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Gennaio/2008 - La 'nera' al microscopio
L'opinione dell'avv. Nino Marazzita
Non aveva “conoscenza” del male
di Intervista a cura di Ettore Gerardi

Il pastore macedone era incapace
di distinguere il bene dal male. I suoi delitti
originano da una concupiscenza
esasperata e repressa da anni


Dalla descrizione che tu fai nel libro “L’avocato dei diavoli”, si deduce che il pastore macedone non aveva alcuna coscienza del male. E’ così?
Questo della coscienza del male è un problema complicatissimo, perché ci sono le cosiddette leggi naturali. La legge naturale dovrebbe essere quella che ti fa distinguere il bene dal male, nelle linee grandi, essenziali. Quindi uccidere, stuprare una volta, due volte ed una terza volta (sepppure mancata), come nel caso del pastore macedone, significa non ubbidire a delle regole naturali, alle regole della coscienza in fieri. In questo senso, comunque, dobbiamo tenere presente che c’è una responsabilità. Se il pastore macedone fosse stato imputato, lo dico paradossalmente, di una violazione fiscale, è evidente che lui non poteva avere la consapevolezza dell’obbligo civile, dell’etica, della morale. Quelle sono le sfumature che solo una coscienza ben costruita può captare, cogliere e quindi, quando viola quelle norme, deve essere punito.
In questo caso, lui ha violato delle norme fondamentali, come quella di “non uccidere”. Avrei capito di più, e questo è un grande paradosso, se lui avesse ucciso per sopravvivenza, perché non aveva cibo, era denutrito, voleva derubare qualcuno che disponeva di cibo. Lui ha ucciso per un altro istinto che però non è un istinto fondamentale: quello della concupiscenza esasperata, in questo caso, perché repressa da anni, anche quella è un istinto naturale. Lui vuole sfogare l’istinto naturale e nello stesso tempo uccidere, quindi vive una incapacità di controllo. Direi che in lui c’è una minore consapevolezza della distinzione tra il bene e il male, ma soprattutto c’è una incapacità di controllo dei propri istinti primordiali.
Quando assunsi la sua difesa, nel primo incontro cercai, come sempre, di capire un po’ la psiche; non mi interessa la ricostruzione del fatto, quella è successiva, quando si entra nei particolari prima di iniziare il processo; io cercavo di capire soprattutto quello che lui mi voleva dire. Insisteva nel dirmi che lui la terza ragazza non l’aveva violentata, che era pacifico. Questo fatto che aveva tentato di violentarla e poi aveva tentato di ucciderla e non c’era riuscito, per lui era un argomento di difesa fondamentale. Due sì, la terza no. Cioè lui in una mente sicuramente embrionale proponeva questo argomento come un fiore all’occhiello. Diceva di non averlo fatto la terza volta, e questo era un dato di merito.

Tu sostieni che nel carcere Alivebi Hasani, anziché abbrutirsi, trovò una sorta di isola felice. Puoi spiegarci perché?
Credo, tanto per fare un esempio, che lui non avesse le cognizioni dell’igiene personale. Credo che tutto questo lo abbia imparato all’interno di un carcere, dove, ad esempio, se dovesse capitare ad una persona normale, come noi, sarebbe un disastro per la mancanza di igiene, la difficoltà di mantenere un igiene decente. Per lui invece, è stato una scuola di igiene, credo abbia scoperto di avere acqua a volontà, la doccia, il sapone, gli asciugamani, e così via. Per esempio il farsi la barba. Un’altra cosa che mi ha colpito è l’età. Quando l’ho visto pensavo che avesse addirittura quarant’anni, poi quando vidi l’atto di nascita rimasi meravigliato. Era, la sua, una vita vissuta come un animale, in un modo totalmente abbrutito anche attraverso il male, male profondo, terribile. Se pensiamo a tutto il male, la violenza che hanno subito le tre famiglie, allora c’è da riflettere molto.
Io racconto nel mio libro “L’avvocato dei diavoli”, un episodio. Portai un testimone, un cacciatore, ha raccontato che si è fermato per chiedergli un punto della Maiella, un determinato posto. Lui glielo voleva dire, lo sapeva benissimo, ma non riuscì ad articolare un discorso. Pensa che lui non aveva parlato mai, sostanzialmente. Quando era alle dipendenze e faceva il pastore lui non parlava da mesi. L’unica comunicazione era con gli animali. Con gli animali, lui mi raccontava, aveva una comunicazione perfetta.
Il fatto terribile che ha compiuto, stupri ed omicidi, gli ha fatto risalire il gradino verso la civiltà. Questo è il terribile paradosso.

Perché mai la perizia della difesa non servì a convincere i giudici che accolsero invece quella d’ufficio?
In realtà, in questi casi, c’è sempre una scarsezza di civiltà da parte di tutto il mondo giudiziario che poi è una fetta di mondo che rappresenta l’intero mondo. Non solo in Italia, ma in molti Paesi anche avanzati, si ritiene che la perizia psichiatrica sia un modo per sfuggire alle responsabilità. Qualche volta questo è vero. Oggi tutto questo è diverso. E’ difficilissimo simulare una malattia mentale. Quando però c’è, questa va riconosciuta. Mentre c’è ancora una cultura per la quale la perizia psichiatrica elimina la punizione di un criminale. Questo non è vero.
D’altra parte c’è un principio fondamentale che il sano di mente deve essere responsabile, perché il principio della responsabilità è un principio fondamentale. Chi viola determinati codici deve essere punito, ma secondo la Costituzione e secondo la cultura più avanzata deve essere punito con una pena che sia in parte affittiva ed in parte educativa.
Questo è difficile farlo capire, soprattutto in un momento come questo, in cui la gente è spaventata e la politica contribuisce a spaventarla ancora di più: la paura fa perdere un po’ la ragione. Ognuno si chiude nel suo piccolo mondo, ha paura di tutto e vorrebbe che tutti quelli che commettono un reato, genericamente, venissero eliminati.
Noi abbiamo parlato spesso della certezza della pena. Un Paese si deve dare delle regole che rispettino, nelle pene, l’afflittività e la rieducazione, insomma la pena deve essere scontata fino in fondo. Però quando la pena la sconta un innocente il discorso cambia…
Io dico sempre che il problema è la certezza della prova che un imputato venga messo in carcere in via definitiva. Il male di questo nostro Paese è la lentezza del processo. Una lungaggine intollerabile dei processi.
Torniamo al nostro pastore macedone: la perizia che avevo richiesto tendeva a togliermi un dubbio. La consapevolezza del male nell’imputato, anche nelle sue forme ancestrali, nelle sue forme del diritto naturale, del diritto alla vita. Il dubbio c’era e ti debbo dire che ancora permane, perché non dobbiamo dimenticare che se c’è una follia totale, c’è anche una semi follia, quindi si può essere anche al limite della consapevolezza del male che si arreca. Però i giudici furono duri e il perito d’ufficio, in questi casi, è quello che conta. Perché il perito non fa altro che recepire prima le istanze della società che vuole il carcere della persona, non lo vuole in manicomio. Questo è un fatto incivile, perché se uno è malato deve andare in manicomio non deve andare in un carcere.
C’è una ansia e un desiderio della collettività che viene recepita dai magistrati e che viene a sua volta recepita dai periti, i quali, certo non vogliono dare torto ai magistrati e alla collettività. Io ho cercato di rompere questo meccanismo in uno dei casi più gravi che siano capitati, che era il caso di Donato Bilancia che abbiamo trattato in una intervista apparsa nel numero di febbraio-marzo 2007.

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