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Febbraio-Marzo/2007 - Editoriale
Se il brigatista cerca al-Qaeda
di Paolo Pozzesi

Sinceramente, non sappiamo quali reazioni possano suscitare in un giovane tra i 18 e i 25 anni, nato quando gli ultimi conati terroristi erano ormai estinti, queste nuove Brigate Rosse. A noi, che di anni ne abbiamo molti di più, e che abbiamo vissuto quelli “del piombo e delle stragi”, più che “nuove” sembrano fuori dal tempo. Degli zombie che recitano meccanicamente una litania di frasi simili a esorcismi che pretendono di essere efficaci nella ripetizione di alcune parole chiave. La prima, istintiva, riflessione è un interrogativo: “Ma chi sono questi imbecilli?”. E , come spesso accade, la prima riflessione su un fenomeno difficilmente comprensibile, è carente, tende a rimuovere con un senso di fastidio un problema sgradevole.
Imbecilli? Certo, al di là delle responsabilità dei singoli arrestati e indagati che saranno vagliate dagli inquirenti, il loro “messaggio” non brilla per acume politico, e nemmeno suona esaltante sul piano di una retorica barricadiera. La “rivoluzione” di cui parlano è cupa, introversa, dispeptica. Il Sole dell’Avvenire d’antan è lontanissimo dalle loro fantasie. Nel programma che vorrebbero mettere in atto la morte è il primo e unico punto: uccidiamo chi non la pensa come noi, uccidiamo i traditori, uccidiamo gli infami, uccidiamo i complici dell’imperialismo, e così via. Nella pratica: uccidiamo chi riusciamo a uccidere, chi è meno protetto.
Insomma, seconda riflessione (questa senza interrogativo): sono pericolosi, comunque pericolosi, qualsiasi sia il loro numero e il quantitativo di armi di cui dispongono. Più o meno pericolosi delle “vecchie” Br? Qui anzitutto ascoltiamo il parere di un esperto di antiterrorismo, Giovanni Calesini, espresso nell’Analisi della pagina a fianco. E poi riandiamo con la memoria a quei tempi che, anche se piuttosto lontani, chi ne aveva seguito quotidianamente le vicende, ricorda con molta chiarezza.

Tempi lontani, e indubbiamente diversi: si era in piena “guerra fredda” (che, paradossalmente, costituiva una sorta di garanzia di stabilità internazionale), vi era stato il mitico ’68 (gravido di alcune idee nuove, e di non poche stravaganti sciocchezze), e le “tensioni sociali”. A dire il vero, queste ultime erano state molto più forti nei due decenni precedenti. E, se il clima da “guerra civile” esisteva solo nelle intenzioni di qualcuno, a dare inizio nel nostro Paese a uno stato di tensione, sostenuto da successive e ripetute “strategie”, era stata, il 12 dicembre 1969, la bomba esplosa a Milano nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana: 16 morti e 87 feriti. Meno di un anno dopo, il 20 ottobre 1970, un “foglio di lotta” annunciava ufficialmente la nascita delle Brigate Rosse. Obiettivo prioritario: contrastare “l’inserimento organico del Pci nella gestione del potere e della ristrutturazione socialcapitalistica”, e quindi battersi contro “Pci, Psiup, sindacati e manutengoli vari… i più pericolosi avversari di classe”.
Mentre le Br davano inizio alla loro avventura, su altri versanti eversivi si svolgevano tentativi più o meno seri di golpe, complotti che vedevano implicati settori “deviati” delle Istituzioni, attentati terroristici mirati a creare insicurezza. E con l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini, il passaggio dell’“organizzazione” nelle mani di Mario Moretti, che segna l’avvio di una lunga catena di omicidi. Perché – malgrado qualche personalità istituzionale abbia voluto attribuire loro la qualifica di “combattenti” – i brigatisti furono sempre, ed esclusivamente, dei killer, degli assassini che abbattevano le loro vittime quando queste erano ignare, inermi, indifese. E’ bene ricordarlo, proprio pensando a qualche giovane male informato, o decisamente disinformato, che potrebbe considerarli alla stregua di ardimentosi ribelli.
Aggiungiamo che i brigatisti furono degli assassini, e la strada da loro scelta non poteva condurli in altre direzioni. In Italia non era in corso nessuna guerra civile, nessun conflitto, sociale o di altro tipo, per il quale fosse sia pure lontanamente ipotizzabile l’uso delle armi. Esisteva, questa sì, una strategia sotterranea, antidemocratica, che puntava a creare il caos per suscitare la paura, con il fine di uno sbocco autoritario che mettesse fine alla stagione della libertà. E le Br entrarono a pieno titolo in questa strategia, fino a diventarne lo strumento principale.

No, le Brigate Rosse non furono eterodirette, e del resto non era necessario. Bastava che qualcuno che ne aveva il modo e i mezzi le lasciasse fare. Fra gli stessi ex brigatisti il primo a rendersene conto è stato proprio uno dei fondatori, Alberto Franceschini, che non ha mai ucciso nessuno e ha scontato tutti i suoi anni di carcere. La prova più eclatante si era avuta con il sequestro di Aldo Moro, la strage della scorta in via Fani, i 55 giorni di prigionia in un “carcere del popolo”, e infine il barbaro assassinio. Un “affare” costellato, dall’inizio alla fine, di una serie di enigmi e incongruenze sui quali né i processi, né una Commissione d’inchiesta parlamentare, hanno potuto fare luce. E questo perché la verità è sempre stata accuratamente nascosta, sia da chi avrebbe avuto il dovere di parlare, sia dai brigatisti come Mario Moretti e i suoi più stretti sodali, tesi a difendere la loro “purezza rivoluzionaria”.
Altri tempi, d’accordo, tempi remoti, definitivamente passati. Gli intrighi, i complotti incrociati, le connivenze sono solo un ricordo. Oggi, Polizia e magistratura hanno agito con prontezza e abilità per bloccare i nuovi terroristi prima che potessero nuocere. Ora resta da vedere quale sia il grado di pericolosità di queste Br spuntate come funghi velenosi nel bosco di casa nostra. Che, alla ricerca di proseliti e, soprattutto, di fiancheggiatori, si fossero inseriti nei sindacati e nei centri sociali, è comprensibile. E un terrorista non porta la sua qualifica stampata sulla fronte. Comprensibile, ma inquietante. Tanto da obbligare tutti ancora una volta ad “alzare la guardia”. A non concedere spazi, o nicchie, alla violenza.
Ecco, credevamo di doverci preoccupare solo del terrorismo islamico di marca al-Qaeda, e invece scopriamo un pericolo tutto made in Italy. Ma, stando ad alcuni segnali, con l’ambizione di agganciarsi a realtà più ampie. In un’intercettazione del 4 agosto 2006, due degli arrestati parlano del Medio Oriente, di Israele, del ministro degli Esteri Massimo D’Alema (definito “un infame”), e uno di loro dice: “Bisogna trovare qualcosa di israeliano qui, perché quelli bisogna che schiattino… Gli mettiamo una bomba col C4, ’sto palestinese qui deve ancora darmelo… Vogliamo una cosa grossa, sarebbe una cosa eccezionale”. Probabilmente, speriamolo, sono solo chiacchiere, progetti farneticanti di menti ritardate. Non vorremmo accorgerci che queste nuove Br, con tutta la loro stupidità, sono ancora peggiori di quelle vecchie.

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