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Maggio-Giugno/2007 - La 'nera' al microscopio
Cronaca del delitto
Gigliola Guerinoni: amore e denaro
di Ettore Gerardi

Condannata a 26 anni per l’uccisione
dell’amante Cesare Brin, quella
che fu chiamata “la mantide religiosa”
di Cairo Montenotte è attualmente
in regime di semilibertà: lava e stira
la biancheria in un albergo
gestito da suore


Nella notte fra il 12 e il 13 giugno 1987 viene trovato il corpo senza vita di Cesare Brin, 55 anni, farmacista di Cairo Montenotte, il principale centro della Val Bormida divenuto noto, negli anni Ottanta, per le vicende ambientali legate allo stabilimento chimico dell’Acna di Cengio.
Cesare Brin, maggiorente della cittadina di Cairo, consigliere comunale della Democrazia Cristiana e presidente della locale squadra di calcio, risulta dall’autopsia, essere stato ucciso con un corpo contundente alla testa per poi essere finito a colpi di martello; il corpo è stato gettato in un dirupo a Monte Ciuto, sulle alture di Savona.
La prima a finire in carcere è l’amante del farmacista (sposato e padre di due figli che vivono con la madre a Rapallo). Si chiama Gigliola Guerinoni, 44 anni, due matrimoni falliti, una serie interminabile di spasimanti (più o meno fortunati). Gigliola è una bionda assai avvenente con gli occhi chiari; è stata infermiera ma poi è divenuta gallerista. Un po’ tutti la definiscono come una femmina fatale per il vorticoso giro di uomini che le ruota attorno. I giornali la descriveranno durante il processo come “la mantide di Cairo Montenotte”, dal nome della femmina dell’insetto che uccide il maschio dopo l’accoppiamento. Qualche giornale (non si sa bene se raccogliendo voci del paese) la definisce “bocca di rosa” per motivi che risulta superfluo spiegare in queste note.
Ma Gigliola non è la sola a sedere sul banco degli accusati. Uno dopo l’altro finiscono nelle indagini cinque uomini: Ettore Geri, settantasette anni, ex amante della Guerinoni, accusato di aver ucciso per gelosia il farmacista ma su istigazione della donna. Ma c’è anche un quartetto composto da un ex questore, Raffaele Sacco, da un consigliere comunale, Gabriele Di Nardo, dall’imbianchino Giuseppe Cardea e da Mario Ciccarelli, collaboratore della vittima. Tutti questi ultimi vengono accusati di occultamento del cadavere del farmacista Brin.
Le indagini sono laboriose e durano quasi quattro anni prima che si possa celebrare il processo. In realtà di cause se ne celebreranno tre. Con sentenze inequivocabili: Gigliola Guerinoni viene sempre riconosciuta come l’assassina di Cesare Brin. Ettore Geri, assolto in primo grado, viene in appello condannato per complicità con la donna.
Tutto sommato una storia criminale abbastanza lineare, se non fosse per la straripante personalità della Guerinoni e per la sua spregiudicatezza. Due elementi questi che, allora come oggi, finiscono per colpire l’opinione pubblica, disgustata ma contemporaneamente attratta dalla figura di Gigliola: una donna dominatrice di maschi, arrampicatrice sociale, orgogliosa ed abituata (sono parole contenute nella sentenza di primo grado) “a gestire lei il rapporto con gli uomini”.
Il delitto aveva preso le mosse dalla gelosia e dall’interesse. La gelosia era quella di Ettore Geri, l’ex amante. L’interesse, quello di entrambi: lei voleva molto denaro per finanziare la sua galleria d’arte; lui, Geri, voleva una discreta somma per farsi da parte. Eppure la vittima, in quel momento, non navigava in buone acque e anzi voleva tornare dalla moglie.
Durante il processo Gigliola Guerinoni recita molti ruoli: l’amante passionale, la madre ferita, la cinica avventuriera, l’ingenua tradita. Infilata in un tailleur bianco, pallida sotto il trucco leggero, i capelli biondi fermati da un nastro, è ancora bella nonostante i suoi quarant’anni passati. Provoca ancora turbamento negli uomini. Già, gli uomini. Gigliola, come s’è detto, ne ha avuti parecchi: una guardia notturna, un contabile, un arredatore, un farmacista (ahi lui, finito al cimitero). Insomma, uno per ogni esigenza: economica, amatoria, politica, giudiziaria.
Molto discretamente “la mantide” ne aggiunge anche un altro: quello del giudice istruttore Maurizio Picozzi, ex pretore di Cairo Montenotte, che ha avuto la insensibilità di rinviarla a giudizio e di non essere stato galante nei suoi confronti durante l’istruttoria. In una contorta memoria consegnata al presidente della Corte d’Assise (Franco Becchino è il suo nome...) Gigliola intende ricusare il giudice e rivela i particolari di una sorta di love story che avrebbe influenzato, in maniera negativa, tutta l’istruttoria, costruita per vendetta.
Nessuno le crede, ovviamente: si tratta di un ultimo tentativo di fermare il processo. Un processo che vede la sfilata di ben 114 testimoni fra cui mogli tradite, una per tutte la vedova di Cesare Brin.
Nelle more del processo d’appello, dopo la condanna a 24 anni di carcere, concede una intervista ad un settimanale. Le sue risposte sono quanto di più sconcertante si possa pensare. Eccone un esempio: “Di me hanno fatto scempio, hanno affondato il coltello nella mia vita privata e hanno gettato tutto in piazza; mi hanno tolto anche ciò che possedevo... Qui, nella mia casa, in attesa del giudizio d’appello, non ho più nulla... Si sono portati via i mobili, i termosifoni, i lampadari. Lo hanno fatto perché, dicono, le cose della Guerinoni hanno mercato e si vendono bene... Persino la biancheria mi hanno rubato... Quello che indosso mi è stato regalato dalla gente...”. Ed ancora: “C’è anche chi mi è vicino e mi offre il suo sostegno. Molti lo fanno di nascosto, per paura di avere noie dai Carabinieri, ma non importa. Io comunque li sento vicini e questo mi è di grande aiuto. Vengo da una famiglia religiosissima e sono abituata a dare. Nella mia vita ho dato molto e ora ricevere mi commuove”.
Oggi che fa Gigliola Guerinoni? Ha 58 anni, una parte dei quali, dopo il delitto di Cairo Montenotte, li ha trascorsi in vari istituti di pena italiani (Venezia, Cuneo e infine Rebibbia). E’ una detenuta in semilibertà con lavoro esterno. Nel carcere ci va solo di sera per dormire. Lavora presso un convento di suore, l’Istituto San Giuliano trasformato in albergo di un certo lusso a due passi da piazza Navona. Lava e stira la biancheria delle stanze.
Ringrazia Dio e le suore che l’hanno accolta e che - secondo le sue parole - le hanno “restituito dignità”.
Ricorda fin troppo bene la morbosità che suscitò il delitto e il relativo processo. Ricorda anche (con rimpianto?) le copertine che i rotocalchi le dedicarono all’epoca dei fatti.
E’ ancora bella; una bellezza velata dagli anni, certo, ma non per questo meno interessante. Dice ancora: “Sono una lavoratrice come le altre e ogni mattina, prima di andare a lavorare, passo in chiesa a pregare”.

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