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novembre-dicembre/2005 - Editoriale
Una ribellione da non sottovalutare
di Paolo Pozzesi

Il dato che probabilmente ha impressionato di più è stato il numero delle auto incendiate: quasi 7.000 in quindici giorni. A Parigi, Lille, Strasburgo, Rouen, Rennes, Orlèans, Bordeaux, Toulouse, in tutte le città francesi che hanno ai loro margini delle grandi periferie, le banlieues che ospitano la grande maggioranza degli abitanti dei centri urbani. Automobili, ma anche bus, ambulatori, scuole, asili nido, centri sociali, uffici, locali pubblici, supermercati, negozi, dati alle fiamme, distrutti con sistematica rabbia. E un morto, un anziano pensionato ucciso a bastonate mentre cercava di spegnere l’incendio di un cassonetto.
Una ribellione che ha avuto due connotati: è stata iniziata e condotta da giovani, anzi da giovanissimi, e questi ragazzi erano tutti di origine magrebina o africana. Non immigrati recenti, ma francesi “à part entière” da almeno una generazione, secondo una dottrina dell’integrazione che in Francia, dalla Rivoluzione in poi, riconosce automaticamente il diritto di cittadinanza a chi è nato sul suolo della Repubblica. Un esempio molto attuale: Nicholas Sarkozy, ministro dell’Interno (e aspirante alla successione a Jacques Chirac), è figlio di immigrati ungheresi.
Già, Sarkozy, proprio lui è riuscito a diventare in poco più di due settimane la figura emblematica di una repressione che in realtà non è stata veramente dura, ma nelle sue parole ha assunto i caratteri odiosi del razzismo. Il ministro ha annunciato l’intenzione di “ripulire le banlieues a manganellate” (progetto, fra l’altro, assurdo e inattuabile), e ha definito i responsabili delle violenze “racaille”, gentaglia, feccia. Una provocazione, che lo ha isolato all’interno dello stesso governo (a cominciare da Chirac, che lo considera da tempo un pericoloso demagogo), da parte di un politico rampante che trova conveniente strizzare l’occhio ai neofascisti xenofobi di Jean-Marie Le Pen. Comunque, la “rivolta dei ragazzi” ha messo in luce un aspetto particolare di un problema grave, e non facilmente risolvibile: le condizioni di vita in periferie urbane dove sempre più spesso si installano, non trovando altra collocazione, le fasce economicamente più sfavorite. E tra queste, nelle città francesi, decine di migliaia di famiglie di immigrati: diventate giuridicamente francesi, ma di fatto confinate ai margini, lontane. Le chiamavano “cités dortoirs”, dove si poteva solo dormire la sera al ritorno dal lavoro, già trent’anni fa, quando ospitavano prevalentemente “francesi dalla pelle chiara”: città dormitorio sono rimaste.

Con una differenza rispetto ad allora: la crescita di una popolazione giovanile che si specchia ogni giorno nel grigio squallore di agglomerati di cemento anonimi, che si assoggetta malvolentieri alle regole di convivenza imposte da una società che sentono estranea, se non ostile, giovani che ritengono di non avere prospettive di un futuro migliore, che considerano la scuola un inganno, e non sperano di trovare nel lavoro una decente sistemazione. Anzi, molti dubitano di poterlo trovare un lavoro, qualsiasi esso sia.
Octavi Martì, da anni corrispondente da Parigi del quotidiano spagnolo El Pais, ha sintetizzato in maniera precisa questa situazione: “Il caso francese è uno specchio per l’Europa, perché le conseguenze della deindustrializzazione sono simili un po’ ovunque, e perché in molti Paesi colpiscono in modo particolare gli immigrati. I giovani europei condividono con i giovani francesi - figli di immigrati o no - la stessa mancanza di prospettive e di utopie, un mondo in cui l’unico valore è il successo individuale che si misura in termini di presenza televisiva e di denaro. Zidane è il loro dio: il giocatore di calcio ha più credibilità del più onesto e irreprensibile dei politici. I ragazzi bruciano le auto per andare in tv, e vanno in tv perché bruciano le auto”. Non si deve dimenticare che questa rivolta incendiaria è nata da un episodio di cronaca tragicamente “banale”: il 27 ottobre, dei ragazzi di origine magrebina e africana sono inseguiti dalla Polizia per un tentato furto in un cantiere di Cliché-sous-Bois (una periferia parigina), sei vengono fermati, e tre di loro, quando i “flics” erano ormai tornati al commissariato, scavalcano un muro e si rifugiano in una cabina dell’alta tensione: due muoiono folgorati. Un incidente, che però viene dipinto come l’effetto della brutalità della Polizia, prima nel loro ambiente, e poi, a macchia d’olio, anche attraverso Internet tra i giovani figli di immigrati delle banlieues francesi. Impressionante, e, a prima vista, incomprensibile, ma è così.

Le famiglie dei due ragazzi morti avevano lanciato un appello affinché la violenza avesse termine, ma nessuno le ha ascoltate. L’Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia, intervenuta data l’origine etnico-religiosa dei giovani piromani (termine esatto, ma forse riduttivo) ha emesso contro di loro una fatwa, una sentenza di condanna religiosa, proclamando che “ad Allah non piace chi semina disordine, danneggia beni pubblici o privati, e attenta alla vita degli innocenti”, e neppure questo intervento ha avuto alcun effetto. A quanto sembra, l’Islam non c’entra, e questi ribelli non appaiono disposti a concedere fiducia a chi parla “dall’alto”, anche da molto in alto. Del resto, la rivolta non ha avuto leader, e neppure slogan. Un unico denominatore comune: la rabbia, la voglia di protestare contro tutto e contro tutti, di distruggere.
“Un rifiuto della marginalizzazione”, commenta,in un’intervista a Le Monde, Emmanuel Todd, storico e sociologo francese, autore di “Dopo l’impero”, pubblicato in Italia da Tropea. E Todd si dice ottimista, pur se preoccupato, perché “Tutto questo non sarebbe mai potuto accadere se i figli degli immigrati non avessero interiorizzato alcuni dei valori fondamentali della società francese, come il binomio libertà-uguaglianza”. Ecco, l’uguaglianza. Una parola che a ripeterla troppo si rischia di essere guardati come dei folli, o dei “sovversivi”, da chi crede nella ferrea legge del privilegio. Senza uguaglianza la rabbia degli esclusi potrà essere contenuta, repressa, ma ci sarà sempre, assumendo a volte forme di sterile violenza, controproducenti e inaccettabili. E’ il classico serpente che si morde la coda. E senza uguaglianza discutere di “integrazione” significa solo parlarsi addosso.
E infine, dobbiamo chiederci se quanto è accaduto nelle banlieues francesi possa riguardarci in Italia, e in che misura possa servirci da insegnamento. Per aver ricordato che anche noi abbiamo delle periferie “a rischio”, Romano Prodi è stato accusato da alcuni esponenti della maggioranza di voler creare del panico, ma poi il ministro dell’Interno Pisanu ha convenuto che quel segnale venuto d’oltralpe non va trascurato. Certo, non abbiamo (ancora) dei grandi quartieri-ghetti, dove all’emarginazione urbana si aggiunge di fatto una forma di segregazione etnica, ma alcune “basi” non mancano. Non si vuole dire che tutte le nostre periferie sono invivibili, alienanti, ma neppure tutte quelle francesi lo sono. “L’architettura si deve rioccupare dell’habitat, deve riflettere su quello che saranno le città nei prossimi anni”, afferma Massimiliano Fuksas. Ha senza dubbio ragione, ma dietro i progetti degli architetti occorrono scelte consapevoli, chiare, lungimiranti.



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