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Dicembre/2010 - Articoli e Inchieste
Rapporto Res
Le mani sporche sull’economia “legale”
di

Dalla ricerca “Alleanze nell’ombra. Mafie
e economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno”
si evince che si spara meno e si fanno
più affari, ovvero la metamorfosi in atto
della ricchezza criminale. E cresce la zona
grigia dell’illegalità diffusa

Obiettivi e contenuti
Due tendenze di segno opposto si confrontano oggi nell’economia della Sicilia e del Mezzogiorno. Da un lato, vi è il tentativo di reagire alle sfide della globalizzazione e ai costi della crisi internazionale battendo la “via alta” dell'innovazione, della sfida dei mercati, della battaglia a difesa delle regole e della legalità. E' la strada delle tante imprese, operatori e Istituzioni che “remano controcorrente” in un contesto ambientale difficile [...].
Dall'altro lato c’è, invece, una spinta ad adattarsi seguendo la “via bassa” dell’economia sommersa, ma anche sempre più quella della complicità o dell’alleanza con le organizzazioni criminali. A questo fenomeno regressivo, e alle sue diverse manifestazioni soprattutto nelle aree di insediamento storico di mafia, ’ndrangheta e camorra è dedicato questo rapporto.
Gli obiettivi principali della ricerca sono:
- analizzare e interpretare le diverse forme di compenetrazione tra mafie e economie locali, chiarendo le spinte che, dal lato delle organizzazioni criminali e da quello delle imprese, alimentano queste relazioni perverse;
- mettere a fuoco la cruciale intermediazione di un’“area grigia” – vasta e assai eterogenea nelle sfumature e nella sua articolazione – che risulta composta, in modo variabile, da professionisti, politici, imprenditori, burocrati.
- contribuire – attraverso una migliore conoscenza di questi fenomeni in crescita – a mettere a punto più efficaci azioni di contrasto in termini di politiche e di strumenti, ma anche ad accrescere la consapevolezza della società civile, del mondo delle professioni, dell’associazionismo, dei media.
Per quanto riguarda la metodologia e i contenuti generali, la ricerca si è concentrata sulle mafie tradizionali, vale a dire cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, e quindi sui territori di insediamento storico del fenomeno. Abbiamo utilizzato metodi quantitativi e qualitativi. Da un lato, si è fatto ricorso all’elaborazione di dati di fonte secondaria, con l’obiettivo di ricostruire quadri di sfondo – a livello macro – del fenomeno oggetto di indagine(1). Dall’altro, si è adottato il metodo dello studio di caso, condotto attraverso una serie di interviste a testimoni privilegiati e l’analisi di un vasto repertorio di documenti giudiziari e di altra fonte istituzionale(2). Abbiamo individuato otto casi, due per ciascuna delle quattro macroaree considerate: la Sicilia nei suoi due versanti, occidentale e orientale; la Calabria; la Campania. La selezione è avvenuta tenendo conto, oltre che delle specificità delle diverse organizzazioni mafiose e dei rispettivi territori di radicamento, dei settori di attività.
Nello specifico i casi riguardano:
1. i rapporti tra mafiosi e imprenditori in diversi settori di attività nell’area di Palermo;
2. edilizia, appalti ed energie rinnovabili in provincia di Trapani;
3. la grande distribuzione commerciale nella zona di Catania;
4. il settore dei trasporti nella Sicilia orientale;
5. la sanità in provincia di Reggio Calabria;
6. i lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno - Reggio Calabria;
7. la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in provincia di Caserta;
8. il mercato del falso nell’area di Napoli(3).

Declino della violenza mafiosa
esplicita
L’uso esplicito della violenza da parte delle organizzazioni mafiose si è fortemente attenuato negli ultimi due decenni. Questa tendenza si può misurare in modi diversi, ma la diminuzione risulta particolarmente evidente se si considera l’indicatore del numero degli “omicidi di stampo mafioso” nell’ultimo ventennio.
Più in particolare, gli omicidi di tipo mafioso diminuiscono in modo significativo a partire dal periodo successivo a quello delle stragi di mafia dei primi anni Novanta. Tale tendenza appare però molto più marcata per la Sicilia che non per le altre aree di tradizionale insediamento mafioso. Ciò si può collegare sia alla più efficace attività di contrasto di Forze dell’ordine e magistratura, sia all’impatto avuto dalla stagione delle stragi sugli assetti interni delle organizzazioni mafiose. I dati relativi a Calabria e Campania fanno invece rilevare una flessione meno pronunciata della delittuosità e una tendenza maggiormente soggetta a “cicli di ritorno”.
Oltre che agli effetti dell’azione di contrasto, queste differenze possono essere anche ricondotte alla presenza di una maggiore conflittualità interna che sembra caratterizzare le organizzazioni criminali prevalenti in alcune aree della Calabria e Campania, nonché a una maggiore frammentazione dei gruppi che si accompagna a una più accentuata dispersione nei legami di potere all’interno delle rispettive strutture organizzative(4).
Al contrario, le evidenze raccolte dalla ricerca confermano il maggior grado di strutturazione delle cosche mafiose della Sicilia occidentale: nonostante sia venuto meno il carattere più unitario e centralizzato assunto da cosa nostra nel periodo di predominio dei “corleonesi”, i gruppi mafiosi mostrano ancora la prevalenza di un modello organizzativo corporato, che sembra avere la sua massima espressione nella provincia di Trapani. Una configurazione con simili caratteristiche è riscontrabile nei gruppi di camorra attivi nell’area di Caserta, riconducibili prevalentemente al “clan dei casalesi”. Una relativa tendenza a forme più strutturate di coordinamento sembra manifestarsi più di recente anche per i gruppi della ’ndrangheta, più accentuata per quelli del versante ionico.

Le mafie nell’economia legale:
diffusione e crescita
La flessione negli episodi che denotano stati di conflittualità violenta si è accompagnata a una progressiva estensione delle mafie nell’ambito delle attività economiche formalmente legali che è al centro della ricerca presentata con il Rapporto Res 2010 (per “attività formalmente legali” si intendono quelle apparentemente caratterizzate dalla produzione di beni e servizi legali con metodi legali).
La presenza e la compartecipazione delle organizzazioni mafiose nelle attività formalmente legali non rappresenta certo una novità ma, al contrario, è storicamente un tratto distintivo delle loro capacità di affermarsi, compenetrarsi e mimetizzarsi all’interno della società. Da sempre l’azione dei mafiosi è orientata, al tempo stesso, alla ricerca del profitto e del potere. L’accumulazione della ricchezza viene perseguita non solo attraverso attività di tipo predatorio, ma soprattutto attraverso forme di scambio basate sulla reciprocità e sulla compartecipazione. Tuttavia, la ricerca mostra come, parallelamente al declino della conflittualità violenta, siano profondamente cambiate le caratteristiche di questa penetrazione dell’economia legale e, soprattutto, come siano cambiati i fattori che la favoriscono e la rendono possibile. In particolare, sono diventati molto più opachi e porosi i confini tra mercati legali e illegali: non si tratta di una mera estensione dell’area dell’illecito nel lecito, quanto di una commistione tra le due aree.
Nel quadro di questa tendenza generale, non sono poche né irrilevanti le differenze che, sul piano territoriale, sembrano emergere dalle fonti acquisite nel corso della ricerca e che provengono prevalentemente dagli atti giudiziari ma anche dagli elementi emersi nel corso di interviste e approfondimenti con interlocutori privilegiati. Esse sono rappresentate nelle Fig. 3a e Fig. 3b(5) che sintetizzano, in termini di intensità e di rilevanza sul territorio e di tendenza alla crescita o meno, le informazioni raccolte relativamente alla presenza delle mafie nelle attività legali in rapporto alle diverse aree di radicamento.
Sono pochi i contesti dove abbiamo registrato un rallentamento delle infiltrazioni, e sembrano circoscritti ad alcune aree della Sicilia orientale, alla provincia di Cosenza e alle aree extra urbane di Napoli e Salerno. Ovunque, la risposta che risulta confermata dagli studi di caso evidenzia un interessamento e un coinvolgimento crescente della criminalità nelle attività economiche formalmente legali.
L’ottica adottata nella nostra ricerca si differenzia da altre indagini che hanno tentato di stimare il “fatturato” delle mafie – considerate spesso alla stregua di improbabili holding o “S.p.A.” – e di valutare il suo impatto a livello macroeconomico. [...] Nella nostra ricerca si è comunque cercato di produrre una stima dei costi economici, diretti e indiretti, della presenza mafiosa nei diversi territori, con riferimento ad alcuni reati specifici e ad altri indicatori (beni confiscati, scioglimento delle Amministrazioni comunali). Pur con i limiti che un’operazione di questo tipo inevitabilmente presenta, tali costi raggiungono – nelle zone ad alta densità mafiosa – una percentuale in rapporto al Pil superiore al 2,5%, con un picco vicino al 3% in Campania.
La ricerca ha però prestato soprattutto attenzione ai meccanismi attraverso cui la presenza delle mafie può condizionare relazioni sociali e attività economiche in specifici contesti di azione. Questo significa tenere presenti i diversi attori in gioco (non solo quelli mafiosi), le loro reti di relazioni, le risorse di cui dispongono, gli obiettivi che perseguono. D’altra parte, la forza della mafia è in gran parte attribuibile alla sua capacità di allacciare relazioni, instaurare scambi, creare vincoli di fiducia, incentivare obblighi e favori reciproci.
È proprio questo il fuoco dell’indagine qui presentata, che non si pone quindi l’obiettivo di analizzare in generale il rapporto fra criminalità ed economia, bensì di ricostruire come i reticoli mafiosi contribuiscano a configurare assetti relazionali e istituzionali che condizionano l’organizzazione e la trasformazione economica di determinate società locali.

I confini mobili tra legale e illegale:
traffici illeciti
Accanto all’espansione nelle attività formalmente legali, l’altra faccia della medaglia è rappresentata da un ripiegamento nelle forme illegali di business che, tradizionalmente, hanno occupato i vertici delle organizzazioni criminali. La rappresentazione della rilevanza assunta dai traffici illeciti(6) ci restituisce un’immagine sicuramente a tinte più eterogenee, dove una contrazione dell’attivismo economico di cosa nostra sembra accompagnarsi a una maggiore vitalità della ’ndrangheta e a un diffuso protagonismo della camorra napoletana che mostra una recente propensione a interagire sui mercati globali.
Il confine fra legale e illegale sembra tracciato sulla base di parametri che si richiamano alle più tradizionali variabili socio-economiche: il rischio, l’incertezza, la mancanza di fiducia, la presenza di elevati costi-opportunità. Sono soprattutto gli investimenti sui mercati illegali a essere soggetti, anche per l’efficace e sempre più robusta azione degli apparati di contrasto, a più elevati profili di rischiosità, a diseconomie esterne, a una maggiore incapacità di prevedere opportunità di sviluppo e meccanismi di risposta codificati e consolidati nel tempo. Al contrario, la penetrazione nei mercati legali risulta, per i mafiosi, paradossalmente meno rischiosa e maggiormente in grado di assicurare rendimenti, opportunità, spazi operativi.
Esistono in questo senso differenze importanti per quanto riguarda i settori di attività: alcuni rientrano nell’orbita tradizionale della criminalità (commercio, edilizia); altri sembrano essere oggetto di più recente sviluppo e interessamento (sale da gioco, rifiuti, energie alternative); alcuni sono stimolati dalla possibilità di intercettare flussi cospicui di risorse pubbliche (sanità), altri vanno oltre la dimensione locale del business, intervenendo nei mercati finanziari o in quelli dello smaltimento dei rifiuti speciali (Fig. 5).
Sulla base della nostra indagine, è possibile sostenere che i mafiosi continuano a privilegiare investimenti in settori “protetti”, ossia legati a forme di regolazione pubblica, caratterizzati da concorrenza ridotta e, spesso, da situazioni di rendita. Risulta quindi fortemente ridimensionata l’immagine – ampiamente veicolata dai mass media – dei mafiosi come operatori economici dalle spiccate capacità imprenditoriali: in realtà, essi continuano a fare affari soprattutto in settori tradizionali e, anche quando allargano il raggio di azione verso settori più nuovi, raramente si contraddistinguono per particolari abilità manageriali, tecniche e finanziarie. Ad esempio, come documentato nell’indagine, il loro interesse per un settore innovativo come quello delle energie rinnovabili sembra circoscritto alle attività connesse al cosiddetto “ciclo del cemento” e alla fase di realizzazione delle infrastrutture di supporto agli impianti (scavi, movimento terra, fornitura di calcestruzzo e inerti, edificazione delle torri eoliche).
Non è dunque un caso che i gruppi criminali che continuano a essere particolarmente attivi nei traffici illeciti o che hanno addirittura incrementato la loro presenza in questi ambiti di attività illegale, quali ad esempio quelli di stupefacenti, sono costituiti da alcune organizzazioni camorristiche che operano nell’area metropolitana di Napoli e da alcune cosche della ‘ndrangheta, soprattutto nel versante ionico della Calabria (e non di tutta la ‘ndrangheta come, spesso, si afferma sui media). Si tratta cioè di gruppi criminali che agiscono in contesti dove le condizioni e le opportunità garantite dai principali mercati legali sono meno favorevoli e meno diversificate. La loro clandestinità economica è resa più evidente dalle barriere all’entrata generate dal sottosviluppo e dall’arretratezza.
Tuttavia, non sono solo le caratteristiche strutturali dei mercati e dei sistemi economici che ci consentono di rappresentare e, possibilmente, di spiegare la rilevanza della presenza mafiosa nelle attività legali o formalmente legali, nonché i modelli decisionali e operativi che spingono i gruppi a attraversare i confini della legalità. Esistono altri fattori che occorre richiamare e che contribuiscono a delineare un quadro oltremodo complesso. Tra questi, di particolare rilievo appare il radicamento territoriale delle organizzazioni mafiose, la loro capacità di “regolare” l’economia e la società dei territori [...].

Penetrazione nell’economia legale
e controllo del territorio
La penetrazione nell’economia formalmente legale appare più evidente nelle aree e nei contesti dove più elevato è il cosiddetto power syndicate, dove, in altre parole, è più forte il radicamento e il controllo del territorio delle organizzazioni mafiose. Tali aree sono state confrontate con quelle dove risulta invece prevalente il cosiddetto enterprise syndicate, dove cioè i gruppi criminali si caratterizzano più come organizzazioni di traffici illeciti. Power syndicate ed enterprise syndicate(7) sono due dimensioni che si combinano in modo variabile: la prima è funzionale alla ricerca e all’esercizio del potere, la seconda all’accumulazione della ricchezza. In un certo senso, laddove il power syndicate è più forte ingloba anche la dimensione dell’enterprise. Le aree a più alta densità mafiosa sono prevalentemente quelle di radicamento originario: riguardano la Sicilia occidentale e parte di quella orientale, la Calabria meridionale e le province tirreniche della Campania(8). Sono proprio queste le aree su cui si è concentrato l’approfondimento empirico della nostra ricerca. In Puglia prevale un livello medio di power syndicate, mentre nelle altre province del Sud il livello è decisamente più basso. Nelle aree del Centro-Nord è maggiormente presente la dimensione dell’enterprise syndicate, in quanto la presenza dei gruppi criminali è orientata prevalentemente nell’ambito dei mercati illegali.

Dal contesto agli attori:
il ruolo dell’ “area grigia”
Vi sono quindi fattori di contesto che influiscono, con la loro combinazione, sulle possibilità di inserimento delle organizzazioni criminali nelle economie formalmente legali. In generale possiamo supporre che i fattori di contesto più favorevoli siano legati a:
• il grado di dinamismo relativo delle economie locali: i contesti in cui le attività formalmente legali sono meno presenti e presentano opportunità meno dinamiche (come per esempio alcune aree della Calabria) scoraggiano l’investimento mafioso;
• il grado di controllo del territorio (power syndicate): a parità di altre condizioni di contesto, si può ipotizzare che questo sia un fattore che favorisca l’impegno nelle attività economiche formalmente legali; perché accresce le potenzialità di relazione e di controllo sui soggetti la cui collaborazione è necessaria; per le maggiori conoscenze delle attività economiche locali acquisite tramite la diffusione dei meccanismi di estorsione-protezione (“pizzo”); e quindi per le maggiori possibilità di sviluppare delle forme di “economie di scopo” che dall’estorsione si estendono alla compartecipazione;
• la rischiosità dei traffici illeciti: anche questo fattore ha un ruolo non trascurabile, perché una maggiore difficoltà, una crescita della concorrenza di altre organizzazioni a livello nazionale e internazionale, e una più efficace azione di contrasto possono spingere a una maggiore diversificazione verso le attività legali;
• l’efficacia dell’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura: paradossalmente i successi di tale azione – specie nei riguardi di organizzazioni che si sono molto esposte, come ad esempio Cosa Nostra siciliana, in azione violente – può spingere i gruppi mafiosi verso strategie di investimento in settori leciti che, grazie alla compiacenza di imprenditori “insospettabili” e dal “volto pulito”, sono più difficili da svelare e contrastare.
Tuttavia, i fattori di contesto da soli non bastano a definire il campo delle condizioni che influiscono sul fenomeno della compenetrazione crescente tra mafie ed economie locali. Occorre guardare al ruolo attivo degli attori, alle loro capacità di cogliere le opportunità offerte dai contesti, cioè a quelli che possiamo definire i fattori di agenzia. Ciò si può motivare più chiaramente facendo riferimento a due fenomeni principali che la ricerca contribuisce a mettere in rilievo. Anzitutto i mafiosi dispongono di capacità imprenditoriali limitate. Da questo punto di vista, la ricerca conferma e sviluppa l’ipotesi che nonostante la crescita del capitale economico, l’avanzamento dei mafiosi sul terreno del capitale umano resti molto limitato. Essi hanno quindi bisogno, per cogliere opportunità di arricchimento illecito nel campo dell’economia legale, di conoscenze e capacità organizzative attive che devono essere offerte da altri soggetti. Non basta la minaccia di ricorrere all’uso della violenza, come nelle tradizionali attività estorsive. Occorre disporre di complicità e collaborazioni più strutturate. Bisogna quindi raggiungere i soggetti necessari, conoscerli, garantirsi la loro collaborazione, ma anche stabilire delle relazioni fiduciarie forti per coprire efficacemente le attività illecite. Da qui l’importanza che assume il capitale sociale, cioè la capacità differenziata dei gruppi mafiosi di costruire e manipolare reti di relazioni per potere penetrare più efficacemente nelle attività economiche legali. Si potrebbe dire che lo squilibrio tra elevato capitale economico e capitale politico (inteso come capacità di controllo della violenza illegittima), da un lato, e basso capitale umano dall’altro, rende cruciale per le mafie il capitale sociale. Vi è poi un secondo aspetto da prendere in considerazione. Rischia di essere fuorviante parlare oggi di “infiltrazione” della mafia nell’economia legale, se con questo termine ci si riferisce a un processo unidirezionale che va dalle mafie verso gli operatori dell’economie legali. Occorre invece prendere seriamente in considerazione – e questo è uno dei risultati più rilevanti della ricerca presentata – anche il percorso inverso. In altre parole, in un contesto diventato sempre più difficile dal punto di vista economico, una schiera crescente di imprenditori cerca forme di adattamento attraverso accordi e accomodamenti di tipo collusivo con il potere politico e nelle zone di mafia con il potere mafioso. Si potrebbe, forse, parlare di una forma di capitalismo politico-criminale, dove gli scambi occulti e gli accordi collusivi diventano un modo per restare sul mercato o per sopravvivere economicamente. Si tratta, indubbiamente, di un meccanismo patologico per assorbire gli shock esterni o realizzare processi di risanamento degli squilibri. Esso trova però un terreno molto favorevole nei comitati di affari e nelle cordate affaristico-clientelari, che percepiscono opportunità di crescita o di rendita sapendo di poter contare sulle competenze di illegalità offerte dalla mafia.
Da tutto ciò discende l’importanza della cosiddetta “area grigia” per comprendere la compenetrazione tra mafia e economia legale. A questo snodo centrale è stata dunque dedicata particolare attenzione dalla ricerca. L’area grigia è costituita da soggetti distinti dai mafiosi in senso stretto. Al suo interno si possono distinguere la componente imprenditoriale e quella costituita da professionisti, politici, amministratori pubblici e burocrati. L’area grigia rappresenta il terreno di incontro, dialogo e confronto con soggetti apparentemente insospettabili, che fungono da intermediari, da broker e che introducono il rappresentante della criminalità organizzata nel mercato delle attività legali. E’ in questa area che vengono a saldarsi gli interessi dei mafiosi e quelli di soggetti o di gruppi caratterizzati da quello che si può definire un orientamento acquisitivo di tipo politico: cioè una tendenza a ricercare il guadagno attraverso opportunità legate all’uso della violenza illegittima, o alla manipolazione a fini particolaristici di risorse pubbliche, piuttosto che attraverso la capacità di competere sul terreno delle ordinarie condizioni di mercato e del merito professionale.

Dentro l’“area grigia”
Per indagare in profondità, e in chiave comparata, le caratteristiche dell’area grigia sono stati utilizzati materiali di tipo giudiziario ma anche interviste strutturate con operatori, magistrati e soggetti con conoscenze specialistiche sulle economie locali. Sono emersi, in particolare, tre aspetti sui quali vale la pena di attirare l’attenzione:

Un mix tra legami forti e deboli
Il capitale sociale di provenienza e di proprietà mafiosa si rivela un “asset” assai ricercato da tutti coloro che si muovono nelle aree grigie. In effetti, gli studi che abbiamo condotto sul campo mettono in luce le disponibilità da parte dei mafiosi di un patrimonio di risorse relazionali che deriva dalla peculiare combinazione di legami forti e di legami deboli, o meglio “laschi”. Infatti, un gruppo mafioso può essere rappresentato come un reticolo costituito da un nucleo di legami forti, vale a dire caratterizzati da forte coesione interna e cementati spesso da legami di affiliazione (anche formalizzati e ritualizzati), che poi però nella sua trama esterna si estende attraverso nodi a maglie larghe. Sono questi ultimi i legami laschi di cui si diceva, nel senso che denotano nodi non stretti, che lasciano gioco alle corde che lo compongono o che vi scorrono dentro. Si tratta quindi di legami flessibili e multiformi: sono quelli che mettono in rapporto i mafiosi con soggetti che non sono organicamente inseriti nell’organizzazione criminale, ma che le forniscono sostegno e cooperazione attiva. Spesso si tratta di legami che questi soggetti esterni instaurano con singoli mafiosi e non con il gruppo criminale nel suo complesso. È proprio questa la ragione che rende molto difficile disfare una rete mafiosa, soprattutto svelare e sanzionare le relazioni esterne, quelle che si tendono a intrecciare nell’ambito della sfera economica e politica.
Perché questa combinazione appare particolarmente efficace per estendere gli interessi mafiosi all’economia legale? L’esistenza di legami forti di appartenenza e di fiducia è un fatto ovviamente importante per un’organizzazione criminale. [...] Tuttavia, un’organizzazione criminale che può servirsi solo di questa forma di capitale sociale rischia di essere più vulnerabile, per proteggersi da attività repressive, e anche troppo rigida per cogliere nuove opportunità per le quali mancherebbe di conoscenze e di relazioni fiduciarie. Da questo punto di vista diviene dunque necessario disporre di estesi legami deboli, non basati su un’appartenenza condivisa ma su forme di complicità o di collusione, che tuttavia sono cruciali per prevenire l’azione repressiva e – nella prospettiva che qui interessa maggiormente – per veicolare informazioni e conoscenze, e allocare risorse.
Naturalmente, i legami deboli sono più rischiosi perché possono esporre l’organizzazione criminale a infiltrazioni [...].

Non sempre i mafiosi
sono centrali nelle reti
Un aspetto di particolare rilievo messo in evidenza dall’indagine è che il capitale sociale della mafia rappresenta una risorsa appropriabile anche da altri attori. In sistemi economici che diventano sempre più “relazionali£, e che risultano sempre più caratterizzati da una moltiplicazione delle relazioni contrattuali, questo tipo di risorse e di competenze diventano strategiche. Le funzioni di intermediazione, tradizionalmente svolte dai mafiosi, vengono per così dire rinvigorite e condivise da altri attori. Ciò si accompagna anche alla possibilità – che contrasta con l’opinione tradizionalmente diffusa – che i membri delle organizzazioni criminali non detengono necessariamente un ruolo centrale nelle reti.
Come abbiamo già notato, i mafiosi mostrano spesso scarse capacità dal punto di vista imprenditoriale, manageriale e finanziario. Questo emerge con particolare evidenza nei settori meno tradizionali, a più alta intensità di capitale e a redditività differita nel tempo, come, ad esempio, il caso dell’eolico. [...]. La parte più grossa della torta va a beneficio di altri soggetti: gli imprenditori, i politici, i tecnici, i professionisti.
Non è detto che nella distribuzione dei guadagni i mafiosi riescano a far prevalere le ragioni della forza; anzi in molti casi questo non accade. Soprattutto nei settori più esposti alla concorrenza di mercato (come ad esempio la grande distribuzione commerciale), sono gli imprenditori ad acquisire le maggiori economie di scala e di scopo: gli stessi mafiosi devono limitare le loro richieste che potrebbero penalizzare questi imprenditori rendendoli poco competitivi sul mercato, ma al tempo stesso questi ultimi mantengono un formidabile vantaggio competitivo nell’avere alle spalle la protezione attiva del gruppo criminale.
Il caso dell’eolico porta a sottolineare un altro risultato della ricerca: i mafiosi non occupano sempre e necessariamente i ruoli più centrali dei network in cui sono inseriti. [...]. Sono state registrate evidenze in cui il “sistema del malaffare” – come è stato definito da un magistrato intervistato – è più forte del sistema mafioso. Ad esempio nella sanità in Calabria o nella grande distribuzione siciliana, i mafiosi sono certamente presenti, ma a ben vedere sono marginali rispetto alle cordate politico-clientelari. Le stesse grandi imprese nazionali che partecipano agli appalti per le grandi opere pubbliche intervengono per negoziare condizioni favorevoli per il contratto di protezione stipulato dai mafiosi. Questi ultimi peraltro non possono che assecondare – a un certo punto – queste imprese, le sole che hanno competenze tecniche e risorse finanziarie per partecipare all’opera.
Infine, un riferimento alle attività finanziarie. Non sono state trovate nella ricerca molte evidenze empiriche di quella tendenza verso la finanziarizzazione della mafia di cui si è parlato negli ultimi anni, anche in relazione con il notevole sviluppo di strumenti e mercati sempre più sofisticati. Certo la presenza di reti mafiose che operano su questi livelli appare particolarmente difficile da identificare e contrastare, e non si può escludere che ci sia un deficit particolarmente elevato di strumenti e di capacità investigative su questo piano. Nondimeno, quando alcuni episodi sono emersi, è risultata confermata la scarsa capacità di ingegneria finanziaria mostrata dai mafiosi [...].
“Area grigia” e economie locali
Quali effetti producono queste “alleanze nell’ombra” sulle economie locali? I risultati dell’indagine confermano l’esistenza di molteplici legami fra il radicamento del fenomeno mafioso e gli elementi di arretratezza, staticità e degenerazione sul piano produttivo e relazionale dei sistemi economici maggiormente interessati. Sembra tuttavia mal posto l’obiettivo di andare alla ricerca di semplici e incontrovertibili rapporti di “causa-effetto” che possano essere oggetto di stima, confronto e misurazione.
[...] La nostra indagine non ha l’ambizione di ricostruire questi nessi, quanto piuttosto di individuare quei processi endogeni che – indirettamente, gradualmente e in tempi mediamente estesi – possano influenzare negativamente la riqualificazione economica e istituzionale di un territorio. Sono processi che si creano e si rafforzano dentro l’area grigia per poi estendersi, con effetti moltiplicativi, anche al di fuori di essa, nelle ordinarie attività dell’economia legale.
Da questo punto di vista, si può rilevare che, pur nelle diversità dei contesti, dei settori e degli attori di riferimento, i network (le reti di relazioni) che sono stati individuati e analizzati, e che si sviluppano dentro l’area grigia, tendono a produrre i seguenti effetti:
- scoraggiano la formazione di una imprenditorialità nuova, moderna e socialmente responsabile;
- indirizzano le risorse al di fuori dei circuiti di mercato e comunque verso attività improduttive, direttamente o indirettamente dipendenti dalle risorse e dalle regolazioni pubbliche;
- aumentano i costi di transazione delle attività economiche, in particolare quelli per la garanzia di applicazione e il rispetto dei contratti;
- limitano la piena e libera fruizione dei diritti di proprietà;
- alimentano la crescita dell’economia sommersa e dell’economia illegale;
- ostacolano l’estensione della fiducia da ambiti interpersonali ad ambiti impersonali, e quindi l’affermazione della fiducia sistemica o istituzionale;
- scoraggiano l’ingresso di investitori “esterni”, di nuovo capitale umano e introducono gravi distorsioni nei processi di selezione relativi all’ingresso di nuove imprese;
- incoraggiano l’uscita di investitori “interni” e di capitale umano di formazione interna;
- indirizzano flussi di spesa pubblica verso attività assistite o poco produttive, deprimendo ulteriormente la scarsa dotazione di beni e servizi collettivi che caratterizzano i contesti arretrati;
- in definitiva, scoraggiano quindi uno sviluppo autonomo e alimentano forme di adattamento regressivo delle economie locali ai vincoli posti dalla globalizzazione e dalla necessità di controllare più strettamente la finanza pubblica.
Rifuggire da qualsiasi tentazione di alimentare immagini stereotipate del rapporto mafia–sviluppo economico, non significa però evitare di dare una rappresentazione, anche analitica, dell’importanza e del peso economico dell’area grigia. Nella ricerca, l’area grigia viene spesso raffigurata come un vero e proprio mercato che [...] è dotata di regole proprie, di standard codificati, di forme di controllo collaudate. Come tutti i mercati, l’area grigia attrae risorse, trasmette segnali, semplifica relazioni, ma soprattutto produce transazioni. Quindi, nell’area grigia si costruisce, mimetizzandola, la struttura delle transazioni che stanno al confine fra legalità e illegalità; così come si contribuisce ad alimentare i circuiti endogeni da cui, in ultima analisi, dipendono le principali grandezze economiche che segnalano lo stato di salute di un sistema economico – il volume degli investimenti, la produttività dei fattori, l’occupazione in attività orientate al mercato. Infatti, l’ indagine mostra che si consolida un modello di “fare economia” che funziona secondo regole diverse da quelle di mercato e da quelle formali - legali. Un modello che diventa riconosciuto dagli operatori economici, condiviso a livello sociale e che richiede di accettare, pena l’esclusione, logiche di adattamento, di accordo e di connivenza. Ciò risulta vero soprattutto nei settori dell’edilizia e degli appalti, ma anche in settori nuovi come l’eolico.
In definitiva, analizzando l’arretratezza economica e sociale, chi denuncia gli effetti perversi della spesa pubblica; chi si sofferma sulla non ottimale allocazione delle risorse; chi invece parla di capitale sociale “cattivo” che scaccia il capitale sociale “buono” con effetti deleteri e duraturi sulla dotazione di civicness, è dentro l’area grigia che deve andare a guardare. [...]

Quali implicazioni per le strategie
di contrasto?
Studiando l’“area grigia”, la ricerca richiama ovviamente l’attenzione – in termini di strumenti di contrasto – sul cosiddetto “concorso esterno”. Tuttavia, come ha sottolineato un magistrato intervistato nel corso dell’indagine, sembra prevalere una visione “pan-penalistica” della questione per cui si tendono a perseguire esclusivamente quei soggetti esterni per i quali è emersa una qualche attività di sostegno o di scambio a favore delle organizzazioni mafiose. Resta però più scoperto il versante di quelle vicende in cui sono le organizzazioni mafiose a offrire i loro servizi e il loro sostegno a soggetti esterni, che ne traggono vantaggi e benefici spendibili in molteplici direzioni. E’ proprio sul ruolo rilevante di queste situazioni – forse finora sottovalutate – che attira l’attenzione la ricerca. [...]. Più in generale, sul piano legislativo e giudiziario, abbiamo ormai efficaci strumenti per quanto riguarda il contrasto delle mafie soprattutto con riferimento alla dimensione dell’apparato organizzativo e militare (anche se si lamentano deficit di risorse materiali e umane negli uffici giudiziari). E’ ancora molto scoperto il versante di contrasto dell’«area grigia», vale a dire il livello delle complicità e delle collusioni. [...] Sarebbe opportuno dare seguito alla proposta di istituire non solo delle black lists di imprese da escludere da lavori e forniture banditi da enti pubblici, ma anche delle white lists, che comprendono aziende che hanno formalmente tutti i requisiti, alle quali si dovrebbero offrire incentivi o corsie preferenziali nell’aggiudicazione di opere e servizi pubblici.
Sul piano dell’azione di contrasto, se una strategia a tutto campo può dare i suoi frutti (ad esempio nella cattura di latitanti o nel campo dei traffici illeciti), per risultati più duraturi sarebbero necessari strategie più focalizzate, “attacchi mirati”, verso i nodi più importanti delle reti mafiose. In un dato territorio, le cosche mafiose non sono tutte sullo stesso piano, quindi sarebbe opportuno indirizzare maggiori risorse e competenze investigative nei confronti dei gruppi più potenti, quelli che hanno a disposizione maggiori risorse relazionali e capacità di intrecciare scambi con le sfere legali dell’economia, della politica e delle istituzioni.
Per realizzare questi obiettivi è opportuno incrementare risorse specifiche di intelligence piuttosto che aumentare genericamente il numero delle forze dell’ordine sul territorio. Appaiono più efficaci e necessari la formazione e l’impiego di risorse umane con competenze specializzate soprattutto in campo economico e finanziario. Grande attenzione va inoltre indirizzata al problema della corruzione nella pubblica amministrazione.
E’ importante predisporre un quadro organico della legislazione antimafia che è stata spesso prodotta secondo un’ottica emergenziale. Tuttavia, l’area grigia richiama il problema più generale delle politiche pubbliche. [...] Infine, non è pensabile un’efficace azione di contrasto che si basi solo sulle politiche pubbliche, sia di repressione che di sostegno allo sviluppo autonomo delle economie locali. E’ importante stimolare e sostenere la mobilitazione della società civile, non solo in generale sul tema della lotta alla criminalità organizzata, ma più specificamente sul ruolo cruciale dell’area grigia e sulla penetrazione crescente delle organizzazioni mafiose nell’economia formalmente legale. C’è un ritardo forte su questo terreno delicato che tocca il nodo cruciale di connivenza attiva o di accettazione passiva di componenti consistenti delle classi dirigenti. Un ritardo che coinvolge strutture importanti come la Chiesa, la scuola i media.
Per questo è importante, per esempio, l’azione sviluppata da Confindustria Sicilia che, dopo forti prese di posizione contro il racket, sembra ora consapevole della necessità di aggredire con forza le aree grigie. In effetti, è difficile, se non impossibile, fare passi avanti significativi su questo terreno se non cresce la sensibilità e l’impegno degli ordini professionali, dell’associazionismo economico, del mondo bancario, sia in termini di formazione e di rispetto di standard etici e professionali più rigorosi, che di accresciuta disponibilità alla collaborazione con magistratura e forze dell’ordine. [...].

Si ringrazia la Fondazione Res, Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia per la pubblicazione.
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NOTE

NOTE

1) In primo luogo, è stato costruito un profilo delle province italiane attraverso specifici «marcatori» della presenza e dell’intensità del crimine organizzato ed è stata elaborata una stima dei costi economici, diretti e indiretti, della presenza mafiosa nei diversi territori. In secondo luogo, attraverso un mix di indicatori socio-economici, sono stati presi in esame lo sviluppo economico e la coesione sociale delle quattro macroaree considerate, osservandone specificità e tendenze a livello provinciale. Infine, considerando le statistiche giudiziarie, è stata svolta un’analisi diacronica dei dati sui delitti di tipo mafioso, con riferimento al periodo 1989-2008 sia a livello regionale sia a livello provinciale.

2) Sono state realizzate complessivamente 85 interviste rivolte a magistrati, giornalisti, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine ecc.

3) Il gruppo di ricerca, coordinato da Rocco Sciarrone, è composto dai seguenti studiosi appartenenti a diverse sedi universitarie (tra le quali, Palermo, Catania, Napoli, Catanzaro, Torino): Davide Arcidiacono, Maurizio Avola, Luciano Brancaccio, Sandro Busso, Rosa Di Gioia, Alida Federico, Vittorio Martone, Vittorio Mete, Rita Palidda, Attilio Scaglione, Luca Storti, Antonio Vesco. Hanno preso parte alla ricerca anche Riccardo Abbate e Anna Pia M. Mirto dell’Ufficio Regionale per la Sicilia dell’Istat, e Adam Asmundo, responsabile delle analisi economiche della Fondazione RES.

4) Questo grafico è stato costruito sulla base di evidenze empiriche ricavate dai rapporti della Direzione nazionale antimafia e della Direzione investigativa antimafia, oltre che dai materiali giudiziari esaminati per gli studi di caso e dalle informazioni fornite dai testimoni privilegiati intervistati.

5) Le figure sono costruite sulla base di informazioni ed evidenze empiriche ricavate dalle stesse fonti indicate nella precedente nota 4. L’ottica adottata è finalizzata a offrire un quadro di sintesi comparata su aspetti rilevanti delle diverse organizzazioni mafiose, e pone maggiore attenzione alle aree in cui ricadono gli studi di caso oggetto di approfondimento empirico della presente ricerca.

6) Le figure sono costruite sulla base di informazioni ed evidenze empiriche ricavate dalle stesse fonti indicate nella precedente nota 4. L’ottica adottata è finalizzata a offrire un quadro di sintesi comparata su aspetti rilevanti delle diverse organizzazioni mafiose, e pone maggiore attenzione alle aree in cui ricadono gli studi di caso oggetto di approfondimento empirico della presente ricerca.

7) Per misurare presenza e intensità del power syndicate si è fatto riferimento ai seguenti dati, opportunamente elaborati in specifici indici: associazioni di tipo mafioso, numero di beni confiscati, scioglimenti dei consigli comunali, omicidi per mafia, estorsioni. Per quanto riguarda invece l’enterprise syndicate sono stati presi in considerazione: associazione a delinquere, produzione e traffico di stupefacenti, rapine, usura, sfruttamento della prostituzione.

8) Si tratta precisamente di tutte le province della Sicilia Occidentale (Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta), a cui si aggiungono quelle di Catania e Messina; delle province della Calabria, eccezion fatta per quella di Cosenza; infine, in Campania, delle province di Napoli, Caserta e Salerno.

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