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Luglio-Agosto/2006 - Editoriale
La malapianta da sradicare
di Paolo Pozzesi

Per periodi più o meno lunghi ci dimentichiamo quasi che esistono: le Mafie. Eppure ci sono sempre, prosperano, si infiltrano, si allargano, e a volte uccidono. Ecco, quando uccidono siamo costretti a ricordarci della loro presenza (o, meglio, a non fingere di averla dimenticata), come quando avvengono degli arresti che per un giorno fanno apparire nelle prime pagine dei giornali e nei tg le facce di questo o quel boss. Poi, ritorna la tentazione di mettere da parte l’argomento, di prestare attenzione ad altri aspetti della vita pubblica, gravi, preoccupanti, ma non avvilenti, vergognosi, come questo: l’esistenza di un potere parallelo che gestisce traffici illegali di vario tipo, che esercita quotidianamente il ricatto attraverso la violenza, che inquina e condiziona la vita politica ed economica, e che appare inestirpabile perché non è tanto basato su persone con vocazione criminosa, quanto su un sistema all’interno del quale il ricambio è continuo.
Le cronache che in questo momento ci obbligano a volgere la nostra attenzione alla criminalità organizzata hanno come scenari la Calabria e la Sicilia. Un copione già visto, si dirà, però anche una vecchia trama può fornire nuovi lumi, dare nuove indicazioni. Il 16 ottobre 2005, a Locri, Francesco Fortugno, medico, vicepresidente della Regione Calabria, esponente della Margherita, era stato assassinato da un commando di killer mentre si recava al seggio delle elezioni primarie dell’Unione. Tre giorni dopo, al suo funerale, migliaia di giovani della Locride sfilavano dietro uno striscione sul quale era scritto “E adesso ammazzateci tutti”. Un fatto nuovo, uno slogan che, stampato anche sulle magliette, farà il giro della Regione, e sarà portato in tutto il Paese.

Chi ha ucciso Fortugno? Facile rispondere: la ’ndrangheta. E perché la ’ndrangheta ha ucciso il vicepresidente della Regione? Il 21 marzo 2006 vengono arrestate otto persone, quattro delle quali accusate di aver fatto parte del commando. Tre mesi dopo, la confessione di due pentiti, e una serie di intercettazioni telefoniche, portano in carcere quelli che secondo gli inquirenti costituirebbero il primo gradino dei mandanti dell’omicidio, Alessandro Marcianò e suo figlio Giuseppe. Marcianò padre è caposala alla Asl di Locri (1.700 dipendenti, un bilancio di 172 milioni di euro), formalmente solo un impiegato, che però nella struttura sanitaria esercita un potere che travalica dalle sue funzioni, e si dirama nel business delle cliniche private. Inoltre, ha forti legami con il clan dei Cordì, una delle “famiglie” più attive della zona.
Naturalmente, data la solidità della sua sfera di influenza, Alessandro Marcianò è anche un procacciatore di voti: ne ha portati in passato ad Alleanza Nazionale, poi allo stesso Fortugno, e nelle ultime elezioni regionali ha fatto campagna per Domenico Crea, passato dall’Udc alla Margherita, e inserito nelle liste malgrado il parere contrario di Fortugno. Crea, che era risultato per una manciata di voti il primo dei non eletti, con la morte di Fortugno è entrato automaticamente nel Consiglio regionale.
“E’ un ulteriore passo in avanti per l’indagine - ha detto, commentando gli ultimi arresti, Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia -. Ma occorrono ulteriori verifiche, perché la ricerca dei mandanti non può considerarsi conclusa”. Infatti non si può risolvere il caso con una semplice considerazione di causa ed effetto. L’uccisione di Francesco Fortugno è un delitto di mafia, ed è anche un delitto politico, perché una certa politica ha da troppo tempo permesso che le mafie entrassero negli ingranaggi delle Istituzioni.
Dalla Calabria alla Sicilia. Il 20 giugno, una brillante operazione di Polizia, coordinata dalla Procura di Palermo, si è conclusa con l’arresto di 45 boss della vecchia guardia di Cosa nostra, “colonnelli” di quel Bernardo Provenzano che anche in cella sembra conservare gran parte del suo carisma. Diretti, appunto, da Antonio Rotolo, braccio destro di Provenzano, condannato all’ergastolo, che aveva ottenuto gli arresti domiciliari fingendo (ma chi aveva controllato e avallato questa finzione?) una grave forma di ipertensione. I capi si riunivano in un box nella villa di Rotolo, un capanno di lamiera nel quale gli investigatori della Polizia avevano piazzato delle microspie, registrando per mesi i loro incontri.
Ne è venuto fuori di tutto: affari, appalti, tangenti, racket (il “pizzo” fatto pagare a esercenti, imprenditori, professionisti), rapporti con uomini politici, fino ai conflitti interni, provocati dal ritorno in patria delle nuove leve del clan Inzerillo, costretti all’esilio in America dall’ultima guerra di mafia. Per far fronte alle varie esigenze, in questo periodo di “sede vacante” la gestione di Cosa nostra era affidata a Antonino Cinà, il medico di Totò Riina, e a Francesco Bonura, costruttore edile, titolare dell’impresa immobiliare Raffaello. Dalle intercettazioni è risultato anche che i boss avevano chiesto l’inclusione nelle liste di Forza Italia di uomini di loro assoluta fiducia (di preferenza parenti). E nello stesso tempo rifinivano la rete di medici conniventi, disposti a tutelare la salute dei latitanti, e a firmare diagnosi di comodo per far ottenere ai detenuti ricoveri in clinica e arresti domiciliari.
Senza dubbio un duro colpo, inferto anche grazie a quelle intercettazioni tanto invise e vituperate in nome della privacy. Ma, esprimendo soddisfazione per il risultato raggiunto, il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha voluto ricordare che la strada è ancora lunga: “Non abbiamo vinto la guerra, e molto c’è ancora da fare… Non si tratta solo di prendere delle persone dedite ad attività criminali, isolate al contesto, ma eliminare delle cellule cancerogene che tendono a produrre metastasi varie nella società”.

“Daremo massima priorità al contrasto alla criminalità. Le organizzazioni criminali (la mafia, l ’ndrangheta, la sacra corona unita, la camorra e le nuove mafie di importazione) soffocano la vita civile, impediscono lo sviluppo, limitano e ostacolano l’esercizio dei diritti e delle libertà, tendono a condizionare l’esercizio stesso della Democrazia, infiltrandosi nelle Istituzioni e nelle Amministrazioni, imponendo un modello di relazioni sociali feroce e primitivo, e violando le regole che la società si è data. La priorità sarà massima in quei territori dove la criminalità ha “occupato” la società e l’economia, e ostacola in misura decisiva lo sviluppo, la convivenza civile, la crescita e l’innovazione. Qui lo Stato sarà particolarmente presente e forte, in stretta cooperazione con le Istituzioni locali e la società civile, per garantire il rispetto delle regole e combattere la sopraffazione, la violenza e il condizionamento sui cittadini e sulle imprese”: è un brano della parte riguardante i problemi della sicurezza, contenuta nel programma dell’Unione, concordato prima delle elezioni politiche dai partiti del centrosinistra.
Proponiamo che questa dichiarazione di intenti divenga una sorta di decalogo, e che tutti si sentano impegnati a rispettarlo. Tutti. Senza sconti, deviazioni, e calcoli “contingenti”. Per poter dire, in un giorno non lontano, “C’era una volta la mafia”.

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