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Maggio-Giugno/2006 - La 'nera' al microscopio
Cronaca del delitto
Le accuse reciproche degli imputati
di E. G.

I coniugi egiziani, processati
nel 1966 per l’uccisione del libanese
Farouk Chourbagi, furono assolti, nel primo
processo, per insufficienza di prove. In appello
invece, vennero condannati a 22 anni
ciascuno: erano però già all’estero, in Paesi
che non concedevano l’estradizione

Diciotto gennaio 1964. In un appartamento di via Lazio, a Roma, a pochi metri da via Vittorio Veneto, viene scoperto il corpo di Farouk Churbagi, ucciso a colpi di pistola e poi sfreggiato al volto con del vetriolo.
Dopo due giorni di indagini, l’Interpol chiede l’arresto di due egiziani: i coniugi Claire Ghobrial e Yussef Bebawi quali autori del delitto, fuggiti ad Atene subito dopo il fatto.
Sin dal momento del loro arresto nella capitale ellenica, i due ammettono tutto quello che sarebbe impossibile negare: la relazione sentimentale fra Claire e Farouk, la loro presenza a Roma il giorno del delitto, la fuga a Napoli, l’imbarco per la Grecia.
Ma, a parte questo, le loro confessioni sono inconciliabili fra loro.
I due racconti sono del tutto opposti, uno scambio reciproco di accuse gravissime. Dice Claire: “E’ stato mio marito a sparargli perché ci ha sorpresi assieme”.
Dice Yussef: “Non ho mai messo piede nella casa di Farouk. E’ stata mia moglie a prendere di nascosto la pistola che custodivo nella nostra camera da letto a Losanna, prima di partire per Roma”.
Sembrerebbe, quello dei coniugi Bebawi, un atteggiamento infantile: dove vogliono arrivare? Questa la domanda degli italiani giunti ad Atene per chiedere l’estradizione dei due.
In realtà questo loro atteggiamento li porterà ad una prima sentenza assolutoria per insufficienza di prove non riuscendo i giudici a stabilire con certezza chi dei due ha commesso il delitto, ovvero se hanno agito insieme.
Avvenuta l’estradizione, comincia il processo. Presiede un magistrato di notevole spessore: La Bua.
Dunque sin dall’inizio il gioco dei due imputati è abbastanza chiaro. Se i due riescono a giostrare con abilità, suggestione o destrezza, tanto da non rendere possibile stabilire chi dice il vero e chi il falso; se riescono a non tradirsi mai, a non avere attimi di smarrimento; se riescono a non cadere nei tanti tranelli che l’accusa e la parte civile tenderanno durante il processo; se sanno resistere al fuoco di fila incalzante del presidente La Bua, dei giudici e della parte civile, ebbene allora per loro ci può essere la vaga speranza di potersela cavare e di andare assolti per insufficienza di prove (una formula oggi depenneta dal Codice penale).
E infatti va proprio così.
I due coniugi, nel corso del lungo processo (due anni circa) hanno propinato alla Corte e ai giudici popolari, dosi giornaliere di dubbi.
Una linea difensiva che non si sa bene se sia nata dalla mente di due coniugi o dalla mente acuta dei difensori (Giuliano Vassalli, Pietro Lia, Giuseppe Sotgiu).
Comunque sia, il colpevole (o i colpevoli) ebbero buon gioco. Stranamente il pubblico presente in aula quella domenica pomeriggio, quando viene letta la sentenza, applaude il verdetto. Forse un omaggio ai due coniugi che, con la loro condotta, sono riusciti a cavarsela?
Ci vollero circa trenta ore di camera di consiglio per la sentenza di quel primo processo.
Il secondo dibattimento, in appello, svoltosi nel 1968, invece li condanna a ventidue anni ciascuno.
Era il 15 gennaio 1968. L’aula semideserta, come deserto è il banco degli imputati: Claire è in Egitto (al sicuro da possibili richieste di estradizioni); Yussef è invece a Losanna, dove riceve la telefonata dei suoi difensori, Giuliano Vassalli (futuro ministro della Giustizia e futuro presidente della Corte Costituzionale) e Pietro Lia che gli comunicano l’esito del processo di appello.
Eppure anche questa sentenza di condanna presenta degli aspetti sconcertanti: “colpevoli, ma senza premeditazione”.
E senza l’aggravante della particolare crudeltà (il vetriolo sul viso della vittima).
Così non si comprende perché mai i due coniugi si sarebbero recati nello studio della vittima portando (l’uno o l’altra) la pistola e il flacone di vetriolo che poi fu gettato sul volto di Farouk.
Chissà, oggi - a 42 anni dall’evento - dove sono finiti i coniugi Bebawi? E che segno avrà lasciato su di loro (o almeno su uno di loro) l’omicidio e lo sfregio della vittima nell’appartamento di Roma, in via Lazio, a pochi metri da via Vittorio Veneto?



NELLA FOTO:Claire Bebawi con l’avvocato Giuseppe Sotgiu, dopo l’assoluzione

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