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Febbraio-Marzo/2008 - L'angolo del 'giallo'
Dimenticare la “Uno bianca”?
di Simona Mammano

In un libro di Antonella Beccaria,
vengono ricostruite le terribili giornate
di questa vicenda. Altre storie
in Romagna ancora coperte dal mistero


La tendenza di fronte a fatti di rilievo, anche profondamente negativi e sconcertanti, è quella dell’oblio collettivo.
Dal 1987 al 1994, tra Bologna, la Romagna e Pesaro, ha colpito una banda di rapinatori e assassini, che, con le loro 103 azioni criminali, hanno ammazzato 24 persone e ferite 102. Ma chi erano questi assassini? Cinque poliziotti e un carrozziere, fratello di due dei poliziotti, Roberto e Alberto Savi.
Uno bianca e trame nere (ed. Stampa Alternativa, 2007, euro 10.00) di Antonella Beccaria ricostruisce questa terribile storia, che deve essere considerata come una parte nera della storia d’Italia.
Perché queste persone sono riuscite a seminare il terrore per sette anni, senza che magistrati e investigatori riuscissero a dare un nome ai loro componenti? Negli ultimi anni, per contraddistinguersi, agivano sempre con una Fiat Uno bianca, o di colore chiaro.
Erano aumentati i controlli di Polizia e per la criminalità organizzata devono essere stati anni difficili, avranno dovuto moltiplicare le attenzioni per continuare a gestire i loro traffici illeciti. Eppure nemmeno loro sapevano nulla di questa banda che colpiva.
All’improvviso, nel novembre 1994, i Savi e i loro complici sono arrestati, ma pur conclusi tutti i gradi di giudizio non si riesce a capire quale sia il filo investigativo che ha portato a scoprirli.
Chi legge il libro di Beccaria scopre che in quegli anni, sempre in Romagna, sono accaduti episodi ancora coperti dal mistero, che hanno coinvolto i Carabinieri, come l’eccidio di Bagnara di Romagna, in provincia di Ravenna. E’ il 16 novembre 1988. Alle 12.20 si sentono colpi di arma da fuoco provenire dalla caserma dei Carabinieri. Alcuni di questi colpi escono dalla finestra dell’ufficio del comandante e colpiscono l’auto del postino. La scena che si presenta ai soccorritori è del comandante della stazione e altri quattro carabinieri uccisi. Sono stati sparati tutti i colpi delle pistole di ordinanza e di tre M12, per un totale di 111 colpi esplosi. Si parla di “raptus” e “dramma della follia”. Per una questione di corna, uno dei carabinieri avrebbe ucciso quattro colleghi, per poi suicidarsi. Tre giorni dopo, il 19 novembre, si insedia il nuovo comandante e il nuovo personale. Le pareti delle stanze sono state ridipinte e l’inchiesta è chiusa.
Cosa accomuna la strage di Bagnara di Romagna con la banda dei fratelli Savi? Nulla, se non la mancanza di motivazioni. I Savi diranno al processo che il loro scopo era quello di portare via denaro. Ma non si spiega perché molti colpi non vadano a segno. In sette anni portano via solo due miliardi, una cifra irrisoria per chi agisce per denaro, inoltre uccidono con freddezza e senza motivo, usando armi regolarmente in loro possesso, di cui raccoglievano i bossoli sparati.
Uccidono anche, sparando una quantità enorme di colpi, cinque carabinieri in due episodi distinti. Una terza pattuglia riesce a fuggire e i tre sopravvissuti raccontano come una Uno bianca si sia affiancata alla loro auto in marcia sulla statale Adriatica e abbiano iniziato a sparare senza alcun motivo. Li salva la prontezza del carabiniere che è alla guida della pattuglia.
Ma ci saranno anche depistaggi, i più sconvolgenti saranno quelli commessi da un brigadiere dei carabinieri, in servizio al Nucleo Operativo dei Carabinieri di Bologna. La stessa città in cui erano in servizio quattro dei cinque poliziotti della banda. Si è parlato di incompetenza nel condurre le indagini, lotte tra la Procura bolognese e quella di Rimini. Tutto ha contribuito ad aiutare degli assassini a colpire per sette anni.
Leggendo questo libro e seguendo la ricostruzione storica e giudiziaria apprendiamo che i colpevoli di quei sette anni di terrore sono tutti stati condannati. Ma chi ha iniziato, alla vigilia del processo bolognese del 1996, quando gli imputati erano tutti in carcere, a minacciare sistematicamente tutti i testimoni, nonostante le precauzioni assunte dalla Procura per mantenere il loro anonimato?
Uno bianca e trame nere non ci dà delle risposte, ci obbliga però a un passo necessario, che ogni persona che vive in questa nazione dovrebbe fare. Ci costringe a porci delle domande, cosa che non sembra faccia più nessuno, quasi fosse più semplice lasciarsi andare alla rassegnazione di vivere in un Paese dove i misteri non trovano una soluzione.
Antonella Beccaria è una giornalista che non si rassegna, per questo svolge le sue inchieste che poi ci racconta nei suoi libri e approfondisce nel suo blog: antonella.beccaria.org

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