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Aprile - Maggio/2020 - Articoli e Inchieste
Cinema
L’arte di arrangiarsi nell’estremo oriente
di Fabio Paglialunga

Vincitore di quattro premi Oscar tra cui miglior regia e miglior film, Parasite è un ritratto duro e realistico del contrasto tra ricchi e poveri perché, forse, la lotta di classe non è mai finita. Nemmeno a certe latitudini.

Che ‘Parasite’ fosse destinato a diventare uno dei film più importanti degli ultimi anni fu evidente fin dalla sua presentazione al Festival di Cannes, nella primavera del 2019. La pellicola di Boon Jong-ho vinse a sorpresa la Palma d’Oro e soprattutto non divise la critica, che lo promosse con una intensità e uniformità decisamente rare.
Al centro del racconto due famiglie sud-coreane: una poverissima, che vive in un seminterrato nei bassifondi della città. I Kim hanno alle spalle una lunga storia di fallimenti personali e professionali, ma sopravvivono grazie all’arte d’arrangiarsi; ambiscono ad una vita normale e non si fanno scrupoli per provare ad ottenerla. L’altra, quella dei Park, rappresenta il modello ideale di famiglia moderna appartenente all’élite urbana, bella e ricca. I primi riusciranno, tramite una sottile manipolazione, a entrare letteralmente nella casa dei secondi, facendosi assumere al loro servizio e facendo finta di non conoscersi. Ma niente è come sembra e la tragedia è pronta ad esplodere.
Bong Joon-ho, tra i maggiori autori del cinema sud-coreano postmoderno , ha costruito la sua filmografia attraverso la deformazione della realtà. L’impostazione plastica delle sue inquadrature, unite ad un gusto per un umorismo quasi lacerante, hanno determinato la sua firma autoriale da ‘Memories of Murder’ a  ‘The Host’ e ‘Snowpiercer’. A differenza di questi titoli, in Parasite non ci sono creature mostruose, serial killer o visioni di un futuro distopico. Il film si regge sulla brutale dissezione della realtà capitalista e del divario, esistente, tra classi sociali, in perfetto equilibrio tra commedia nera, dramma e thriller claustrofobico.
Lo spazio e i luoghi, oltre a un gruppo di attori straordinariamente in parte, sono i veri protagonisti del film; una sceneggiatura a orologeria, una scrittura in continuo climax ascendente in cui le abitazioni parlano, in cui il sottoscala fatiscente dei Kim è in diretto dialogo con la casa ultra moderna dei Park. Uno è caratterizzata dall’orrenda finestrella abbaino, rettangolare come un piccolo schermo casalingo da cui vedere i piedi e il fango della città, la seconda è illuminata da un’immensa vetrata, imponente come lo schermo di un cinema, che dà su un bellissimo giardino privato. La prima ha i sanitari su un gradone angusto e un soffitto troppo basso, la seconda è piena di scale che portano a diversi piani.
Vincitore di 4 premi Oscar (tra cui miglior regia e miglior film), sottilmente divertente e al contempo innevato di suspense, con un ritmo spedito ma senza incorrere in superficialità o soluzioni frettolose, Parasite offre un impietoso ritratto dei rapporti tra differenti classi sociali nella Sud-Corea contemporanea, ma secondo un approccio che non lo lascia confinato in una prospettiva locale o provinciale. Il film affronta infatti dinamiche e sentimenti universali, e se fosse stato ambientato in Europa o in America in fondo non sarebbe cambiato molto: la sua caustica disamina degli effetti del capitalismo e degli status symbol della ricchezza si potrebbe applicare tranquillamente alle più varie e vaste realtà geografiche.

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