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Aprile - Maggio/2020 - Articoli e Inchieste
Covid e lavoro
L’Italia in trasformazione. Intervista a Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL
di Lorenzo Baldarelli

“Dobbiamo utilizzare il tempo che sta davanti a noi per riprogettare il Paese e l’Europa”.

Il segretario della Cgil rispondendo alle nostre domande delinea scenari futuri per il nostro Paese. La risposta dell’Italia al Covid-19 deve avere ampio respiro, «alzare lo sguardo, smetterla di guardare ai tempi brevi, a quel che succede domani». La sanità, per il segretario Landini, ha bisogno di investimenti, soprattuto nelle strutture territoriali. «Bisogna investire nell’assistenza domiciliare integrata. Infatti le morti di tanti anziani ci dicono drammaticamente che le RSA (strutture residenziali assistite) non possono essere la soluzione alla fragilità delle persone».
Il lockdown ha accelerato alcuni processi produttivi e ne ha fermato altri ma soprattutto ha mostrato quanto sia fragile il nostro sistema economico. Le grandi imprese multinazionali hanno aumentato vertiginosamente i loro profitti, i piccoli imprenditori invece si sono trovati a chiudere e licenziare. In questo processo la «tecnologia non è neutrale. Per il sindacato – afferma Landini – diventa importante battersi per contrattare e governare l’innovazione tecnologica. Prendiamo ad esempio la rivoluzione digitale. Le nuove risorse oggi sono i dati e il loro uso. Ma i dati sono legati alla vita delle persone. Questa è una grande questione democratica. È un tema che ci viene posto dalla stessa drammatica vicenda della pandemia».
Il segretario della Cgil, in fine, coglie l’occasione per «ringraziare tutti gli operatori che con grande senso di responsabilità hanno agito dando il massimo, anche quando le condizioni operative presentavano difficoltà». Inoltre auspica in una prossima «tornata contrattuale», per colmare i vuoti dal «punto di vista salariale, normativo e degli organici».

La pandemia generata dal Covid-19 ha generato una crisi economica che potrà essere alleviata solo attraverso un poderoso intervento dei governi di tutto il mondo; le stime meno pessimiste parlano di una decrescita del reddito nazionale per il 2020 tra il 5 ed il 10%. Sono cifre impressionanti. Secondo lei quale sarebbe il miglior modo per sostenere l’economia: sostegno al reddito, garanzia per i prestiti erogati dalle banche alle famiglie ed al sistema produttivo, aumento della spesa sanitaria, investimenti in ricerca ed in capitale umano. La Cgil ha delle linee guida per aiutare l’Italia ad uscire più velocemente possibile dalla crisi?

Non vi è dubbio che siamo di fronte ad una situazione pesante, seria, pericolosa. Proprio per questo dobbiamo utilizzare il tempo che sta davanti a noi per riprogettare il Paese e l’Europa. La vicenda della pandemia infatti è l’ammissione più esplicita del fallimento dell’attuale modello di crescita che ha portato ad un approfondimento delle disuguaglianze tra le persone e alla rottura degli equilibri e dei rapporti con la natura. L’origine del Coronavirus infatti ha molto a che vedere con la distruzione dell’ambiente, della biodiversità, con l’inquinamento atmosferico. Anche per questa ragione c’è bisogno di cambiare. Si tratta di affermare un modello di sviluppo che abbia al suo centro il lavoro e il contrasto alle disuguaglianze. Questo vuole dire, innanzitutto, battersi per una riforma fiscale che recuperi il principio della progressività e in questo consideri anche i grandi patrimoni e le rendite finanziarie che nulla danno all’economia reale e che invece consolidano rendita di posizione e profonde disuguaglianze sociali.
In secondo luogo c’è bisogno di affermare un progetto di società orientata verso la qualità delle produzioni, la rivalutazione dei beni comuni e pubblici, la conoscenza e la cultura, la qualità sociale. E ciò significa porre la stessa industria al servizio di uno sviluppo equilibrato e sostenibile.
Questa battaglia ha bisogno della contrattazione; di una contrattazione capace di determinare nuove forme di libertà e creatività delle persone a partire da un diritto alla formazione permanente e alla conoscenza, inteso come diritto soggettivo della persona.

Il premier Conte ha presentato un provvedimento da 55 miliardi in 260 articoli. Le misure serviranno ad aiutare imprese, sanità, scuola, sport e cultura. Lei avrebbe scelto diversamente? Gli aiuti a pioggia non rischiano di essere poco efficaci?

L’ultimo decreto del governo cerca di proteggere le persone e le imprese. Da questo punto di vista è opportuno fare una considerazione: se ce ne fosse ancora bisogno il virus mette in evidenza quanto sia insostenibile un mercato del lavoro fatto di precarietà, assenza di diritti e di tutele, di caporalato e di lavoro nero. Ci si rende conto che per tutelare la maggior parte dei lavoratori in difficoltà ci siamo dovuti inventare una serie di strumenti, dalle varie identità alla cassa integrazione in deroga, proprio per la frantumazione violenta a cui è stato sottoposto il mercato del lavoro? È fondamentale quindi proteggere le persone, tanto più in un momento di grande difficoltà. Sentiamo però l’esigenza di andare oltre. E bisogna farlo ora. Anche perché il paese pre-Covid non era il mondo dei sogni. il virus, infatti, ha fatto emergere tutte le fragilità e le diseguaglianze che si sono accumulate nel corso degli anni. È necessario quindi alzare lo sguardo, smetterla di guardare ai tempi brevi, a quel che succede domani. anche le imprese devono cambiare. Da questo punto di vista non c’è dubbio che sarebbe necessario mettere delle condizioni al trasferimento di risorse pubbliche verso il sistema delle imprese come, ad esempio, l’impegno a non delocalizzare le proprie sedi produttive o ad avviare percorsi di formazione permanente. Qui avverto che c’è una evidente criticità nel “decreto rilancio”. Così come pure rappresenta una criticità la norma sulla riduzione dell’IRAP che tratta tutte le aziende allo stesso modo, sia quelle che hanno ridotto il fatturato per colpa della pandemia sia quelle che l’hanno raddoppiato come è avvenuto nel settore della farmaceutica, nella logistica, nell’agroalimentare.

Il Covid-19 fungerà da catalizzatore per alcune scelte. Quello che in alcuni settori si è cercato ricambiare in anni ora è cambiato in giorni. Quanto muterà il mondo del lavoro? Quali sono i rischi di una digitalizzazione selvaggia del mondo del lavoro?

Non c’è dubbio che siamo di fronte a cambiamenti profondi nel modo di produrre e di lavorare e la pandemia rappresenta una ulteriore accelerazione in questa direzione. La ripresa delle attività, dovrà essere anche l’occasione per porre con forza il tema della sicurezza e della salute nei posti di lavoro, del regime degli orari e dell’organizzazione del lavoro. Così come il distanziamento nel lavoro sta portando ad una maggiore diffusione dello smart working e del lavoro da remoto. Queste forme di lavoro possono assumere caratteri diversi: possono aumentare i ritmi di lavoro e il controllo, la condizione di isolamento dei lavoratori, oppure possono ampliare gli spazi di autonomia, di responsabilità, di professionalità dei lavoratori. Per questo è fondamentale riportare questo strumento nel contesto sorvegliato della contrattazione introducendo temi a tutela di chi lavora: orario, diritto alla disconnessione, pausa, condizioni ambientali idonee, formazione, mantenimento di un principio di lavoro collettivo anche quando si è da soli. in secondo luogo è necessario ricomporre la frantumazione del lavoro. Oggi nello stesso posto di lavoro - imprese, servizi, ospedali, aeroporti – ci sono persone che pur svolgendo lo stesso lavoro hanno retribuzioni e diritti diversi. Bisogna ricomporre queste fratture facendo valere il principio che a parità di mansione e di lavoro deve corrispondere parità di retribuzione e di diritti.
Noi intendiamo misurarci con l’innovazione tecnologica. Essa però va orientata e governata. Non è stato così fino ad oggi. L’innovazione si è affermata parallelamente e quella che comunemente viene definita finanziarizzazione dell’economia. Gli interessi a breve termine hanno preso il posto degli investimenti a lunga scadenza. Si sono prodotte nuove divisioni tra un nucleo ristretto di persone che è chiamato a svolgere mansioni strategiche per l’impresa e un’area ampia di lavoratori e lavoratrici che svolge mansioni ripetitive. La tecnologia non è neutrale. Per il sindacato diventa importante battersi per contrattare e governare l’innovazione tecnologica. Questo vuole dire indirizzarla ad affrontare e risolvere problemi aperti nelle società moderne: miglioramento delle condizioni di vita nelle città e nelle aree urbane, salute, mobilità collettiva e sostenibile, lotta alle diverse forme di inquinamento, migliore qualità del lavoro e della sua organizzazione. Innovazione tecnologica, quindi, indirizzata verso obiettivi di qualità sociale.Non c’è dubbio che siamo di fronte a cambiamenti profondi nel modo di produrre e di lavorare e la pandemia rappresenta una ulteriore accelerazione in questa direzione. La ripresa delle attività, dovrà essere anche l’occasione per porre con forza il tema della sicurezza e della salute nei posti di lavoro, del regime degli orari e dell’organizzazione del lavoro. Così come il distanziamento nel lavoro sta portando ad una maggiore diffusione dello smart working e del lavoro da remoto. Queste forme di lavoro possono assumere caratteri diversi: possono aumentare i ritmi di lavoro e il controllo, la condizione di isolamento dei lavoratori, oppure possono ampliare gli spazi di autonomia, di responsabilità, di professionalità dei lavoratori. Per questo è fondamentale riportare questo strumento nel contesto sorvegliato della contrattazione introducendo temi a tutela di chi lavora: orario, diritto alla disconnessione, pausa, condizioni ambientali idonee, formazione, mantenimento di un principio di lavoro collettivo anche quando si è da soli. in secondo luogo è necessario ricomporre la frantumazione del lavoro. Oggi nello stesso posto di lavoro - imprese, servizi, ospedali, aeroporti – ci sono persone che pur svolgendo lo stesso lavoro hanno retribuzioni e diritti diversi. Bisogna ricomporre queste fratture facendo valere il principio che a parità di mansione e di lavoro deve corrispondere parità di retribuzione e di diritti.
Noi intendiamo misurarci con l’innovazione tecnologica. Essa però va orientata e governata. Non è stato così fino ad oggi. L’innovazione si è affermata parallelamente e quella che comunemente viene definita finanziarizzazione dell’economia. Gli interessi a breve termine hanno preso il posto degli investimenti a lunga scadenza. Si sono prodotte nuove divisioni tra un nucleo ristretto di persone che è chiamato a svolgere mansioni strategiche per l’impresa e un’area ampia di lavoratori e lavoratrici che svolge mansioni ripetitive. La tecnologia non è neutrale. Per il sindacato diventa importante battersi per contrattare e governare l’innovazione tecnologica. Questo vuole dire indirizzarla ad affrontare e risolvere problemi aperti nelle società moderne: miglioramento delle condizioni di vita nelle città e nelle aree urbane, salute, mobilità collettiva e sostenibile, lotta alle diverse forme di inquinamento, migliore qualità del lavoro e della sua organizzazione. Innovazione tecnologica, quindi, indirizzata verso obiettivi di qualità sociale.

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