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Ottobre/2007 - Editoriale
Ma la sicurezza non è un optional
di Paolo Pozzesi

“Microcriminalità” è un termine piuttosto generico, indefinito, ma comunque, considerato il suo impatto nell’opinione pubblica, non ha certo un significato riduttivo. Forse sarebbe più giusto chiamarla “azioni criminali nella vita quotidiana”: scippi, borseggi, furti, aggressioni, rapine, violenze sessuali, e altre azioni illegali che incidono, anche gravemente, sull’esistenza dei cittadini, che li colpiscono nella loro integrità fisica e nei loro beni, compromettendo il concetto basilare di civile convivenza.
Azioni commesse da chi? Esiste una tipologia attendibile del “microcriminale”? A questo proposito il dibattito è ampio, variegato, e, come spesso accade, confuso. Scorrendo i titoli dei giornali dei mesi scorsi, tra le categorie “micro” (chiamiamole così per brevità) più citate spiccano i lavavetri e i graffitari. Strana mescolanza, perché mentre si è registrato il comportamento aggressivo di lavavetri – il che ha provocato le (tanto discusse) misure prese da alcuni sindaci -, lo stesso non risulta per quanto riguarda i graffitari. I quali deturpano orrendamente (e stupidamente) mezzi pubblici, monumenti, facciate di edifici, e tutto ciò che riescono a raggiungere, ma si fermano lì. Se il problema consistesse solo nelle incursioni vandaliche di alcuni, e nei comportamenti aggressivi di altri, il problema quasi non esisterebbe, e comunque non sarebbe di così forte gravità.
Invece il problema esiste, è molto grave, e tende a peggiorare. E a risolverlo sicuramente non può bastare l’intervento dei sindaci.

* * *

“Ve la prendete con i lavavetri, graffitari, posteggiatori abusivi, e altri poveracci, mentre il vero pericolo sono le mafie, la criminalità organizzata”: è, in sintesi, un argomento usato da varie parti per contestare le misure prese o proposte contro la microcriminalità. “Chiedersi se il problema siano i lavavetri o i graffitari, o i lavavetri o la ’ndrangheta, è una domanda del tutto priva di senso razionale, e dobbiamo chiederci per quali distorsioni culturali si fa. E’ ridicolo far notare che la ’ndrangheta è più pericolosa dei lavavetri, a meno che non si pensi di avere davanti dei minorati mentali”, ha risposto il ministro dell’Interno Giuliano Amato, in un’intervista a La Repubblica del settembre scorso, che ha fatto molto discutere. Per contro, don Vinicio Albanesi, presidente dell’associazione assistenziale Comunità di Capodarco, con una lettera aperta indirizzata ai “sindaci di sinistra” li accusa di essere “molto prudenti (o assenti) nei confronti dei ceti che contano”, e invece diventare “severi se i livelli di illegalità disturbano l’equilibrio dell’illegalità nostrana”. Una posizione condivisa dal vicedirettore nazionale della Caritas Francesco Marsico: “La verità è che non vi è stata un’analisi seria e pacata prima delle misure. Sulla questione della sicurezza si continua a ragionare in astratto su categorie che evocano allarme sociale”.
Quali “categorie”? Nell’intervista citata, il ministro Amato ha avvertito che la lotta alla microcriminalità è necessaria e urgente anche perché genera nei cittadini un clima di crescente insicurezza: “E se si sentono indifesi diventano ostili verso chiunque sia malvestito o diverso intorno a loro… Punire un immigrato che deruba e picchia un cittadino non è fare di tutt’erba un fascio tra gli immigrati e i criminali. Ma al contrario serve proprio ad evitare che gli italiani, picchiati e derubati da criminali immigrati, facciano loro sì di tutt’erba un fascio”.

* * *

Gli immigrati, dunque. Ma quali immigrati? A questo proposito, il Ministro ha fatto una indicativa precisazione, rassicurante e allarmante nello stesso tempo: “La collaborazione tra noi e le autorità della Romania è un modello di operatività e di efficienza che ci ha permesso finora di arrestare centinaia di delinquenti sul loro e sul nostro territorio. Ma qui c’è qualcosa di più inquietante. La presenza criminale romena è uno dei maggiori problemi di sicurezza nel nostro Paese in questo momento”.
Un problema più difficile da risolvere da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea. Ovviamente, il fatto che ogni cittadino comunitario ha il diritto di ingresso in un altro Paese dell’Ue, facilita anche la libera circolazione di chi si dedica ad attività criminali. Il Ministro precisa che ogni cittadino comunitario deve registrarsi all’anagrafe del Paese che lo ospita, e che può farlo solo se ha “mezzi leciti di sostentamento”: “E su questo, io ho già impartito ordini precisi alla Polizia: accertare con grande attenzione quei requisiti e quei mezzi leciti di sostentamento. In caso contrario, procedere speditamente al rimpatrio”. Lo stesso provvedimento applicato, quando vengono fermate, nei confronti delle minorenni romene, portate nel nostro Paese per esercitare la prostituzione sotto il controllo di immigrati connazionali (forse registrati alla nostra anagrafe come operatori di export-import) che, per rinnovare la loro “merce” si spostano tra l’Italia e la Romania senza incontrare grandi difficoltà.

* * *

Sempre in tema di sicurezza, un problema nel problema: l’emergenza rom. In un’audizione della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Giuliano Amato ha segnalato che “dalla Romania è in atto un vero e proprio esodo… Le azioni di repressione sul nomadismo servono in Romania più che da noi”. E Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, ha espresso analogo parere: “E’ assolutamente indispensabile che l’afflusso dei rom dalla Romania venga limitato”. In effetti è proprio indispensabile intervenire concretamente, anche se non è affatto facile. In Romania, su una popolazione di 25 milioni di abitanti, i rom sono 3 milioni. E non si può negare che da quando si sono registrati i primi ingressi di questa comunità nel nostro Paese, si sono create delle situazioni di disagio a volte difficilmente sostenibili.
In conclusione, non si tratta di invocare discriminazioni, né di cavalcare derive allarmistiche, ma di guardare in faccia la realtà. Che è difficile, e non si può affrontare restando ancorati a slogan , “persecutori” o “buonisti”, tanto perentori quanto vuoti di significato. Resta il fatto che la sicurezza, ad ogni livello, non è un optional, ma un diritto fondamentale. E il pieno rispetto della legalità è il primo requisito di una autentica democrazia.

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