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Marzo/2010 - Interviste
Premio Franco Fedeli
“Io ti perdono”: intervista a Elisabetta Bucciarelli
di a cura di Eleonora Fedeli

Dal suo curriculum emerge l’immagine di una scrittrice a 360 gradi, che riesce ad attraversare generi, tecniche e temi estremamente diversi tra loro. Si ha quasi l’impressione che per lei la scrittura sia una sorta di vocazione, di esercizio al quale è impossibile sottrarsi. Può parlarci del suo rapporto con la scrittura?
Scrivo da sempre. Non ho memoria di un inizio, ma solo di un percorso. E’ come se esistesse una predestinazione, che ti dà la certezza profonda e interiore di poter fare solo quello. La scrittura è sempre stata un’ossessione, l’unico modo che avevo e che ho per esprimermi, per farmi capire ed amare. Quindi ho cercato di farla diventare anche una professione. Non è stato facile e sono passata attraverso molte sperimentazioni. Ma sempre con la penna in mano o le dita sulla tastiera.

Nonostante non manchino le firme femminili, anche di buona qualità, il noir è un genere in prevalenza maschile. Come è approdata alla scrittura di questo tipo di romanzi?
Non è stata una scelta razionale, ma obbligata. Ho scelto un personaggio con la divisa, una poliziotta. Quindi lo scenario in cui si muove non può prescindere dal noir. E’ nero negli incontri, nelle vicende, nei luoghi. Anche nei pensieri. E in più si scontra con le difficoltà di ogni donna contemporanea che desideri stare in piedi da sola, trovare un compagno con cui condividere l’esistenza, e avere delle naturali e legittime ambizioni. Senza mai abbandonare la sua femminilità. Un’esistenza che deve fare i conti con il male e con il dolore. Con la sfiducia e con i fallimenti. Con le delusioni e lo sfasamento tra i desideri e il piano di realtà.

Il titolo del suo ultimo libro suona piuttosto perentorio: Io ti perdono. Perché ha scelto il perdono come tema centrale di questo romanzo? Scrivere può aiutare a perdonare?
Non so se scrivere possa aiutare a perdonare, certo è utile per fare chiarezza. Spesso proviamo emozioni troppo forti, che ci oscurano ogni orizzonte. In questi casi mettere ordine tra i pensieri, rallentare la mente e affidare alla scrittura i contenuti più angoscianti, può essere anche terapeutico. Prendere le distanze significa infatti ridimensionare e vedere le cose in maniera oggettiva e può accadere di essere persino disposti a lasciar tramontare la rabbia e il desiderio di vendetta. Magari non si è in grado di perdonare ma almeno si può provare a convivere con il dolore senza distruggersi.
Ho scelto il perdono come tema centrale del libro perché ho voluto per un attimo cercare di capire come possano sentirsi le vittime. Assicurare alla giustizia i colpevoli è l'unica cosa che possiamo fare per calmare il loro dolore, ma non basta per curare le ferite. Ci vuole qualcosa di più e di diverso. Ho provato a immaginare un perdono impossibile e ho cercato qualcuno che potesse spiegare quanto invece sia curativo, per l’anima e per la mente.

Maria Dolores Vergani, protagonista del libro, è alla sua quarta indagine. Come donna, il suo modo di investigare si differenzia in qualche modo dai suoi colleghi uomini?
Mi piace pensare che uomini e donne siano ugualmente sensibili, attenti e preparati. Maria Dolores Vergani è anche una psicologa e una donna che ha sofferto. Questo la rende particolarmente ricettiva sia nei confronti delle vittime che di chi delinque. Deve capire prima ancora di sanzionare. E mentre indaga sul mondo, indaga anche su se stessa. Non perde occasione per farsi domande e quanto più un’indagine la vede coinvolta tanto più lei è consapevole di avere un problema personale da risolvere. Questa, a mio parere, è una prerogativa tutta femminile. Cambiare e modificarsi perché la nostra vita, privata o professionale, ci mette di fronte a situazioni e prove. Lei non è un personaggio seriale qualunque. Si modifica come farebbe un essere umano normale, purché sia disponibile a farlo.

Altro leitmotiv del suo romanzo è il senso di colpa. Lei crede che le donne siano più soggette a questo sentimento?
Ognuno ha i suoi sensi di colpa, e in questo non siamo dissimili dagli uomini. Forse è la qualità che fa la differenza. L’intensità e la capacità di conviverci senza rischiare troppo di se stessi.

Nel suo romanzo lei affronta anche in maniera piuttosto dura temi complessi e molto dolorosi come lo stupro, la pedofilia, la prostituzione. Com’è da madre e da donna confrontarsi con queste tematiche? Perché ha sentito il bisogno di parlarne?
Il libro è rimasto fermo a lungo. Cercavo un modo delicato e non morboso per raccontare le mie storie. E’ stato difficile trovare il tono adatto. Soprattutto per le "rabbie". Quello che scrivo parte sempre dalle mie rabbie. Ogni volta che mi sento all’angolo per qualche motivo, devo affrontare, guardare in faccia le paure e andare fino in fondo. Quando ci sono temi che fanno male occorre parlarne. Porre delle domande, mettersi in crisi. Così ho cercato di fare in tutti i miei libri. Rabbie che non sono del tutto passate ma hanno trovato una forma. Con Io ti perdono, ho sentito che molti lettori si sono ritrovati a ripercorrere fatti della loro vita che erano rimasti irrisolti, in attesa di riceve o regalare un perdono.

Come si sente ad essere la prima vincitrice donna di un premio letterario finora portato a casa solamente da uomini, il primo dei quali è stato Andrea Camilleri?
E’ stato veramente emozionante vincere il Premio Franco Fedeli. Per la persona a cui è dedicato, per i nomi che mi hanno preceduta e per l’unicità dell’evento. Essere la prima donna a vincerlo è anche una responsabilità. Racconto storie nere, è vero, ma lo faccio attraverso un personaggio che cerca la verità e la luce, sempre. Capace di essere equilibrato e coerente, ma anche trasgressivo quando serve a raggiungere un obiettivo positivo per la collettività. Non è una superdonna e nemmeno una virago. E’ una donna normale. Con i suoi punti di forza e di debolezza. Non è un’ottimista imbecille ma una realista consapevole. E usa il suo potere per migliorare le cose, anche quando sembrano (o sono) senza speranza.

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