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Marzo - Aprile/2011 - Articoli e Inchieste
Legge 121
Trent'anni dopo. È tempo di bilanci
di Salvatore Palidda

Occorre una seria e approfondita riflessione
su cosa sia effettivamente cambiato
dalla approvazione della riforma della Polizia
nell'assetto, nell'orientamento e nelle pratiche
di tutte le polizie del nostro Paese


Sono passati trent’anni dalla legge 121 del 1981, ossia il “Nuovo ordinamento dell’am-ministrazione delle pubblica sicurezza”, comunemente intesa come la “riforma della polizia”. Purtroppo, questo anniversario sta passando sotto silenzio come se non meritasse di essere ricordato. Eppure le questioni riguardanti le polizie e la sicurezza non sono per nulla secondarie nel quotidiano e nel futuro dell’organizzazione politica della nostra come di altre società.
Tanto reclamata negli anni Settanta, la “riforma” fu varata in un contesto non solo di riflusso della grande mobilitazione riformatrice ma già “inquinato” dagli “anni di piombo” e dall’innesco di quella che solo molto dopo si configurerà come la “rivoluzione liberista negli affari di polizia” (l’equivalente della RMA, cioè di quella negli affari militari orchestrata negli Stati Uniti e poi in Europa).
In questi trent’anni numerosissime volte tante persone hanno espresso sinceramente accorati sentimenti di delusione, scoraggiamento, critica, sconcerto, sincero dolore e anche grida di grave tradimento per come tale riforma è stata applicata (basta leggere le lettere e gli articoli pubblicati dalla rivista fondata da Franco Fedeli). Rarissimi sono invece stati gli studi approfonditi e non compiacenti su cosa sia effettivamente cambiato in questi trenta anni nell’assetto, nell’orientamento e nelle pratiche di tutte le polizie e della gestione o “governo” della sicurezza a livello locale e nazionale. Probabilmente l’attuale maggioranza degli operatori delle polizie non sa gran che della 121/1981 e lo stesso dicasi per la maggioranza dei sindaci, degli assessori e dei parlamentari.
Mi limito qui a segnalare per punti le principali questioni che meriterebbero una seria e approfondita riflessione, che faccia riferimento ai grandi auspici dei “padri” della riforma del 1981, fra cui ricordiamo l’amico Franco Fedeli.
1)In Italia la razionalizzazione democratica delle polizie e del governo della sicurezza continua ad essere un obiettivo ignorato.
2)La sovrapposizione di competenze e strutture è flagrante tanto quanto gli sprechi di risorse, energie, intelligenze nonostante si parli tanto di mancanza di risorse, di tagli e di “sacrifici”.
3)Non c’è alcuna motivazione razionale e di buon senso perché il controllo del territorio non debba essere ripartito fra polizia di stato, carabinieri, polizia forestale (è assolutamente assurdo che in città esistano centrali operative della PS e dei CC, volanti e gazzelle).
4)La ripartizione rigorosa delle competenze fra le forze di polizia potrebbe eliminare ogni spreco: la PS dovrebbe essere destinata al controllo del territorio nelle città di più di 20 mila abitanti, i CC al controllo del territorio nelle zone rurali e nei comuni con meno di 20 mila abitanti, la GdF destinata solo alla prevenzione e repressione dei reati finanziari, la forestale destinata solo alle zone boschive, la polizia penitenziaria solo alle carceri e alla traduzione dei detenuti; l’ordine pubblico dovrebbe essere competenza solo delle unità mobili della PS e mai dei CC e delle altre forze; la prevenzione e repressione della criminalità organizzata e dei terrorismi dovrebbero essere affidate a una sola struttura (magari mista di membri di più forze); le polizie locali dovrebbero occuparsi solo di ciò che compete al governo locale ossia: controllo delle costruzioni, controllo delle attività commerciali (tranne la parte finanziaria e fiscale che compete alla GdF), controllo della viabilità urbana, controllo del rispetto delle norme ambientali, controllo dello smaltimento dei rifiuti; una polizia locale che assolve rigorosamente alle sue competenze potrebbe dare un contributo fondamentale nel contrasto delle economie sommerse che favoriscono gli intrecci fra attività lecite e attività criminali e quindi nel contrasto del lavoro nero, delle nuove schiavitù, della frode fiscale (sollecitando la GdF), degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali, della produzione e commercializzazione di merci nocive, dell’inquinamento e quindi delle ecomafie (sollecitando le unità addette delle altre forze di polizia). Una polizia locale che si occupa di sgomberi dei rom, della cosiddetta “lotta all’immigrazione clandestina” e del controllo del territorio si sovrappone alle competenze delle altre forze di polizia, non rispetta i suoi compiti e lascia scoperto il contrasto di una vasta illegalità di cui è vittima una grande parte della popolazione e degli immigrati (nell’universo delle economie sommerse fra precario semiprecario e nero totale si situano circa otto milioni di persone in maggioranza italiani).
L’operato delle forze di polizia dovrebbe essere sempre democraticamente controllabile per evitare che la discrezionalità insita nei poteri delle polizie (come della magistratura) diventi libero arbitrio. Ogni atto illecito da parte di operatori delle polizie (abusi, corruzione, violenze) deve essere sancito immediatamente con la sospensione dal servizio e l’espulsione dal corpo dopo l’eventuale condanna ma sancito anche con una pena per il danno arrecato all’onorabilità delle polizie.
Infine, basta con la proliferazione delle sigle sindacali, dei clientelismi e degli inciuci inconfessabili. E’ ora che gli operatori delle polizie democratici ritrovino la capacità e il buon senso di riunirsi in un solo sindacato.

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