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settembre/2001 - Interviste
Mafie
La Mafia cerca il confronto con lo Stato
di Sebastiano Gulisano

Bernardo Provenzano, latitante da 38 anni, forse gravemente malato, capo indiscusso di Cosa Nostra, avrebbe deciso di chiudere per sempre la stagione delle stragi, adottando una nuova tattica che punta alla “convivenza”, al “dialogo”, alla “trattativa”

Allo Stato non interessa prendere Provenzano, perché lo sanno che se lo prendono ci sarà la rivoluzione industriale". Parola di picciotto. Il picciotto in questione si chiama Leone: è stato intercettato dalle microspie del Gico della Guardia di Finanza, nel corso di un'indagine sulla mafia di Cinisi, mentre esponeva questo suo punto di vista ad Antonio Giannusa. Giannusa e Leone sarebbero legati al "numero uno" dei latitanti italiani, Bernardo Provenzano, uccel di bosco da ben 38 anni e capo indiscusso di Cosa Nostra siciliana. Un capo senza volto, per investigatori e inquirenti, che di lui conoscono solo la faccia che aveva alla fine degli anni Cinquanta, quando il boss era uno dei tanti soldati della feroce banda corleonese di Luciano Liggio.
Il superlatitante oggi ha 68 anni e dopo gli arresti di Salvatore Riina e Leoluca Bagarella "ha cercato di chiudere, limitando al minimo i danni, la stagione delle stragi - sostiene Giuseppe Lumia, nella relazione conclusiva della Commissione Antimafia della scorsa legislatura - e ha inaugurato un nuovo periodo di confronto con lo Stato che non prevede il ricorso sistematico alla violenza omicida, ma contempla, al contrario, la convivenza, il dialogo, la trattativa". Una politica di "coesistenza con le istituzioni", quella di Provenzano, finalizzata a riappropriarsi del controllo del territorio "come requisito essenziale - chiarisce Lumia - per gestire l'enorme flusso di denaro pubblico che arriverà in Sicilia e nell'intero Mezzogiorno nei prossimi anni". Basti pensare che, solo nell'isola, sono attesi ben sedicimila miliardi di lire per le opere pubbliche previste da "Agenda2000".
L'ex presidente dell'Antimafia, inoltre, illustra le strategie interne all'organizzazione mafiosa messe in atto da Provenzano per rendere "più clandestina, più segreta e più impermeabile all'esterno la struttura mafiosa, la sua composizione e il suo funzionamento": privilegiare i legami di sangue tra vecchi e nuovi affiliati, celare agli altri capifamiglia l'identità di questi ultimi e collocare a capo dei diversi mandamenti "uomini di assoluta fiducia dell'attuale vertice di comando". Attraverso questi ultimi, spiega Lumia, "il vertice è in grado di assicurare il controllo periferico delle strutture". Una analisi che vedrebbe completamente emarginata l'ala stragista di Cosa Nostra, quella che fa capo a Totò Riina, Leoluca Bagarella e Vito Vitale (tutti e tre in carcere).
Pare che Provenzano sia malato e abbia continuamente bisogno di cure e che, per tale motivo, secondo la Dia, gli altri capi "si sarebbero già organizzati per garantire la direzione di Cosa Nostra, vuoi preparandosi ad una gestione collegiale vuoi predestinando un sostituto". Sarebbero due i pretendenti al trono: il palermitano Salvatore Lo Piccolo e il trapanese Matteo Messina Denaro. Entrambi latitanti.
Dopo i clamorosi arresti di Vincenzo Virga e Benedetto Spera (con altrettanto clamoroso strascico di polemiche innescate dal comandante del Ros dei Carabinieri, generale Sabato Palazzo) sarebbero Lo Piccolo e Messina Denaro, insieme a un altro latitante eccellente, Antonino Giuffrè, rappresentante del mandamento di Caccamo, ad affiancare Provenzano al vertice dell'organizzazione criminale. Secondo l'ultimo rapporto della Dia al Parlamento (di metà aprile), un ruolo importante lo rivestirebbero anche alcuni boss detenuti vicini a Provenzano: Benedetto "Nitto" Santapaola (Catania), Giuseppe Madonia (Caltanissetta), Pietro Aglieri (Palermo) e Giuseppe Farinella (Gangi, al confine tra le province di Palermo e Messina). A questi quattro, malgrado siano sottoposti al regime del carcere duro, "è devoluta l'effettiva direzione delle attività criminali di Cosa Nostra nelle rispettive aree geografiche di origine", in quanto "rappresentano il potere finanziario ed economico di Cosa Nostra".
Ma Provenzano e i suoi alleati, comunque, non controllano tutte le zone dell'isola in maniera uniforme. Nell'Agrigentino, nel Nisseno e in Sicilia orientale esistono situazioni e dinamiche assai più fluide, vuoi per la presenza della Stidda (la cosiddetta "quinta mafia"), vuoi per una diversa vitalità dell'ala stragista di Cosa Nostra (come avviene a Catania, che, comunque, ha sempre rappresentato un caso a parte nella geografia criminale siciliana). In queste aree è, però, in atto una "pax mafiosa" che potrebbe finire proprio per accaparrarsi la gestione degli appalti che tutti aspettano.
Agrigento. È la provincia dove è nata la Stidda, l'organizzazione parallela a Cosa Nostra radicata anche nel Nisseno (Gela, Niscemi, Riesi) e nel Ragusano (Vittoria). Arrestato un paio d'anni fa Salvatore Di Gangi (boss di Sciacca), non si sa chi sia il nuovo rappresentante provinciale di Cosa Nostra. Le indagini degli investigatori hanno appurato l'esistenza di una famiglia mafiosa a Favara, collegata con le cosche del capoluogo e con quelle di Caltanissetta. I boss più potenti della zona, al momento, sembrano essere Gerlandino Messina (29 anni) e Giovanni Petrone (40), entrambi inseriti nella lista dei 30 più pericolosi latitanti italiani. Una lista, quella pubblicata nel sito internet della Dia, che in realtà contiene solo 22 nomi (gli altri otto che ne facevano parte sono stati catturati), nove dei quali sono siciliani. Messina e Petrone sono tutt'e due di Porto Empedocle, alle porte del capoluogo, ed entrambi stiddari.
Caltanissetta ed Enna. Le due province, secondo gli investigatori della Dia, "costituiscono un'unica realtà criminale". Sebbene si trovi in carcere dal 1991, qui continua a comandare Giuseppe "Piddu" Madonia, che, prima della cattura, veniva indicato come il "numero due" di Cosa Nostra (all'epoca, il "numero uno" era Riina). Da quando il boss è stato arrestato, la reggenza è passata a Giuseppe Vaccaro, mentre l'ala stragista è capeggiata da Giuseppe Cammarata (legato a Riina). Le due fazioni devono fare i conti anche con la Stidda, radicatissima del triangolo Gela-Niscemi-Riesi, dove a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, si registrò una violentissima guerra che provocò diverse centinaia di vittime. Quasi tutti gli esponenti di spicco della Stidda sono in carcere, ad eccezione di Daniele Emmanuello, 38 anni, uno dei nove siciliani inclusi nella lista dei 22 ricercati più pericolosi.
Ragusa. Qui non esistono, storicamente, famiglie di Cosa Nostra strutturate. Negli anni Settanta-Ottanta ci fu uno spostamento dei clan palermlitani e catanesi, attirati dagli affari che ruotavano attorno alla costruzione della base missilistica di Comiso; queste presenze non si sono tradotte, però, nella costituzione di strutture criminali con radicamento locale. La presenza di Cosa Nostra nella più ricca provincia siciliana è documentata, anche in tempi recenti, dall'omicidio di Filippo Aiello, fratello di Michelangelo Aiello, già sindaco Dc di Bagheria ed ex trafficante di droga legato ai Greco di Ciaculli, morto nel 1988. Aiello lo hanno ammazzato ad Acate, dove da anni era proprietario di vasti fondi agricoli. Il centro a maggiore densità mafiosa, nel Ragusano, è certamente Vittoria, dove da anni si scontrano il clan Carbonaro-Dominate e quello dei fratelli Piscopo. Tutt'e due le cosche sono esterne a Cosa Nostra, anche se i Piscopo sono appoggiati dalla famiglia gelese di Cosa Nostra.
Siracusa. La città è divisa in zone controllate da due gruppi contrapposti: da un lato i clan Aparo-Trigilia, dall'altro l'alleanza Urso-Bottaro; il territorio della provincia con epicentro a Lentini, invece, è di pertinenza della famiglia catanese di Cosa Nostra, che, qui ha il suo rappresentante in Sebastiano Nardo, detenuto, sposato con una cugina di Nitto Santapaola.
Catania. Malgrado la presenza di Cosa Nostra nella più grande città della Sicilia orientale risalga al 1925, Catania è sempre stata caratterizzata da una "criminalità stratificata - scrive la Dia nella relazione semestrale consegnata al Parlamento lo scorso mese di aprile - e di una forte conflittualità tra i diversi gruppi". Una conflittualità che, tradotta in cifre, significa 924 omicidi e 567 tentati omicidi tra il 1990 e il 1999. L'organizzazione più potente è sempre stata la famiglia di Cosa Nostra, capeggiata da Benedetto "Nitto" Santapaola, ma in città è sempre esistita una molteplicità di clan in lotta per il controllo del territorio e degli affari connessi. Non solo. La leadership di Santapaola, dopo la stagione delle stragi, è stata messa in discussione da Bagarella il quale, in carcere, ha affiliato Santo Mazzei, capo dei "Carcagnusi", una fazione del clan dei "Cursoti" (che opera nella zona dell'Antico Corso, nel cuore del centro storico della città). Tra il 1998 e il 1999 la famiglia catanese di Cosa Nostra è stata decapitata ben quattro volte: nel marzo del '98 è stato arrestato il rappresentante provinciale, Giuseppe Intelisano (poi diventato collaboratore di giustizia); tre mesi dopo è finito in manette il suo successore, Sebastiano Cannizzaro; dopo altri tre mesi le porte del carcere si sono chiuse anche dietro le spalle del nuovo leader, Vincenzo Santapaola, nipote di "don" Nitto; all'anizio del '99 è stato assicurato alla giustizia l'ultimo reggente noto agli investigatori, Santo Lacausa. I Santapaola, da sempre, oltre ad avere proprie propaggini nella provincia di Siracusa, hanno allungato i tentacoli fino al Messinese. Documentata è, infatti, la presenza del clan in numerose inchieste sugli appalti ferroviari e autostradali lungo la linea Messina-Palermo.
Messina. La città dello Stretto, come Catania, registra la presenza di una criminalità abbastanza composita, non riconducibile direttamente a Cosa Nostra. In più, rispetto al resto della Sicilia, qui è presente anche la 'Ndrangheta calabrese. Il rappresentante di Cosa Nostra nel Messinese è Michelangelo Alfano, boss di Bagheria che, sotto la rispettabile veste di imprenditore, si è trasferito nella città dello Stretto ed è stato persino presidente della squadra di calcio del Messina. Alfano è una sorta di emissario di Cosa Nostra, per conto della quale teneva - prima di essere scoperto - i rapporti con i clan e soprattutto con le istituzioni locali (magistrati in primis). Sulla costa tirrenica si registra la presenza del clan di Tortorici, capeggiato da Cesare Bontempo Scavo (arrestato in gennaio). I Bontempo Scavo sono i mafiosi che taglieggiavano i commercianti di Capo d'Orlando, la cittadina messinese che per prima s'è ribellata alle estorsioni dando vita all'Acio, la storica associazione di commercianti antiracket. Il suo primo presidente, Tano Grasso, oggi è commissario nazionale antiracket e antiusura. Secondo gli investigatori della Dia, i tortoriciani avrebbero collegamenti con la cosca mafiosa di Lentini (quella capeggiata da Sebastiano Nardo). Nell'aprile del 2000, infatti, da quelle parti è stato arrestato Salvatore Bontempo Scavo, fratello minore di Cesare, che in quell'occasione riuscì a sottrarsi alla cattura.
Palermo. La capitale della mafia è sotto il saldo controllo di Provenzano e dei suoi fedelissimi. A coadiuvarlo in questo compito ci sono Salvatore Lo Piccolo (ex alleato di Riina), capo della famiglia di San Lorenzo, latitante dal 1980, e suo figlio Sandro, anch'egli latitante. A Lo Piccolo, secondo gli esperti della Dia, Provenzano avrebbe assegnato la responsabilità di un territorio vastissimo che comprende due mandamenti cittadini (San Lorenzo e Passo di Rigano) e di uno provinciale, quello di Ganci (il regno di "don" Peppino Farinella), che abbraccia le Madonie e, lungo la costa, si estende fino a Cefalù, toccando Comuni messinesi come Mistretta e Tortorici.
Lo Piccolo è un altro dei ricercati inseriti nella "lista dei 30", di cui fa parte anche Antonino Giuffrè, capo del mandamento mafioso di Caccamo e uccel di bosco dal '93. Per capire l'importanza di questo territorio, per la mafia, basti pensare che Giovanni Falcone aveva definito Caccamo "la Svizzera di Cosa Nostra". Caccamo è il paese in cui tre anni fa fu ammazzato Domenico Geraci, dirigente sindacale e candidato sindaco del centrosinistra. Un "omicidio selettivo" lo definisce Lumia, frutto, cioè, della nuova strategia di Cosa Nostra che non uccide più in maniera indiscriminata ma, appunto, seleziona gli obiettivi. Altra vittima di questa strategia è stato Filippo Basile, integerrimo funzionario della Regione siciliana assassinato due anni fa a Palermo.
Un altro alleato su cui può contare Provenzano nella città di Palermo è Giovanni Motisi, capo della famiglia di Pagliarelli. Anche Motisi, come Giuffrè, è latitante da dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Trapani. Il Trapanese è sempre stato tra le roccaforti di Cosa Nostra, un territorio in cui la mafia ha sempre prosperato e mantenuto solidissimi rapporti coi "cugini" d'Oltreoceano. Dopo l'arresto di Vincenzo Virga, ai primi dell'anno, lo scettro del comando è saldamente in mano a Matteo Messina Denaro, 39 anni, boss di Castelvetrano e "figlio d'arte". Il padre, Francesco, è stato infatti capo rispettato e riverito fino al giorno della morte. "Don Ciccio" è morto l'anno scorso, da latitante; il suo cadavere, agghindato col vestito della festa, è stato rinvenuto ai margini di una stradina di campagna, pronto per il funerale. Anche Messina Denaro fa parte del Gotha dei ricercati italiani, essendo tra coloro che, nel '93, organizzarono le stragi di Firenze, Milano e Roma. Accanto a lui, a condividere il comando nella provincia più occidentale dell'isola, ci sta Andrea Manciaracina, coetaneo di Messina Denaro, altro picciotto "doc", figlio di Vito Manciaracina, 65 anni, successore di Mariano Agate alla guida del mandamento di Mazara del Vallo. Almeno fino allo scorso 27 maggio, data del suo arresto. Da quel giorno, lo scettro potrebbe essere passato proprio ad Andrea. Oltre che alla foto segnaletica tra quelle dei latitanti più pericolosi, il giovane Manciaracina deve la propria notorietà a un incontro riservato, nel chiuso di una stanza d'albergo, con Giulio Andreotti. Il senatore a vita ha sempre negato l'episodio. Ma persino i giudici di Palermo che lo hanno assolto hanno dovuto ammettere, a denti stretti, che sì, l'incontro c'è stato. Andreotti, però, non sapeva di avere di fronte il figlio di un boss. Sostengono i giudici.
I latitanti. Dicevamo che nella lista dei ricercati più pericolosi d'Italia ce ne sono nove siciliani. Otto li abbiamo già visti: Provenzano, Lo Piccolo, Messina Denaro, Manciaracina, Giuffrè, gli agrigentini Messina e Putrone e il gelese Emmanuello. Tutti feroci assassini. Come il nono, Vito Roberto Palazzolo. 54 anni, ricercato dal 1985 per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, omicidio e altro ancora. Palazzolo è il solo di cui sia nota la residenza reale: vive in Sudafrica, riverito e omaggiato dal governo locale, che lo considera solo un brillante imprenditore.
Le ricerche dei nove (così come degli altri latitanti), secondo le schede contenute nel sito internet della Dia, "sono state diramate anche in campo internazionale". Ebbene: se andiamo a vedere nel sito internet dell'Interpol, nella lista dei 500 personaggi "più pericolosi del mondo" ci troviamo sette italiani, ma nessuno di loro è un boss mafioso. E nessuno è accusato di stragi o omicidi volontari. Sono tutte persone ricercate per avere commesso reati in altri Paesi europei. Reati come l'omicidio preterintenzionale, la frode, l'aggressione, l'evasione, l'estorsione, il sequestro di persona, la rapina.
Ora: è assai più probabile che Provenzano e gli altri boss latitanti si nascondano nei dintorni di casa loro e non all'estero (a tal proposito, due anni fa, è stato intercettato un mafioso agrigentino che, lapidariamente ma efficacemente, diceva: "Un latitante campa finché il paese lo fa campare"), ma vedendo quel vuoto clamoroso nell'elenco dell'Interpol viene da pensare che, forse, ha ragione il picciotto Leone, quando sostiene che "allo Stato non interessa prendere Provenzano". Anche se - come ha scritto l'ex presidente dell'Antimafia, Giuseppe Lumia, nella relazione conclusiva della Commissione - "La nostra democrazia non può sopportare una latitanza che dura da più di trentotto anni".

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