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Novembre-Dicembre/2019 - Articoli e Inchieste
Cibo Criminale
C’era una volta il Made in Italy
di Michele Turazza

Nel 2014 è stato istituito un osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il comitato scientifico dell’Osservatorio è diretto dal dottor Giancarlo Caselli

Ventiquattro miliardi e mezzo di euro. Si tratta dell’enorme giro d’affari delle agromafie nel nostro Paese, pari a circa il 10% dell’intero “fatturato” criminale. Dalle sementi alle sofisticazioni alimentari, dalla contraffazione di marchi al traffico illegale di animali, dalle catene di ristorazione al falso Made in Italy. E ancora: la grande distribuzione, i furti nelle campagne, caporalato e sfruttamento di lavoratori. L’indotto criminale delle agromafie spaventa, dovrebbe far riflettere non solo gli addetti ai lavori, poiché riguarda tutti noi.
“Non vi sono zone franche rispetto alla presenza di interessi di grandi e piccole organizzazioni criminali: la produzione, la trasformazione, il trasporto, la commercializzazione, la vendita al pubblico sono sempre più infettati e in numerosi casi addirittura manipolati da soggetti che, disponendo di grandi risorse economiche, accrescono la dimensione del loro patrimonio di provenienza illecita, investendo su uno dei settori che non conoscerà mai crisi perché, tutti, ricchi e poveri, dobbiamo metterci a tavola”, si legge nell’introduzione di “Agromafie – Sesto Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia”, promosso da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, istituito nel 2014 con lo scopo di tutelare il Made in Italy agroalimentare e difendere la sua reputazione; promuovere la trasparenza informativa a vantaggio del cittadino e lo studio delle penetrazioni della criminalità organizzata nel mercato agroalimentare, nonché dei fenomeni distorsivi della concorrenza lungo la filiera agroalimentare, con particolare riferimento alla contraffazione, adulterazione, imitazione del Made in Italy (www.osservatorioagromafie.it).
Il Comitato scientifico dell’Osservatorio è diretto dal dott. Gian Carlo Caselli, magistrato (a.r.), già Procuratore capo della Repubblica a Palermo e Torino e Presidente onorario di Libera, che ha presentato un disegno di legge di riforma dei reati in materia agroalimentare, per rendere più incisiva l’attività di contrasto, non ancora approvato dal Parlamento. Polizia e Democrazia l’ha incontrato.

Dott. Caselli, prima di tutto, un po’ di chiarezza terminologica: cosa si intende per “agromafia”?

È necessaria una breve premessa: l’agroalimentare “tira”. E tanto. Muove circa 280 miliardi di euro, occupando 2 milioni e mezzo di persone. È un pilastro dell’economia nazionale. Il principale fattore di traino è rappresentato dall’eccezionale appeal del Made in Italy, dovunque potentissimo ambasciatore di qualità. Logicamente, ciò che “tira” nello stesso tempo “attira”, per le opportunità che offre. Ed ecco che nell’agroalimentare troviamo anche soggetti border line. Con conseguenti opacità, irregolarità, illegalità, fino alle agromafie. Ma attenzione: non dobbiamo pensare a mafiosi con coppola e lupara (cose ormai d’altri tempi) o in abito “militare”. Sono mafiosi in doppio petto, colletti bianchi. Capaci di sfruttare tutti i vantaggi della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Perfettamente a loro agio nell’economia e nella finanza 2.0 o 3.0. Ma nello stesso tempo sempre capaci di intimidazione e violenza, quando necessario.
Da sempre le mafie hanno una naturale vocazione per gli affari che promettono buoni profitti. È nel loro DNA cercare di guadagnare ancora di più ricorrendo a pratiche illecite (adulterazioni, contraffazioni) e tanto meglio se sono pratiche a bassa intensità espositiva. Il cibo è al riguardo un terreno ideale. Forti guadagni e minimi rischi. Perché l’attuale normativa sui reati agroalimentari fa acqua da tutte le parti. Come vedremo in seguito.

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