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Giugno-Luglio/2019 - Immagini e Cultura
20 anni senza Kubrick
L’ultimo genio
di Fabio Paglialunga

Una carriera lunga 50 anni
per raccontare l’essere umano:
aggressività e sessualità, guerra
e potere, conoscenza e controllo

Il 7 marzo del 1999 è una data triste per gli amanti del cinema: 20 anni fa ci lasciava quello che da molti è considerato il più grande regista della storia della settima arte, Stanley Kubrick.
Una carriera lunga quasi 50 anni, costellata da pellicole grandiose e meticolose, dove sono mixati, in maniera quasi ossessiva, gli ingredienti che contraddistinguono da sempre il nostro essere uomini. Aggressività e sessualità, guerra e potere, conoscenza e controllo: sono solo alcune delle tematiche esistenziali che il regista americano ha saputo raccontare senza tabù, facendo tabula rasa di sovrastrutture e pregiudizi. Ma a essere frantumata dal regista americano è proprio l’idea della linearità della storia e della sua implicita razionalità: una concezione che sembra quasi banale oggi ma che non lo è stata per larga parte del ’900. Il cineasta americano, naturalizzato inglese, ci ha instillato il dubbio che il tempo non corra in una sola direzione, e che lo scorrere dei secoli non coincida per forza con il progresso sociale e individuale. Ma al centro della sua lente di ingrandimento vi è sempre la razza umana con la proprie coscienza dono e condanna allo stesso tempo.
Esemplare testimone di questi temi conturbanti è 2001 Odissea nello spazio, forse il film più famoso di Kubrick: un viaggio che parte da un osso, usato come arma dai primati, che di fatto si trasforma in un’astronave. Il viaggio interstellare ed evolutivo dell’uomo termina in una stanza arredata in stile neoclassico, un rimando indiretto all’età dei lumi. Qui il viaggiatore vedrà se stesso invecchiare, morire e resuscitare (sotto forma di feto astrale), di fronte al celebre monolito, simbolo ermetico di un film che ha rivoluzionato per sempre l’idea di fantascienza. Il percorso dell’uomo, lungo millenni, si accartoccia su se stesso. Tutto riporta all’inizio, la circolarità si sostituisce all’evoluzione. Una meraviglia visiva, che stravolge il concetto di progresso con un affascinante eterno ritorno che ancora oggi, a 50 anni dall’uscita del film, fa dibattere critici, filosofi e storici sul reale significato di un’opera quasi metafisica.
... [continua]

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