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Agosto-Settembre 2020/2020 - Articoli e Inchieste
Estero
L’ombra Ottomana sul Mediterraneo
di Leandro Abeille

Dall’abortita adesione all’Europa, alla politica egemonizzante nel Mediterraneo Orientale: la Turchia di Erdogan reclama "un posto al sole".

Erede di uno dei più vasti e longevi imperi della storia, avamposto del sistema di sicurezza occidentale con l’ingresso nella Nato nel 1952, orientata alla cooperazione con la Comunità Europea fin dagli anni ’60, culminata con il sogno, – per ora infranto – dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea, la Turchia è al centro dei più rilevanti scenari regionali del sistema internazionale post-bipolare, dall’area del Mar Nero a quella del Mediterraneo orientale, dal Medio Oriente sino al Caucaso e all’Asia centrale. Attualmente è il maggior riferimento geopolitico per l’area siriana e libica.

Perché ora è il momento giusto per i turchi
Per decenni la politica turca è stata intesa a superare l’esperienza ottomana, riformulata dalla visione di Mustafa Kemal Atatürk, ma con la fine della Guerra Fredda, le spinte nazionalistiche e di grandeur turche, rafforzate da un ritorno islamico, si sono fatte avanti con entusiasmo e la Turchia ha posto le basi per diventare una potenza regionale autonoma, svincolata dalla politica comune europea e, allo stesso tempo, forte della sua posizione all’interno del Patto Atlantico.
Da quando al potere è ormai – stabilmente – il “Partito della giustizia e dello sviluppo” (Adalet ve Kalkınma Partisi, Akp) di Recep Tayyip Erdoğan, in contrapposizione allo storico ed iper laico “Partito repubblicano del popolo” (Cumhuriyet Halk Partisi, Chp), fondato da Atatürk, si è assistito ad una crescente islamizzazione della Turchia, non più fermata dai “guardiani” del secolarismo, l’esercito che, per ben tre volte (1960, 1971 e 1980) ha preso il potere nel paese per frenare gli eccessi del radicalismo in politica. Con lo sbarramento al 10% dei partiti politici, la riforma della Costituzione, il fallimento del colpo di stato militare del 2016, il rafforzamento del consenso interno, le scelte geopolitiche turche sono sempre più fortemente in mano al “sultano” Erdoğan.
Il risultato della stabilizzazione del potere in Turchia (unita a un buon progresso economico) e la debolezza degli altri paesi, ha riportato in auge i sogni espansionistici del vecchio impero Ottomano, l’ultimo davvero panarabo. Quel periodo, nonostante la rivolta araba stimolata dagli inglesi durante la prima guerra mondiale, trova ancora estimatori in tutto il Medio Oriente e nel Maghreb, soprattutto nelle fasce religiose, fortemente maggioritarie all’interno delle popolazioni arabe.

Le mosse della Turchia
Tra la mancata soluzione dell’invasione turca di Cipro (che dura dal 1974 con l’isola divisa a metà) e la continua repressione dei Curdi, Ankara sta appoggiando tutte le realtà islamiche in Medio Oriente, dall’appoggio ai Fratelli Musulmani in Egitto, al riconoscimento di Hamas come interlocutore palestinese, ed ha attuato due interventi diretti in zone calde, dove gli occidentali preferiscono non mettere piede: la Siria e la Libia.
In Siria: la Turchia con l’operazione “Fonte di Pace” ha creato – invadendola – una zona cuscinetto (ufficiale) di 30 km all’interno del confine siriano. Questo ha permesso di ricacciare indietro i Curdi, che hanno combattuto e vinto (grazie anche all’aiuto statunitense) l’ISIS, e creare un contenitore per i profughi siriani.
Per quanto riguarda la Libia, il parlamento turco ha approvato nel 2020 una risoluzione che impegna anche militarmente a: «proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, di prevenire il transito dei migranti irregolari, d’impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico». Questa intenzione ha portato, armi e mercenari provenienti dalla Siria nelle fila di Fayez al Sarraj, leader del governo di Tripoli (riconosciuto dalle Nazioni Unite), che stava perdendo la guerra (e la faccia) contro il Generale Haftar. Di recente è stato firmato un accordo grazie al quale, una parte del porto di Misurata diventa una base navale turca per 99 anni, mentre l'aviazione militare turca potrà utilizzare la base aerea di al-Watya nella Tripolitania Occidentale. Ulteriore risultato, è stato attuato – nel silenzio generale del governo Italiano – il “riposizionamento” dell’Ospedale gestito dai medici militari inviati dall’Italia, che perde, di giorno in giorno, importanza nel processo di pacificazione libica.
Non solo, nel mar Mediterraneo (all’interno della Zona economica esclusivamente ellenica) è in atto una vera e propria guerra fredda tra la stessa Turchia, che cerca in mare idrocarburi, e la Grecia. Anche in questo caso, dopo il fallimento degli accordi su Cipro, l’Unione Europea è spettatore timoroso; a guardare la Grecia, il suo componente economicamente e militarmente più debole, prepararsi alla difesa, senza aver mandato – a titolo di avvertimento – 2 F35 a sorvolare le fregate Turche, in navigazione a poche miglia dalle coste elleniche. La guerra tra greci e turchi è “fredda”, solo perché ancora non si sono lanciati rispettivamente missili, ma il presidente Erdogan recentemente ha commentato in questo modo le proteste greche per le manovre militari turche nella sua area (marittima) economica esclusiva: «Ankara si prenderà ciò che è suo».

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