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Agosto-Settembre 2020/2020 - Articoli e Inchieste
Legge 121/81
Verso il quarantennale della Riforma (Pt.1)
di Orlando Botti

Inauguriamo una serie di articoli di avvicinamento ai 40 anni della Riforma del 1981 tramite il racconto in prima persona dell’ex poliziotto Orlando Botti.

Anni ’60, ai cittadini della Liguria spettava di svolgere il servizio militare in marina per due anni. Compiendo i diciotto anni non avevo molte scelte a disposizione. Un mio amico, Villani, da poco entrato nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, mi informava che almeno con una ferma di tre anni potevo alleviare i due anni in marina con almeno uno stipendio. Convinto di tale ragionamento logico faccio domanda alla caserma di Genova Sturla rimanendo in attesa degli eventi dopo i vari esami sia fisici che orali e attitudinali.
Per una casualità viene accettata la mia domanda in quanto gli accertamenti esperiti dai Carabinieri hanno sì acclarato un passato fascista di mio padre Otello, che non avrebbe avuto esiti negativi, anzi, non quello di mio nonno Aurelio. notoriamente un focoso comunista che sì avrebbe bloccato la domanda di ammissione in quanto io diventavo “una minaccia politica”, per parentela non adeguata al corpo.
Figlio appunto di un operaio e una casalinga, ricordo benissimo la difficoltà lavorativa degli anni ’50 e ’60, essendo nato e abitando a Sestri Ponente, una delegazione di quasi 100.000 abitanti, prettamente una zona operaistica. La vita in quegli anni era molto dura per un lavoro che quando si interrompeva lasciava le casse familiari in pena.
Ricordo che quando il lavoro mancava, mia madre mi diceva di scendere al negozio di alimentari con un libretto dove la proprietaria segnava il mancato pagamento che veniva, sempre, onorato di miei genitori. Questo ricordo non mi ha mai abbandonato e mi sono sempre comportato esattamente di conseguenza allorquando mi sono trovato in difficoltà. Davo una mano trasportando ceste di pane dal panificio sotto casa ai clienti.
Ricordo che il papà del mio amico Claudio, agente di polizia, quando mi salutava per strada non riuscivo a capire perché lo vedessi durante la settimana così poco, abitando di fronte alla sua abitazione. La mia curiosità veniva così svelata: essendo e avendo un passato da comunista, era stato penalizzato per questa sua vocazione e appartenenza politica, tanto da subire un umiliante trasferimento alla questura di Ferrara dove era stato sbattuto in mensa, come ulteriore affronto.
Così, il primo settembre 1966, parto per Caserta per fare gli ulteriori esami attitudinali assieme a decine e decine di altri ragazzi provenienti quasi tutti dalle regioni meridionali. Dopo averli superati, vengo inviato a Duino, in provincia di Trieste, facendo parte di due compagnie mentre altre otto venivano formate alla scuola di Trieste. In queste due scuole di formazione veniva appunto esperito il corso di formazione per addivenire al titolo di agente in prova.
Durante questo anno di formazione per prima cosa notavo un viavai di dialetti a me sconosciuti che piano piano riuscivo ad accertarne la regione di origine. Di liguri nemmeno l’ombra. Da subito mi è apparsa chiara una formazione, più che “poliziesca”, di tipologia prettamente militare, in quanto ogni mattina ore e ore di marcia con moschetto facevano intendere che potessero prevalere di interesse, al posto della didattica pura in aula. Notavo un atteggiamento un po’ paternalistico degli istruttori che comunque privilegiavano l’aspetto formale militaresco, sottolineando ad ogni occasione il saluto militare, evitando altresì qualsivoglia lamentela per le marce quotidiane molto faticose.
Da subito, però, constatavo che la formazione, con lo studio delle varie materie inerenti al ruolo di un agente, veniva ampiamente sorpassato dal servizio di ordine pubblico, in quanto in quell’anno sarei stato più impegnato a girare tutta l’Italia settentrionale per quei servizi, piuttosto che seduto sul banco scolastico.
Al contempo, prendevo molta confidenza con il tascapane personale contenente un elmetto, uno sfollagente, una bomba lacrimogena e gli occhiali protettivi.
Questa discrasia mi appariva controproducente per una valida formazione scolastica, in quanto se molte ore venivano svolte sulle piazze invece che in aula, chiaramente gli studi di materie importanti quali il codice penale, il codice di procedura penale, le leggi di pubblica sicurezza, venivano così ritenute di ripiego invece di essere l’asse portante della formazione di giovani agenti.
Si partiva per ogni zona dove si svolgevano manifestazioni contro il governo dell’epoca, stipati su assi posizionati sui camion Fiat 683, per chilometri e chilometri, con le difficoltà inerenti a tali posizionamenti.

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