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Agosto-Settembre 2020/2020 - Articoli e Inchieste
Misteri italiani
Caravaggio e Cosa Nostra: tra arte e storytelling
di Damiano Leonelli

La spystory sulla tela dell’immenso pittore che incrocia la malavita. La ricostruzione della misteriosa scomparsa della Natività insieme allo studioso Michele Cuppone.

Questa è la storia di un capolavoro mai ritrovato: sono passati più di cinquant’anni, infatti, da quell’ottobre 1969, quando ignoti trafugarono dall'oratorio di San Lorenzo a Palermo la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi, splendida opera di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Una vicenda tuttora irrisolta, una storia che si intreccia con una delle pagine più nere della Prima Repubblica: la sparizione della tela, infatti, racconta l’intreccio tra mafia e pezzi delle istituzioni, gli scontri interni all’organizzazione mafiosa e la trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.
«Non si sa neanche quando è avvenuto il clamoroso furto di Palermo – si leggeva su l'Unità il 21 ottobre 1969, pochi giorni dopo la data presunta del furto del dipinto – Chiunque poteva portar via la Natività del Caravaggio».
Una data presunta, appunto, come precisa lo storico dell’arte Michele Cuppone nel suo libro “La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro” (Campisano Editore, 2020): «Permane comunque un certo grado di indeterminatezza su diversi punti. A partire dalla data in cui il furto avvenne. Si è sempre detto sia avvenuto nella piovosa notte fra venerdì 17 e sabato 18 ottobre 1969, se fu scoperto il furto nel primo pomeriggio del 18».
Strane, e mai chiarite del tutto, le modalità del clamoroso furto, così come sembrerebbero avvolte nella nebbia le intenzioni di chi l’avrebbe commissionato. «Questa volta, invece di cucchiai d'argento e televisore, è partita l'Adorazione dei pastori o la Natività» scriveva con un velo d’ironia il Giornale di Sicilia in un articolo del 20 ottobre 1969.
«Il furto della Natività matura in un ambiente di microcriminalità ed è opera di un gruppo di ladri allora molto giovani, tra cui Francesco Marino Mannoia – sostiene Cuppone – Nottetempo, e con il favore della pioggia, si introducono nel piccolo oratorio che custodiva, si fa per dire, il quadro: era assente il sistema di allarme e le imposte erano difettose. I malviventi tenteranno invano di vendere l’opera nel mercato antiquario: troppo ingombrante era la refurtiva, che passa da un nascondiglio a un altro».
Da quell'ottobre del 1969, gli inquirenti seguiranno molteplici tracce che però non portarono ad alcun esito. In quello stesso anno viene costituito il nucleo dei Carabinieri per la tutela del Patrimonio Culturale in quanto il fenomeno dei furti di opere d’arte cominciò ad essere più diffuso. Tuttavia intorno alla tela scomparsa si brancolava nel buio. Interpol, storici d’arte e stampa, anche straniera, si interessarono al caso.
Anche Rodolfo Siviero, agente segreto e storico dell'arte «si interessò da subito, come ho appurato da un’intervista del 21 ottobre 1969 che riporto nel volume – ha scritto Cuppone nel suo libro – Seguirà la vicenda almeno fino al 1973, come invece si desume dai suoi diari. Purtroppo, da vero agente segreto, egli distrusse molta documentazione personale e non è dunque possibile sapere quali piste d’indagine aveva battuto e fin dove si sia potuto spingere. Viene da domandarsi infine se abbia avuto fra le mani copia del primo verbale del furto redatto a Palermo, inspiegabilmente scomparso in originale».
Nel 1980 il giornalista e storico britannico Peter Watson rilasciò dichiarazioni, alquanto dubbie, in merito ad una possibile compravendita della Natività che, a suo dire, all’epoca si trovava nella zona del salernitano. Affare che, secondo Watson, sarebbe sfumato a causa del terribile terremoto che sconvolse l’Irpinia. Secondo ricostruzioni più recenti, nel 1971 si formò un gruppo di eminenti studiosi che collaborò con i Carabinieri sui furti d'arte. In una videointervista rilasciata alla Rai nel 2006, lo storico d’arte Maurizio Marini dichiarò di essere stato contattato nel 1971 per il furto del Caravaggio e di essere stato inviato a Palermo coperto da un passamontagna per verificare se l'opera trovata fosse la Natività. Avendo il Marini citato, in qualità di testimoni e studiosi coinvolti, solo storici dell'arte già deceduti, le sue dichiarazioni restano avvolte nell’incertezza.
Le indagini si sbloccarono soltanto nella seconda metà degli anni ’80 quando il pool antimafia guidato inizialmente da Antonino Caponnetto e poi da Giovanni Falcone cominciarono a sferrare i primi colpi alla mafia. Solo dopo vent'anni dal misfatto, infatti, iniziano a spuntare le prime piste attendibili, in particolare con le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia, legato al clan palermitano di Santa Maria del Gesù, rilasciate a Giovanni Falcone tra l'ottobre e il novembre del 1989. Senza nessuna sollecitazione sul furto della tela da parte del dottor Falcone, Mannoia comincia a raccontare, con dovizia di particolari, il furto, arrivando anche ad autoaccusarsi: «Mannoia comincia la sua collaborazione con la giustizia nel 1989 – puntualizza Cuppone – Quell’anno viene interrogato dal giudice Falcone, alla presenza dell’ispettore di polizia Maurizio Ortolan. Queste prime dichiarazioni non venivano verbalizzate, ma si conservano gli appunti di Ortolan, che ancora ricorda bene come a un certo punto si finì per parlare del furto della Natività. Il pentito si autoaccusò per quella vicenda, raccontò il tentativo vano di vendita della tela, danneggiata durante le operazioni dei ladri maldestri, ma allo stesso tempo dichiarò che proprio per questo fu distrutta, appiccandovi fuoco presso il fiume Oreto. Il tema non verrà approfondito e anzi cadrà nel dimenticatoio, ma nel 1996, nel corso di nuovi colloqui, Mannoia confermerà la stessa versione dei fatti. Salvo poi smentirsi in parte (negherà la distruzione dell’opera) e fornire nuovi dettagli nel maggio del 2017, alla ripresa delle indagini sul Caravaggio per iniziativa della Commissione parlamentare antimafia».
Falcone quindi stava interrogando il pentito su altre questioni ma durante la deposizione del 1989 si arrivò a parlare anche di "U Caravaggiu". «Mannoia raccontò a Falcone che il Caravaggio perduto non esisteva più: venne arrotolato in fretta la notte del furto» ha scritto Cuppone nel suo libro. Un errore fatale, come sottolineato dagli esperti: la tela, già compromessa dal tempo e dalla approssimativa conservazione, sarebbe così andata irrimediabilmente distrutta. Sicuramente la tela trasportata nelle periferie di Palermo si danneggiò ma gli investigatori suppongono che la sua totale distruzione sia altamente improbabile. Le dichiarazioni di Mannoia, indagato per ben altri reati, non furono verbalizzate ma Falcone appuntò tutto, come era solito fare, nella sua agenda. Le indagini sul Caravaggio sparito avrebbero potuto avere nuovi sviluppi, certamente, se il giudice palermitano non fosse stato ucciso. Le dichiarazioni di Mannoia quantomeno confermavano che non si trattò di un furto realizzato da ladruncoli ma commissionato dalla mafia palermitana. I suoi appunti, di cui non si è saputo nulla per anni, sono stati ritrovati nel dicembre 2017 nell’ufficio-museo del giudice, il “bunkerino”, dal suo ex collaboratore, Giovanni Paparcuri.
In questo quadro investigativo le rivelazioni sono molteplici e spesso poco fondate su dati certi o dimostrabili. Ne costituiscono un esempio le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi in merito alla presunta esposizione della tela, “a mo' di trofeo”, da parte dei boss di Cosa Nostra durante le riunioni della c.d. Cupola. Rivelazioni successivamente smentite dallo stesso Mannoia: «tutte queste leggende metropolitane [...] tutte queste buffonate. Non esistono queste cose! Cosa Nostra è una delle organizzazioni più serie che esistano sul pianeta!».
Man mano che aumentano i collaboratori di giustizia si scopre una nuova traccia sulla Natività. Sembrarono inizialmente attendibili le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, l’uomo della strage di via d’Amelio, il quale dichiarò espressamente che la tela venne conservata in una stalla, in attesa di trovare un compratore che però non arrivò mai. Conservata tra i maiali, non esattamente raffinati fruitori di opere d’arte, secondo Spatuzza la tela del Merisi sarebbe quindi andata distrutta: quando si dice “dare le perle ai porci”. In anni recenti, grazie alla Commissione antimafia, fu chiarito che le informazioni di cui disponeva Spatuzza gli erano state fornite dal compagno di cella Filippo Graviano che però, all'epoca dei fatti, era solo un bambino. Di conseguenza, che l'opera di cui trattano sia effettivamente la Natività risulta solo una loro deduzione personale, poco attendibile.
Nel 1999, con le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana, si apre un'altra potenziale pista. Secondo il collaboratore di giustizia, il dipinto venne seppellito, per volere di suo zio, il boss Gerlando Alberti (affiliato al clan palermitano di Porta Nuova), in una cassa di ferro contenente cinque chili di cocaina ed alcuni rotoli di banconote. Nel luogo da lui indicato, presumibilmente la grotta di una cava mineraria, gli investigatori non trovarono la cassa col dipinto. Sulle dichiarazioni di La Piana si farà poi luce in seguito, tanto da mettere in dubbio che l’opera da lui stesso citata fosse realmente la Natività.
Bisognerà attendere il 2017 per aggiungere un ulteriore importante tassello nella tortuosa vicenda investigativa: l'interrogatorio a Tano Grado, membro della famiglia di Santa Maria di Gesù e uomo di fiducia di Stefano Bontade. Come riporta il Documento XXIII N.44 della Commissione parlamentare: «In particolare, secondo il suo stesso racconto, Grado, pur essendo latitante all’epoca del furto, era stato incaricato da Stefano Bontade a sovrintendere il territorio della famiglia mafiosa di Palermo-centro che, nel frattempo, era stata sciolta per la guerra di mafia». Queste le parole del pentito: «Ricordo bene i fatti [...]. Nel ’69, quando è successo che a San Lorenzo hanno rubato questo quadro della Natività di Caravaggio [...], io avevo una mansione nel palermitano. Siccome avevamo deciso che nel centro di Palermo – dopo tutto quello che avevamo fatto e dopo che avevamo sterminato tutti – non ci dovevano essere più famiglie mafiose, io allora avevo il compito di tenere ordine nella città di Palermo (…) dalla piccola cosa, dal ladro, al rapinatore o altri fatti di sangue, per riferirmi tutto».

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