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Novembre-Dicembre/2007 - Editoriale
Televisione, sarebbe opportuno cambiare strada
di Paolo Pozzesi

E ora, dopo Calciopoli e Vallettopoli, per concludere l’anno in bellezza, è spuntato un nuovo scandalo, o comunque un “affare” che ha fatto scendere in campo Authority per le comunicazioni, Ordine dei giornalisti, magistratura. Per appurare se, durante gli anni del governo di centrodestra, vi sia stato un patto Rai-Mediaset per condizionare l’informazione politica. Come risulterebbe da una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate nel corso dell’inchiesta sul fallimento, nel marzo 2004, della Hdc, la società fondata da Luigi Crespi, maestro dei sondaggi, di grande reputazione televisiva negli anni passati. Conclusa l’inchiesta, le intercettazioni sono state rese (legittimamente) pubbliche, e di lì è nato lo scandalo, o come vogliamo chiamarlo.
La lettura di queste intercettazioni fa apparire una sorta di “gioco di squadra” tra alcuni dirigenti e giornalisti che invece appartenevano a due squadre antagoniste. Questo, per quanto riguarda la Rai, alle spalle del Consiglio di Amministrazione, della Commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico radiotelevisivo. E, nell’insieme, alla faccia della pluralità dell’informazione.
Ovviamente, la cosa riguarda essenzialmente la Rai, dato che Mediaset è un’azienda privata, e fa quello che decide la proprietà. (Certo, rimane sempre irrisolto quel piccolo problema del “conflitto di interessi”, che a volte sembra essere come la mitica Araba Fenice, “che ci sia ognun lo sa, ma dov’è nessun lo dice”). E poi, questo clandestino asse televisivo appare essere stato piuttosto a senso unico, vale a dire che erano i “volenterosi” (per usare un termine blando) della Rai ad adeguarsi alle esigenze politiche di Mediaset. Con il risultato di una ripetuta manipolazione mediatica, spesso anche maldestramente eseguita, della quale beninteso i telespettatori non erano in grado di rendersi conto.

Tra gli episodi venuti alla luce attraverso le intercettazioni, colpiscono quelli della morte di Giovanni Paolo II e delle ultime elezioni regionali: siamo ai primi giorni dell’aprile 2005, e i sodali delle due sponde televisive (in particolare la responsabile del palinsesto Rai) discutono su come dosare le notizie sulle ultime ore del Papa, e, due giorni dopo, sul “rallentamento” nel comunicare i dati elettorali, nettamente sfavorevoli al centrodestra.
Ad essere sinceri, più che un vero e proprio complotto, si configurano manifestazioni di forte carenza etica e professionale, forse in parte dettati da un’atavica “cupidigia di servilismo”, i cui eventuali risvolti sanzionabili saranno valutati da chi ne ha la funzione. “Bisognerà aspettare che le responsabilità personali siano accertate – ha detto Claudio Cappon, attuale direttore generale della Rai, che ha attivato un’indagine interna all’azienda pubblica –. Allora agiremo con fermezza, come abbiamo fatto con Calciopoli e con Vallettopoli”.
Si vorrebbe sperare che l’ultimo scandalo della tv serva almeno a dare una spinta verso la tanto attesa riforma. E’ ormai un anno che in Commissione parlamentare si discute il disegno di legge elaborato dal ministro Gentiloni, che punta al riassetto delle rete televisive pubbliche e private, con un tetto alla raccolta pubblicitaria, e il trasferimento di un canale Rai e uno Mediaset sul digitale.
I rappresentanti di FI lo definiscono una manovra per “colpire” Berlusconi, e anche gli altri partiti del centrodestra puntano i piedi. Comunque sia, lo stallo deve e può essere superato, al di fuori di contingenti interessi di parte. E’ necessario e urgente che tutti gli aspetti della riforma siano chiariti sino in fondo, ed esposti punto per punto ai cittadini, perché indubbiamente una seria riforma ci vuole, per superare un duopolio ambiguo che ha dato sempre pessimi risultati. Altrimenti… altrimenti non occorre avere doti profetiche per sapere che cosa accadrà: vale a dire che, ancora una volta, non accadrà nulla.

E’ un fatto risaputo, in Italia chi controlla le televisioni ha il potere di dirigere in larga misura l’opinione pubblica. Non si tratta di un dato che ci è di molto conforto, ma è così. Stando a un’inchiesta della Fieg (l’associazione degli editori) più della metà degli italiani ha la tv come unica fonte di informazione, e nei periodi di campagna elettorale la quota sale al settantasette per cento. In Europa siamo il popolo più teledipendente.
In un’intervista pubblicata nello scorso numero di ottobre di Polizia e Democrazia, Sandro Curzi, giornalista e consigliere Rai, rispondendo a una domanda su quanto la televisione, pubblica e privata, possa essere considerata uno specchio della realtà italiana, diceva: “No, non mi sento proprio di dire che quello che vediamo in televisione oggi rappresenta la società italiana. Credo che - rispetto alle cose positive e alla spazzatura che vediamo in tv – nella società italiana vi siano molto di più delle prime (anche se soffocate e scoraggiate dal sistema mediatico, e molto di meno della seconda. Diciamo che, così com’è, la tv è l’elemento costitutivo del sistema mediatico, e complessivamente di quella che oggi si chiama ‘casta’ (che non è solo politica). E la casta, no, non è effettivamente rappresentativa della società italiana, con i suoi difetti e i suoi bassi istinti, ma anche con le sue virtù, i suoi slanci, la sua generosità e la sua cultura sociale”. Certo, attorno al piccolo schermo sono nati negli ultimi decenni insieme a positivi fenomeni innovativi sul piano professionale (artistico, culturale, sociale), anche, o soprattutto (sono parole di Curzi), “interessi ormai colossali, sono maturati sono maturati forti meccanismi di consapevole ed efficace manipolazione della realtà, dell’audience, dei consumi e del consenso democratico”.
E’ davvero utopico pensare che questa situazione possa essere modificata? Eppure, se questo mirabile e petulante elettrodomestico deve avere tanta parte nella nostra esistenza quotidiana, sarebbe il caso di poterne controllare meglio i comportamenti.

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