legge è stata approvata, nel marzo scorso, in prima lettura dalla Camera ed ora il ddl deve passare, però, all’esame del Senato. Come valuta il provvedimento in discussione in Parlamento?

Si spera che il Senato l’approvi il prima possibile, seguendo i suoi dovuti iter, ovvio. Tra l’altro, la proposta di legge, essendo stata approvata all’unanimità, non ha neanche bisogno, se convalidata ugualmente al Senato, di ritornare alla Camera. L’iter, se volessero, sarebbe snello. Ovviamente bisogna vedere se Palazzo Madama accoglierà ciò che è arrivato dalla Camera. Il Senato, ovviamente e giustamente, vorrà entrare nel merito. C’è stato un dibattito, anche in sede di presentazione di emendamenti alla Camera e prima alla II Commissione, circa il fatto che questo provvedimento ha introdotto la proposta di rendere ergastolo la pena per tutti questi casi di femminicidio. Ciò ha suscitato delle obiezioni, ma l’emendamento è passato. Questo potrebbe essere, ad esempio, un nodo sul quale il Senato si potrebbe soffermare: cioè se è giusto o no introdurre – con una legge che inizialmente nasceva solo con l’idea di tutela degli orfani – un aspetto penale (che è sì collegato) di una certa rilevanza. Già accade, non di rado, che siano riconosciuti nella sentenza di condanna anche la crudeltà ed il fatto che gli orfani sono vittime di violenza e maltrattamenti. Quindi, sarebbe già tanto legiferare nel senso di riconoscere il doppio reato.
Quella che è passata alla Camera è una proposta di legge che scaturisce un anno e mezzo fa, in seguito ad un caso particolare avvenuto in Sardegna e legato al diritto di reversibilità della pensione, con proposta di onorevoli che danno il nome alla proposta che è stata poi assorbita da altre proposte. Come tutte le leggi, si poteva fare di più. In particolare, ciò che auspico è che ci sia un Osservatorio – anche se poi, di fatto, ce l’abbiamo perché il nostro Dipartimento di Psicologia ha continuato a lavorare in questa direzione – che aiuti ad evidenziare quello che accade, a monitorare questi orfani che, purtroppo, continuano ad essere prodotti, nonché l’equiparazione dell’affido familiare, in termini di sostegno economico, anche entro il quarto grado di parentela, che adesso è a discrezione dei singoli comuni. Ma la legge non lo esclude, e quindi si dovrebbe prevedere.

Alle Forze di polizia che, nell’immediatezza di questi tragici fatti, sono chiamate ad agire sulla scena del delitto, come consiglia di comportarsi nei confronti di questi bambini traumatizzati?

L’intelligenza e il buon senso ci aiutano a non fare troppi danni. Se una persona è fuggita o si è costituita, la funzione della Polizia è assicurare alla giustizia chi presumibilmente ha commesso il reato, quindi non è compito della Polizia occuparsi del minore. Però, spesso accade che la Polizia intervenga, perché chiamata, ed i minori siano lì sulla scena del delitto. Che cosa deve fare? Innanzitutto, allontanarli, senza però “strapparli”, e affidarli ad un vicino di casa o a qualcuno che sia intervenuto o a un parente, alle prime persone che si ritiene essere in grado di prendersi cura di loro anche se momentaneamente, e magari contattare i servizi. E cercare, per quanto possibile nella concitazione del momento, di non perdere di vista che si ha a che fare con un bambino la cui mamma è stata uccisa in quel modo.
Il compito della Polizia è fornire la tutela. Quindi, far sì che il bambino sia messo in sicurezza, che non corra nessun rischio. A volte, quando si interviene, la persona è ancora lì con un’arma, quindi è ovvio che la tutela fisica, oltreché psichica, debba essere la priorità. E auspico, magari, che sia accompagnata anche da due parole, un abbraccio. Il contatto fisico può, in quel momento, far sentire di nuovo al bambino il contatto con la realtà. Se, invece, il bambino si trova in altro luogo rispetto al crimine, per esempio a scuola, e capita alla Polizia di doverlo riportare a casa di altri parenti, dico alle Forze dell’ordine di non essere troppo ambivalenti e contraddittorie nei suoi confronti.
Perché, finora, si è parlato così poco degli orfani di femminicidio?

Bella domanda. È quella che mi sono fatta anch’io. La risposta? Perché siamo un po’ così, perché in realtà il femminicidio non ci interessa come un problema strutturale e sociale. Ci interessa a fini un po’ sensazionalistici, di cronaca, un po’ morbosi. È sempre il problema di altri… Nell’introduzione del mio nuovo libro spiego proprio come, ad un certo punto, mi sono chiesta quale fine fanno questi bambini. Nel 2011, dieci anni dopo l’evento delle Torri Gemelle, leggevo un articolo sui figli dei Vigili del Fuoco di New York che l’11 settembre 2001 intervennero, salvarono vite, ma rimasero uccisi. I figli di questi eroi nazionali sono rientrati nella categoria degli orfani particolari, con una serie di tutele specifiche (come il diritto ad avere il lavoro, se lo volevano, nello stesso ambito dei genitori e, fin dall’inizio, il sostegno psicologico).
Dei “miei poveri bambini”, io li chiamo così gli orfani dei femminicidi, non si interessa nessuno. Non solo. Loro non possono andare in giro a dire: la mia mamma è un’eroina. Non è una situazione di cui essere orgogliosi.
Questi orfani ci raccontano che quando la mamma è morta in questo modo, gli stessi bambini si sentono – perché questo è il giudizio sociale – figli di… Come se avessero incisa sul petto la “lettera scarlatta”. Perché sono orfani, in contemporanea, di una donna uccisa e figli dell’autore del delitto. Non è solo questa doppia presenza, ma il fatto che comunque permane dietro questi femminicidi un pregiudizio, un giudizio di semi-colpevolezza, rispetto a quello che è il motivo per cui una donna viene uccisa. Pensi al “delitto d’onore”. Alla fine, i “benpensanti” crederanno che se lui l’ha uccisa un motivo ci sarà…
Nei paesi più piccoli, un po’ provinciali, ma non solo lì, dove la donna aveva lasciato l’uomo perché aveva un’altra storia, ad esempio, o molto più spesso perché insofferente ai continui soprusi del partner, tutto questo ricade sulle spalle degli orfani ai quali – qualcuno di loro me lo ha raccontato – si fa percepire che la mamma era una poco di buono. Allora, questi orfani sono speciali proprio perché non sono solo orfani. Sono orfani di entrambi i genitori. E poi, vanno considerati il modo in cui sono rimasti orfani e la nostra risposta sociale al loro modo, purtroppo nuovo, di vivere. Secondo me, anche iniziare ad eliminare pregiudizi rispetto ai femminicidi e alla violenza contro le donne è già un passo indiretto, ma molto efficace, per aiutare questi orfani.


FOTO: Anna Costanza Baldry negli studi Rai Torino per “Amore criminale”

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