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Aprile-Maggio/2019 - Articoli e Inchieste
Elezioni europee
Il 26 maggio è vicino
di Giancarla Codrignani - Saggista ed ex parlamentare

Federazione Europea, ideata da Altiero Spinelli
mentre stava al confino a Ventotene


Tra poche settimane andremo a votare. Un voto molto importante perché perfino la coscienza di essere italiani - o francesi, greci, polacchi - è da tempo ottenebrata da richiami nazionalisti ostili al rafforzamento di un'Europa davvero unita nell'interdipendenza. I primi "sovranisti" italiani, anni fa, sono nati secessionisti ("prima il Nord"): oggi guardano al nostro paese in termini elettorali ("prima gli italiani") e si rifanno ad una cultura in cui la nazione fa riferimento non a Dante ma a cucine televisive dove le pizze napoletane si confrontano con i canederli altoatesini, ancora sudtirolesi.
Nel terzo millennio - mentre le sonde spaziali viaggiano oltre Marte e i cinesi provano a far crescere germogli sull'altra faccia della luna - gli italiani sono già (forse non ce ne accorgiamo ma è una delle conseguenze della globalizzazione) cittadini del mondo; nell'immediato stentano a sentirsi almeno europei, anche se le antiche fabbrichette del Nord sono sopravvissute solo perché esportano in tutta Europa e se il disastro che incombe sulla Gran Bretagna dopo Brexit sconsiglia i giovani dallo sperimentare meno Erasmus ma con il passaporto in più.
Non è infondato, infatti, il timore che molti europei che non si spiegano più come mai abbiano votato i governi che oggi contestano, resi perplessi dalla violenza dei "movimenti" populisti e non popolari, per sfiducia rinuncino al voto (cioè alla democrazia). L'indifferenza già sperimentata nel 1938 quando le leggi razziali condannarono cittadini italiani solo perché ebrei, si ripresenta in una legge italiana che condanna esseri umani perché non appartenenti alla nostra etnia. Va recuperata e al più presto pubblicamente condivisa la sensibilità delle minoranze solidali che prestano accoglienza. Le difficoltà non mancano, se perfino molti cattolici contestano il papa che accusa: "meglio atei che ipocriti".
Ma laici o credenti, troppi sono dimentichi degli ideali di Altiero Spinelli che, al confino sull'isola di Ventotene, dava forma alla Federazione Europea che oggi deve essere confermata per realizzarsi - siamo in grande ritardo - il 26 maggio. L'entità comunitaria non corre pericolo perché voteranno anche i polacchi e Orban per non perdere i soldi che ne hanno ricavato; ma il contagio antidemocratico che ha invaso i nostri paesi sicuramente cambierà la fisionomia del prossimo Parlamento, proprio quello che dovrà attuare riforme sostanziali che non possono essere rinviate.
Dobbiamo, dunque, difendere i nostri interessi: quello che possiamo perdere è davvero molto.
Ma che cosa ci abbiamo guadagnato? Sembra ovvio interrogarsi: se, fin dalla caduta dell'Impero romano i paesi europei si sono sempre fatti guerre tra loro (perfino guerre "di religione"), gli oltre settant'anni di pace interna che abbiamo goduto dicono qualcosa? Ovvietà è anche pensare che il Trump che ogni giorno ripete America first non potrebbe dirlo se governasse cinquanta Stati indipendenti e sovrani (California, Maryland o Alaska come da noi Francia, Norvegia o Cipro). Può dirlo solo perché sono Stati Uniti e solo per questo il dollaro domina i mercati. ... [continua]

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Spinelli, “profeta” dell’Europa

La crisi della civiltà moderna. - La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero. Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato dalle sue caratteristiche etniche, geografiche, linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale creato per proprio conto, secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere entro il territorio di ciascun nuovo Stato alle popolazioni più arretrate le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi dell’imperialismo capitalista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, sino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali. La nazione non è ora più considerata come lo storico prodotto della convivenza di uomini che, pervenuti grazie ad un lungo processo ad una maggiore unità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana; è invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. In conseguenza di ciò, lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi...
[Tratto da “Il manifesto di Ventotene”]

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