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Novembre-Dicembre/2019 - Articoli e Inchieste
Mafia
Quarant’anni fa l’omicidio dello sceriffo buono colpito alle spalle
di Franco Negrini

Quel poliziotto con i baffi spioventi aveva imparato in America a Quantico, Virgina, presso la sede dell’FBI, alcune importanti tecniche investigative molto innovative per quei tempi

Ventuno luglio 1979. Dopo aver bevuto un caffè al bar Lux di via Francesco Di Blasi al civico 17, al centro della città, senza scorta, fu colpito mortalmente con sette colpi di pistola, sparati vigliaccamente alle spalle da distanza ravvicinata, con una Beretta 7,65. A premere il grilletto fu Leoluca Bagarella, uno che in quel periodo, solo dal nome, faceva già paura, da subito introvabile come un fantasma, esponente dei Corleonesi che avevano cominciato a seminare il terrore a Palermo e in tutta la Sicilia, e che sarebbe, poi, diventato un killer spietato, un boss vero, il capo dell’ala militare della Cosa Nostra. Che, però, non ebbe il coraggio di guardare in faccia, mentre gli sparava, la sua vittima, Giorgio Boris Giuliano, lo “sceriffo buono”, come veniva chiamato quel poliziotto con i baffi spioventi, che tutti i colleghi chiamavano Boris e che aveva imparato in America alcune tecniche investigative innovative per l’Italia di allora.
Di molte cose si era occupato e si stava occupando Boris Giuliano: dalle giuliette al tritolo ai Corleonesi che stavano conquistando la Sicilia, dall’uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Tutti «casi» finiti sulla scrivania dello «sceriffo», delitti eccellenti, lupare bianche, stragi, vicende palermitane che stavano annunciando l’assalto allo Stato della Cosa Nostra.
Alla fine degli anni Settanta stava indagando, Giuliano, sui traffici dei Bontate e degli Inzerillo, sui Corleonesi che stavano già scalzando la vecchia mafia cittadina, sui legami pericolosi dell’aristocrazia mondiale col banchiere, come minimo spregiudicato e capace di azioni finanziarie disinvolte e spericolate, Michele Sindona. Dieci giorni prima a Milano era stato ucciso l’avvocato Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese che era riuscito ad entrare nei segreti inconfessabili di don Michele. Dopo qualche giorno sarebbe toccata a lui, al poliziotto con i baffi spioventi, la stessa ineluttabile sorte.
29 aprile 1979: “Giuliano morirà, Giuliano morirà” aveva promesso una voce arrivata al telefono in questura, quella di Pietro Marchese, mafioso e uomo d’onore della famiglia di Ciaculli. La mafia parla poco. E quando parla mantiene ciò che dice, sempre. Anche quella volta.
Anni Settanta. A Palermo di mafia si sapeva ancora poco. Non c’erano stati i primi collaboratori di giustizia che avrebbero svelato la struttura di Cosa Nostra. Gli strumenti delle forze dell’ordine erano forse ancora pochi e insufficienti per poter contrastare gli affari e i traffici della mafia.


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