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Aprile - Maggio/2020 - Editoriale
EDITORIALE
Meno dilettantismo e più competenza, signor ministro
di Francesco Neri

Vincenzo Iannazzo, boss della ’ndrangheta, 65 anni. In carcere a Spoleto, è stato condannato in Appello a 14 anni e 6 mesi, ma per lo stato di salute la corte d’Assise ha indicato i domiciliari.
Antonino Sacco, uomo d’onore considerato il capo mandamento del quartiere Brancaccio di Palermo e vicinissimo ai Graviano, una condanna ai 15 anni e 4 mesi decisa in Appello e poi confermata in Cassazione.
Francesco Bonura, conosciuto come l’uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, binnu u’ tratturi, 78 anni. Ritenuto uno dei boss più influenti della mafia siciliana. Condannato a 23 anni in via definitiva. Buscetta lo definiva un mafioso valoroso.
Vincenzo Di Piazza, boss mafioso di Casteltermini in provincia di Agrigento, 80 anni. Ha lasciato il 41 bis – a cui era costretto dopo una condanna a 18 anni – per andare ai domicilari. E poi, ancora Ciccio La Rocca, Renato Piccolo, Carmelo Terranova, Rocco Santo Filippone, Giosuè Belgioioso… e altri ancora.
È lungo, molto lungo, l’elenco di pericolosi mafiosi – un elenco di 376 nomi di cui 372 “alta sicurezza” – che hanno chiesto, tramite i loro avvocati, di poter usufruire – in questo periodo di Coronavirus – degli arresti domiciliari. Mammasantissima, gregari delle cosche, esattori del pizzo. Tra quei nomi c’è anche quello di Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo che venne sciolto nell’acido. Non si tratta, dunque, di delinquenti comuni ma di personaggi estremamente pericolosi. Un elenco in cui ci sono almeno quaranta nomi da mettere i brividi.
Uno dei magistrati di punta nella lotta alla criminalità organizzata in Italia, il dr. Catello Maresca, lo stava dicendo da molte settimane che con il rischio infezione da Covid-19 si sarebbe potuta verificare la scarcerazione di molti detenuti e, tra questi, anche quella di alcuni boss mafiosi.
L’allarme lo aveva lanciato, Maresca, almeno a partire dalla rivolta nelle carceri italiane del 7 e dell’8 marzo scorso ma chi doveva sentirle, e recepirle, quelle parole per qualche motivo non le ha sentite: il ministro della Giustizia e il responsabile delle carceri italiane, cioè il capo del DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Alla fine, quanto denunciato dal dr. Maresca – non uno qualunque, ma un magistrato che ha molta esperienza nella lotta alla criminalità organizzata e, in particolare, nel contrasto al clan dei casalesi con risultati importanti – prima nelle sedi giudiziarie e poi in televisione, si è puntualmente verificato.
Tra i nomi dei detenuti scarcerati e mandati ai domiciliari ce n’è uno particolarmente pesante, quello di Pasquale Zagaria, il manager della mafia casalese.
“Pasquale Zagaria – ha detto il giudice Catello Maresca da poco nominato sostituto procuratore generale a Napoli – è la mafia casalese”. Nel procedimento di concessione dei domiciliari a Zagaria il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha riportato di aver scritto al DAP senza aver avuto risposte. Anzi una risposta del DAP sarebbe arrivata il giorno dopo che era stato emesso il provvedimento di concessione dei domiciliari a Zagaria.
Oltre al danno anche la beffa.
Francesco Basentini, fino a pochi settimane fa capo del DAP, aveva replicato a Maresca durante un dibattito televisivo, andato in onda il 26 aprile, con una frase che, a dir poco, ha lasciato sconcertati i telespettatori: “Lei non conosce la legge”. Una frase perlomeno infelice che, forse, Basentini – nominato due anni fa al vertice delle carceri italiane dal ministro della Giustizia – avrebbe fatto meglio a non pronunciare nel rispetto del lavoro di Maresca e di altri magistrati sovraesposti come lui e nel rispetto dell’intelligenza dei telespettatori che hanno seguito quel dibattito televisivo. “Io a Pasquale Zagaria l’ho mandato al 41 bis…” ha precisato Maresca. Poi, accade che il dr. Nino Di Matteo, noto per essere il magistrato che si è occupato del processo trattativa Stato-mafia e oggi membro del Consiglio Superiore della Magistratura, dichiari in una nuova puntata della stessa trasmissione televisa, andata in onda il 3 maggio, che fu contattato a giugno 2018 dal ministro della Giustizia Bonafede che gli propose formalmente la guida del DAP. Ciò è stato smentito subito dopo, sempre in televisione, dal ministro che ha dichiarato: “Sono esterrefatto”. Esterrefatti siamo noi, caro ministro, verrebbe da dire.
Perché il dr. Di Matteo racconta solo oggi quanto accaduto due anni fa?
Perché il ministro preferì Basentini a Di Matteo?
Perché il DAP non ha trasferito il 9 marzo, cioè subito dopo le rivolte dei detenuti, Pasquale Zagaria nel carcere di Pisa, di Viterbo o di Roma dove ci sono strutture sanitarie adeguate per curare i detenuti?
Perchè il DAP non è intervenuto prima dell’emergenza Covid-19 su Zagaria visto che, come ha ricordato il dr. Maresca, c’era una richiesta al DAP fin da gennaio?
Perché il ministro in queste ultime settimane, resosi conto dei probelemi al DAP, non è intervenuto immediatamente, con i dovuti provvedimenti perlomeno sulle scarcerazioni dei tre detenuti sottoposti al 41 bis (Bonura, Iannazzo e Zagaria)?
Meno dilettentantisno e più competenza, signor ministro, verrebe da dire.
Francesco Neri

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