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Novembre-Dicembre/2007 - La 'nera' al microscopio
L'opinione dell'avv. Nino Marazzita
Quando si cercava il “delitto d’autore”
di Intervista a cura di Ettore Gerardi

Per il delitto di Lavorini a Viareggio, le indagini
seguirono un metodo empirico e finirono
per creare gravi ripercussioni
nell’ambiente locale. Le responsabilità,
allora, di certi cronisti intraprendenti

Nel caso di Ermanno Lavorini, ad un certo punto delle indagini, si volle trovare il filone omosessuale (poi rivelatosi del tutto inconsistente). Perché a suo giudizio, qualche volta si preferisce intorbidare le acque con storie parallele quando si tratta di indagini complesse? Colpa di cronisti intraprendenti?

Questo non era tanto un fatto patologico nelle indagini di allora, non dimentichiamo che parliamo del 1969; allora l’investigazione di Polizia era molto semplice, apparentemente, solo che poi non portava i frutti necessari. Si scandagliava l’ambiente delinquentesco. Quando si esauriva questo filone si passava al filone dei deboli, delle persone meno protette che erano gli omosessuali. Allora si parlava di persone malate; quindi esaurito il filone criminale che deriva da una impostazione dell’indagine pre Repubblica di Waimar, in cui non si doveva cercare necessariamente l’autore del delitto ma si doveva trovare un autore. Questo modo di investigare si chiama il “delitto d’autore”, perché non si cercava la prova, ma si cercava la personalità adatta per addebitargli un delitto.
Non a caso accadeva prima della Repubblica di Waimar, quando tutto si comincia a sfasciare, giacché prima delle dittature la prima cosa che si sfascia è lo stato di diritto.
Tu sai che io mi sono occupato del caso Pacciani. In realtà Pacciani fu scelto, dall’accusa, in base alla sua personalità; fu indiziato e poi condannato in primo grado all’ergastolo in quanto autore del delitto con opportune prove. In realtà non c’era niente. La procura di Firenze lo identificò attraverso i suoi precedenti penali; il primo screening che venne fatto per arrivare a Pacciani fu quello di vedere se era libero e non era stato arrestato nei momenti in cui avvenivano i delitti. Superato questo primo screening si osservò che Pacciani era sempre libero durante i fatti e questo fu l’elemento fondamentale. Peraltro, il cosiddetto “delitto d’autore”, nel caso di Pacciani non c’entrava niente. Lui aveva ucciso, quando era giovanissimo una persona, credo avesse venti anni. Faceva l’amore con una giovane contadinella, minorenne, questa ragazza tradì Pacciani con un contadino, lui passò per caso e la scoprì. La ragazza fu furbissima, e cominciò ad urlare, dicendo: “Pietro, Pietro, mi sta violentando!” E lui lo ha accoltellato. Questo, però, non ha niente a che fare con il delitto di un serial killer. Pacciani aveva violentato le figlie, ma anche questo non aveva attinenzare con i delitti del cosiddetto mostro di Firenze.
Ora nel caso Lavorini le indagini si basavano sul “delitto d’autore”: prima si deve vedere chi ha personalità tale da poter giustificare il delitto, per questo si cercò nel mondo della criminalità, che in genere, a quei tempi a Viareggio era criminalità molto spicciola, e poi si passò, come si usa dire, nello squallido mondo degli omosessuali. All’epoca erano delitti che creavano un allarme sociale incredibile; oggi siamo, purtroppo, abituati a sentire quotidianamente di omicidi. Addirittura, non riusciamo a memorizzare quelli che accadono in un mese.
Allora il fatto destò un certo allarme sociale e naturalmente da Roma mandarono gli specialisti. Non è che gli specialisti avessero gli strumenti investigativi che ci sono oggi. Parlo del Dna ed altro, dell’uso di determinate sostanze, del luminol, tutte cose che vanno benissimo per la ricerca di un omicida, di un criminale efferato, di un serial killer. Però queste tecniche devono essere sempre accompagnate da una strategia investigativa che qualcuno deve coordinare. Oggi manca il coordinatore vero. Teoricamente il coordinatore è il magistrato, è la Procura della Repubblica. Conosco magistrati abilissimi, bravissimi, che sanno tutto sul diritto romano, sul Diritto internazionale, sulle rogatorie, ma non sanno, quando c’è un cadavere, che cosa si deve fare. Poi arrivano i Ris che però devono servire al riscontro di una tesi accusatoria che abbia una sua consistenza sotto l’aspetto indiziario. Oggi, purtroppo si parte da una tesi investigativa che non ha nessuna consistenza. Se è una ragazza a morire, si pensa al fidanzato; se è un marito si pensa alla moglie, e così via. I Ris possono fare poco, poiché da una macchia di sangue non si può risalire alla ricostruzione di un fatto. Il fatto deve essere ricostruito attraverso attività investigative che sono spesso basate sull’intuito. Noi rimpiangiamo il vecchio maresciallo di Pubblica Sicurezza, il vecchio maresciallo dei Carabinieri. Loro avevano l’intuito, avevano l’istinto. Allora tutto era più facile, perché effettivamente gli omicidi avvenivano perché avevano una loro logica. Se si trattava di una rapina, si conoscevano i rapinatori che “battevano” quella zona; se era un fatto di violenza estrema si sapeva chi era violento nel quartiere. Oggi tutti questi parametri sono saltati. Quindi l’attività investigativa è oggi diretta da persone che non sempre sono all’altezza e paradossalmente i sistemi molto sofisticati che abbiamo oggi rispetto agli anni ’60, mi riferisco, appunto, al caso Lavorini, non servono a niente. Quelli, come ho detto, devono essere il riscontro, non possono essere la traccia investigativa di partenza.
Per fortuna, adesso si è cominciato a cambiare sistema e quando c’è un cadavere a terra bisogna sterilizzare il luogo del delitto che deve diventare come una sala operatoria. Una volta ci passavano sopra, ci mettevano delle borse, si confondevano impronte di scarpe, di mani.
Torniamo al caso Lavorini: mi chiedi se è colpa di cronisti intraprendenti. Certamente la stampa deve scrivere; in un caso come quello doveva scrivere, perché il caso sconvolse il Paese.
Magari non c’è niente da scrivere. All’inizio le indagini non approdano a nulla. Allora ci sono gli zingari o i romeni. In quel caso erano gli omosessuali. Non voglio dire con questo che i romeni e gli zingari sono immuni, oggi, da colpe, ma non possono essere pregiudizialmente tutti degli autori di omicidi o di rapine efferate.
Ci sono stati due innocenti, nel caso Lavorini. Uno era Meciani, l’altro Zacconi. Meciani secondo me era una persona estranea al delitto, mi sono rivisto quelle carte perché ne ho scritto per la rivista L’Eloquenza quando la dirigevo e mi ricordo che mi toccò molto questa morte; quando c’è un suicidio in carcere tutti pensano che si sia suicidato il colpevole per il rimorso. In realtà i casi di rimorso, o i casi di suicidio per rimorso, sono l’1%. Tutti coloro che si suicidano è perché non reggono una carcerazione indebita, non dovuta perché sono innocenti.
Una cosa è andare in carcere per un reato finanziario, ma quando si è accusati ingiustamente di un reato come quello, che oggi corrisponderebbe ad un reato di pedofilia, anche se resti per dieci giorni nell’inchiesta e poi esci, sei rovinato a vita. Per cui è comprensibile il suicidio di un innocente che si ritrova in carcere, dopo venti giorni di indagine, per un caso di pedofilia. In quel caso era una questione che sicuramente travolse Meciani.
Zacconi, invece, morì di crepacuore. Il problema è che su quel delitto non si è mai arrivati alla verità. Questo è uno dei delitti dove una verità storica non è stata ricostruita con certezza e di conseguenza la sentenza di primo grado, di secondo grado e la Cassazione che l’ha confermata, sono sentenze che non corrispondono a criteri di giustizia e di verità.

Professionalmente sei stato testimone di casi del genere, cioè di innocenti disperati che non hanno avuto la forza di reagire?

Io ricordo che all’inizio della mia professione, un insegnante di liceo che era una persona intemerata fu accusato da una famiglia di un alunno, che era un “asino”, di aver preso dei soldi. Fu uno dei miei primi processi, il mio tutor era Giuseppe Sotgiu; questo professore in primo grado fu condannato. Non resse tra il primo grado ed il secondo grado e venne, alla vigilia del processo d’appello, nello studio di Sotgiu: era un uomo totalmente disperato, io lo ricevetti, ma lo vidi talmente alterato che dissi a Sotgiu di parlarci. Era una persona che non ragionava più. Per fartela breve, lo studio era al quarto piano e lui si buttò dalla tromba delle scale. Successivamente la famiglia dell’alunno, presa dal rimorso, disse che aveva fatto quella denuncia per vendetta perché era un professore duro, cattivo, che aveva bocciato il figlio diverse volte e aveva anche rimbrottato i genitori. In realtà il rimbrotto ai genitori era consistito in un invito ad aiutarlo a far sì che questo ragazzo studiasse nel modo giusto.
Ricordo, ancora, di un signore che si chiamava Marsilio, che stava in carcere per un piccolo reato e dava chiarissimi segni di volontà suicida. Io dissi ad un pubblico ministero, che oggi ha un ruolo importante, di stare attento, in quanto come suo avvocato, sentivo tanta disperazione in questa persona. Siccome era recidivo ed aveva commesso altre volte quel reato, la Polizia gli aveva affibbiato un altro fatto. Quella carcerazione ingiusta rispetto ad altre carcerazioni giuste che aveva subito, lo portò al suicidio.
Nel processo penale c’è una forma di deformazione che colpisce sempre l’imputato, soprattutto se l’imputato è innocente.
Quindici anni fa difendevo uno uomo di grande qualità intellettuale, era un libero docente che aveva un ruolo all’interno del manicomio. Lui era stato accusato di sequestro di persona, perché aveva temporaneamente fermato due malati di mente che si stavano accapigliando in modo molto violento ed essendo solo e disponendo di un solo infermiere, peraltro non molto forte, li avevano entrambi legati ad un termosifone; li avevano divisi ed ammanettati al termosifone. Immediatamente dopo aver chiamato gli aiuti la cosa si era normalizzata. Questo professore fu imputato di omissione in atti d’ufficio. Lui ebbe diversi incontri con me, io lo tranquillizzavo, infatti il processo ebbe la fine che meritava e fu assolto per non aver commesso il fatto. Ma la cosa che mi colpì è che questo professore, ripeto di grande caratura intellettuale, morale, umana, una sera mi domandò: ma lei crede che io sia sostanzialmente colpevole? Il processo penale lo aveva deformato in un modo tale che lui si chiedeva se era colpevole. Davanti ad una accusa così banale, così inopinata, un imputato di grande altezza morale, professionale si domanda: ma io sono colpevole? Questo testimonia come il processo penale riesce a deformare una mente, una psiche.
Nel processo penale l’indagine è dovuta, soprattutto davanti ai casi drammatici che creano allarme sociale; però l’indagine deve essere discreta, ed oggi, invece, manca la discrezione. Il giorno dopo sappiano chi è l’assassino per i giornali, magari filtra attraverso la Procura della Repubblica e poi magari questa persona non c’entra niente. Viene arrestato, esce dopo dieci giorni. Oggi c’è grande approssimazione nel fare le inchieste e tutto questo non ci rende tranquilli come cittadini.
Ormai, in Italia, si parla sempre più spesso della certezza della pena. Sicuramente le certezze devono essere date nella misura giusta, quando c’è la prova assoluta, la prova al di là di ogni ragionevole dubbio, come dicono gli americani e la pena deve essere scontata, compatibilmente con il dettato costituzionale che vuole la pena a carattere rieducativo. Ma il vero problema è che in questo Paese ormai comincia a mancare la certezza della prova, cioè si va in carcere, si viene condannati senza prove. Non generalizzo perché per fortuna non è sempre così. Non è sempre così perché noi abbiamo una media di magistrati, soprattutto quelli di Corte d’Appello e di Cassazione, che hanno grandi capacità intuitive, ripeto sottolineo intuitive, per cui quando c’è un errore giudiziario spesso lo fermano. Purtroppo questo non capita sempre.
Io stesso, in questi ultimi quindici anni di professione, credo di aver fatto otto, nove revisioni processuali. Questo significa che il processo penale non funziona.

Ieri a Viareggio, oggi un po’ in tutta Italia, i minori spesso sono autori di delitti, anche efferati. Si parla di “disagio giovanile”. Un disagio, quindi, che non è frutto solo dei nostri tempi …

Oggi c’è un aumento di reati commessi da minori. Una volta i ragazzi andavano a scuola, facevano qualcosa che non dovevano fare secondo la disciplina scolastica e venivano additati come le pecore nere. Oggi in una società post-industriale, dove i genitori sono assenti, la scuola va avanti in un modo estremamente distratto, non forma i ragazzi, è un misto tra un albergo, un luogo dove si può sostare a lungo se si vuole, altrimenti si può uscire. Non ci sono figure carismatiche di professori. Un volta l’insegnante delle elementari e quello dell’università erano figure carismatiche, figure che qualche volta sostituivano quella paterna. Oggi la scuola non è formativa, non sviluppa le attitudini di ogni ragazzo. Io personalmente, mi sento molto vicino al mondo giovanile, che mostra elementi di grande qualità.
Sono stato da poco in Piemonte, per il Premio letterario Grinzane Cavour, uno dei più prestigiosi; ho parlato davanti a centinaia di ragazzi, tutti attenti, tutti desiderosi di capire, con uno sguardo intelligente, con grandi tensioni civili. Disapprovavano la politica, ma ne volevano una nuova, la chiedevano ad alta voce. Oggi sono questi ragazzi che probabilmente saranno la classe dirigente di domani.
Ma ci sono ragazzi, i più deboli, che soccombono, quelli che cedono al delitto facile hanno una incapacità a reagire. Questi nessuno li aiuta. Non li aiuta la famiglia, non li aiuta la scuola che hanno le responsabilità principali; la società li respinge, non gli da la casa, non gli da la possibilità di sposarsi, sostanzialmente gli leva ogni possibilità di scelta individuale. A dei ragazzi che non hanno libertà di scelta individuale, si richiede poi una responsabilità individuale che è spropositata rispetto a quello che non hanno. Non voglio fare lo psicologo d’accatto, ma certo la realtà mi sembra questa. C’è un disagio nei minori che è un disagio totale, assoluto. Allora, quelli che hanno protezione famigliare, economica, possono camminare. Siccome anche questi vivono in una società che è sfilacciata, anche questi recepiscono dalla società valori che non sono valori, ma sono impulsi criminali.

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