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Maggio-Giugno/2006 - Editoriale
Un messaggio aperto al dialogo
di Paolo Pozzesi

“La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un’aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L’assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso, rappresenta l’espressione naturale del principio maggioritario che l’Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell’alternanza realmente operante”: nel suo discorso di insediamento davanti al Parlamento riunito con i rappresentanti delle Regioni, il nuovo Presidente della Rapubblica Giorgio Napolitano ha sintetizzato in due frasi la situazione politica del Paese.
Primo: la competizione elettorale è stata aspra, a prova dell’esistenza di posizioni e di programmi molto diversi tra loro, ma sia il centrosinistra sia il centrodestra ne sono usciti dimostrando di essere “largamente rappresentativi” della volontà dei cittadini. E’ la tanto ripetuta “spaccatura in due” del Paese, che il Presidente enuncia come una realtà di cui prendere atto, e di cui tenere conto: ma che Napolitano, dall’alto del suo ruolo, vede anche come piena legittimazione di entrambe le forze politiche.
Secondo: il fatto che chi vince, sia pure di poco, assuma l’incarico, e il carico, di governare, è il fondamento di un sistema maggioritario che deve assicurare l’efficienza del sistema democratico. Giorgio Napolitano ha vissuto e conosciuto dall’interno i decenni del dopoguerra, con i governi che venivano decisi dopo il voto, sulla base di alleanze mutevoli e a volte di breve durata. Un sistema certo democratico, che però aveva in sé il rischio dell’instabilità.
“Il fatto che si sia instaurato un clima di pura contrapposizione e di incomunicabilità, a scapito della ricerca di possibili terreni di impegno comune, deve considerarsi seno di un’ancora insufficiente maturazione nel nostro Paese del modello di rapporti politici e istituzionali già consolidatosi nelle altre democrazie occidentali. Ebbene, è venuto il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza anche in Italia: il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre assemblee elettive, l’individuare i temi di necessaria e possibile limpida convergenza nell’interesse generale”: il Presidente si guarda bene dal fare appello a una sorta di “embrassons-nous”, del resto inverosimile (e neppure auspicabile, se tradotto in chiave di “inciucio”), ma invita tutti, a sinistra, al centro e a destra, a rispettare gli altri, a polemizzare con loro dopo averli ascoltati, e a non dimenticare gli aspetti che riguardano l’interesse di tutti.

Sottolineando il valore della Resistenza, “pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”, e della “liberazione dal nazifascismo come riconquista dell’indipendenza e della libertà della Patria italiana”, Napolitano ha affermato che, “senza riaprire le ferite del passato”, si tratta di una “memoria condivisa, come premessa di una comune identità nazionale, che abbia il suo fondamento nei valori della Costituzione”. Una definizione nuova, in un certo senso “laica” (“nel rispetto di tutte le vittime e nell’omaggio non rituale”, ha detto) di una stagione della nostra storia il cui significato essenziale va al di là delle singole ideologie.
Il lavoro come “base della Repubblica democratica”, da riconoscere concretamente come “diritto”, e la sua tutela “in tutte le sue forme e applicazioni”. E riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, aperti e integrati nella Carta europea con i nuovi diritti civili e sociali, che non si possono non riconoscere a chi, da immigrato, entra a far parte della nostra comunità nazionale, contribuendo alla sua prosperità.
Le autonomie regionali, ha ricordato il Presidente, sono un fattore di ricchezza e di dinamismo: ed è anche un riferimento indiretto ad alcune posizioni “federaliste”, sulle quali il dibattito è sempre acceso, e spesso non del tutto chiaro.
Un punto delicato, e di particolare peso, “il laico disegno dei rapporti tra Stato e Chiesa, concepiti come, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Tenendo conto che “la libertà e il pluralismo delle confessioni religiose sono stati via via sanciti, e ancora dovranno esserlo attraverso intese promosse dallo Stato”.
Passando alle riforme, “un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo”. Già i costituenti, pur pronunciandosi per una Costituzione “destinata a durare”, la definirono “rigida” ma non “immutabile”, stabilendo procedure e garanzie per la revisione della sua seconda parte.

Parlando dell’Europa come “una seconda patria”, il Presidente ha ricordato – con Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Antonino Segni e Gaetano Martino -, il ruolo di Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entrambi né meschinamente realisti né astrattamente utopisti”. Senza ignorare la crisi che ha colpito l’Unione Europea, dopo il rifiuto del Trattato da parte di alcuni Paesi, essa “non può oscurare il cammino compiuto e far liquidare il grande progetto della costruzione comunitaria… La strada maestra dell’Italia resta dunque quella dell’impegno europeistico, come il presidente Ciampi ha in questi anni appassionatamente indicato”.
La minaccia del terrorismo di matrice fondamentalista islamica va affrontata “senza esitazioni e ambiguità”, ma non dobbiamo “offrire a questo insidioso nemico il vantaggio di una nostra qualsiasi concessione alla logica dello scontro di civiltà”. Pieno riconoscimento del diritto dello Stato di Israele e vivere in sicurezza, mettendo al bando l’arma del terrorismo e ogni rigurgito di antisemistismo, e riconoscimento del diritto del popolo palestinese a darsi uno Stato indipendente.
Tenendo fermi i valori “tra loro inscindibili del ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale”, si pone la necessità di trovare una soluzione al sanguinoso conflitto in Iraq (dove “compete al governo e al Parlamento definire le soluzioni per il rientro dei militari italiani”) e “stabilizzare il processo democratico in Afghanistan”.
Sull’economia, “un messaggio di fiducia”, non “sottovalutando la gravità delle debolezze da superare e dei nodi da sciogliere, innanzitutto quello del debito pubblico, e, insieme, le debolezze del sistema produttivo”.
Per finire, “considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche”, “un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e il rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente nella Costituzione vigente”.
Con questo messaggio il nuovo Capo dello Stato introduce un settennato che, senza azzardare profezie, sarà tutt’altro che facile.

mail direttore@poliziaedemocrazia.it

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