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Maggio-Giugno/2008 - Editoriale
Alla ricerca (continua) della sicurezza perfetta
di Paolo Pozzesi

Il Capo della Polizia, Antonio Manganelli, l’ha detto con encomiabile chiarezza esponendo, il 29 maggio scorso, la situazione della sicurezza nel nostro Paese davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato: “Per innalzare il livello di sicurezza occorre procedere a un adeguato finanziamento per le Forze di polizia”. Manganelli ha portato un esempio che da tempo viene considerato tra le priorità in tema di sicurezza, l’espulsione degli immigrati clandestini: “Dal primo gennaio 2008 ad oggi sono stati fermati 10.500 immigrati clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione, ma solo 2.400 hanno trovato posto negli ex Cpt: è un dato inquietante perché significa che oltre 8.000 clandestini sono stati “perdonati” sul campo, essendosi visto consegnare un foglietto su cui è scritto ‘devi andare via’ che equivale a niente”.
Sempre a proposito di immigrazione, il Capo della Polizia ha riferito dati significativi: “I reati commessi da stranieri irregolari sono il 30 per cento, ma al nord-est si toccano picchi del 60, 70 per cento. In quelle regioni ogni 10 persone che arrestiamo 6 o 7 sono immigrati clandestini, e quindi si raggiungono livelli di vero allarme”. E ha aggiunto: “Noi Forze dell’ordine diciamo che l’immigrazione clandestina va contrastata con rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo”. Le strade indicate sono due, parallele: quella politica, che consiste nello “stipulare accordi bilaterali con i Paesi da cui provengono gli stranieri irregolari”, e quella operativa, fornire cioé alle Forze dell’ordine i mezzi adeguati per il compito che viene loro richiesto.
E resta ancora il punto dolente, di continuo dibattuto, della “certezza della pena”, una garanzia che in realtà sembra essere piuttosto aleatoria. Si è creata “una situazione di indulto quotidiano - ha detto Manganelli - in cui tutti parlano e nessuno ha fatto nulla negli ultimi dieci anni. Quando arrestiamo qualcuno per uno dei reati di cosiddetta criminalità diffusa scopriamo che nel semestre precedente era stato già arrestato tre o quattro volte per lo stesso tipo di reato”. Una situazione che “vanifica gli sforzi di Polizia e magistratura”.

Sappiamo tutti che la “percezione di insicurezza” da parte dei cittadini è stato un fattore determinante delle ultime elezioni politiche, e - dove si sono svolte - locali, in particolare a Roma. Ma ormai le elezioni sono alle spalle, e il problema della sicurezza rimane. E il secondo problema è come affrontarlo. Dobbiamo considerare positivo che il Capo della Polizia abbia esposto chiaramente, e anche crudamente, lo stato delle cose in una sede parlamentare, perché l’esperienza insegna che le promesse programmatiche fanno presto a scivolare indietro nella graduatoria delle priorità. A destra, al centro e a sinistra, per intenderci. Detto questo, è il caso di valutare attentamente il livello dell’allarme diffuso in una società che già vive in condizioni di notevole disagio.
Certo, la carenza di sicurezza non è determinata solo dalla presenza dei clandestini. Non è che gli italiani hanno cessato di delinquere per lasciare cortesemente il posto agli ospiti stranieri. Ma la “percezione” diviene logicamente più acuta quando all’usuale “criminalità diffusa”autoctona si aggiunge quella venuta da fuori, che spesso assume caratteri di inafferrabilità proprio perché gli autori dei delitti sono individui dall’identità non definita. Difficili da controllare, e persino da punire se vengono arrestati. E allora questa “percezione” genera un senso di impotenza, di paura, e infine di rabbia, che quando esplode dà sempre pessimi risultati. E si invocano soluzioni sbrigative che non hanno nemmeno il pregio della fattibilità. Però, rispondere con ineccepibili appelli alla “solidarietà” e alla “carità” significa solo volersi mettere in pace con la propria coscienza, lasciando che gli altri se la sbrighino come possono.

“La drammatizzazione estrema di oggi è a causa dei ritardi di uno Stato inesistente. I cittadini hanno percepito una situazione di abbandono, di non protezione rispetto alle esigenze elementari. Questa la realtà. Uno Stato che non c’è. Una diffusione della violenza a livelli mai visti, una sensazione di impotenza del cittadino normale in un clima di frustrazione delle Forze dell’ordine per un’inadeguatezza di mezzi rispetto agli obiettivi”: lo ha detto in un’intervista Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, del Partito Democratico. E ha aggiunto: “Partiamo dalla realtà e smettiamo di fare i poeti. La maggioranza dei rom delinque. Come vivono? La mia verifica sul territorio dice che rubano auto, rubano nelle auto, rubano negli appartamenti, rubano anche i tombini nelle strade periferiche. Oltre, ovviamente, ai reati più gravi, dalle aggressioni ai tentativi di rapimento. Questi criminali vanno espulsi dall’Italia. I rom che vogliono vivere onestamente devono entrare nei percorsi di inserimento sociale e scolastico dei propri figli, con il massimo di attenzione da parte dello Stato per favorirne l’acquisizione di moduli di vita civile”. Anche questo ci sembra un discorso chiaro, esplicito, privo di infingimenti di qualsiasi tipo: probabilmente il giudizio apparirà eccessivamente duro, sommario, colpevolista, ma edulcorare la realtà - beninteso con le migliori intenzioni - non fa bene a nessuno, alimenta il degrado ed esaspera il disagio rischiando di trasformarlo in rifiuto rancoroso. Solo una volta stabilito, per tutti, il rispetto della legalità si può parlare seriamente, concretamente - e non per slogan o omelie - di integrazione, di multiculturalismo, di solidarietà. E chi è veramente razzista e xenofobo si troverà etichettato come tale, senza l’alibi della protesta “popolare”.
Quanto al pacchetto sicurezza preparato dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, è molto difficile prevederne gli effetti immediati. A prima vista desta qualche perplessità la proposta (non sappiamo quanto condivisa dal Ministro) dei “pattuglioni”, che dovrebbero sostituire la non eccelsa esperienza del “poliziotto di quartiere”, costituiti ognuno da un agente di Polizia, un carabiniere, un vigile urbano, un finanziere, un militare dell’Esercito: per garantire la sicurezza ci sembra essenziale una distinzione dei ruoli e delle professionalità, ad evitare l’errore, sia pure involontario, delle operazioni di facciata, di inutili esibizioni che lasciano il tempo che trovano. Si vedrà. Ed è importante, per tutti noi, che la richiesta di sicurezza non degeneri in nevrosi: la situazione è senza dubbio difficile, ma sicuramente non siamo all’invasione dei barbari. Del resto Roberto Maroni, che è alla sua seconda esperienza al Viminale, ha precisato i postulati della sua linea: “Non ci saranno espulsioni di massa. La responsabilità penale è personale, e solo chi delinque, da qualsiasi Paese venga, viene punito”.

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