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Sabato, 16/12/2017 - 08:01

 
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STORIA DI UN POLIZIOTTO
È STATO UN "CARBONARO",
CHE HA LOTTATO PER CAMBIARE IL SUO MONDO E QUELLO DEGLI ALTRI:
IL CAPITANO CHE NON SI PIEGÒ ALLE IMPOSIZIONI DELLE GERARCHIE

QUESTO È IL SUO LIBRO

 

…Avevano tradito. Gianni e Riccardo avevano osato raccontare quello che i loro commilitoni, violando leggi, regolamenti ed etica professionale andavano facendo nelle protette stanze dei distretti di Polizia.
Ma erano andati oltre. Il loro gesto aveva messo davanti a una precisa scelta gli uomini che volevano dirigere il primo sindacato di Polizia. Costoro, di fronte alla denuncia di torture, l'accusa più infamante che possa raggiungere un reparto di Polizia, avevano due strade. Chiedere che si andasse sino in fondo, appoggiare e sostenere i poliziotti che avevano avuto il coraggio di parlare, stroncare ogni tentativo di copertura e omertà corporativa. Oppure chiudersi a riccio, coprire i presunti colpevoli, isolare chi si era preso la briga di denunciare. Scelsero la seconda strada. La più semplice, la più ovvia, la più vigliacca. Un ufficiale di polizia che divenne uno dei più alti dirigenti del Siulp e che poi ha percorso una lunga carriera, fece, in quei giorni della primavera del 1982, una considerazione precisa. A me cronista, che gli chiedevo perché stava abbandonando Ambrosini e Trifirò al loro destino, rispose testualmente: "Queste cose (quelle che dicono Ambrosini e Trifirò, ndr) voglio dirle per tre anni, non adesso e mai più". L'ufficiale venne eletto e quelle cose non le ha più dette. Mai.
Riccardo invece venne emarginato, gli bruciarono la porta di casa, fu costretto a 1asciare il Siulp alla cui fondazione aveva contribuito in modo determinante. Ancora adesso ci sono dirigenti di Polizia che considerano quel periodo un "periodo buio della sua carriera, un'ombra sulla sua vita professionale.
Riccardo non si preoccupava dell'emarginazione. Continuava a lottare, scriveva articoli su articoli per Franco Fedeli, sosteneva come e dove poteva le proprie opinioni ci sentivamo spesso per telefono. E dei giorni della mia breve prigione mi ripeteva. "Non l'ho certo fatto per te di andare dal magistrato, per me potevi restare in galera per mesi. L'ho fatto perché quello che era successo era sbagliato, perché tutto non doveva diventare la bugia di un giornalista". Sapevo che l'aveva fatto per tutte e due le ragioni...
Pier Vittorio Buffa

Per informazioni telefonare allo 06.66151476 o scrivere ad info@poliziaedemocrazia.it

 
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