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Luglio/2008 - L'angolo del 'giallo'
Oro e politica imperiale
di Simona Mammano

Un paese “tranquillo” mentre
si prepara la guerra

Nasce un nuovo commissario nel romanzo italiano, Augusto Bendicò di Angelo Marenzana (Legami di morte, Dario Flaccovio 2008, e 13). Siamo ad Alessandria nel 1936, vengono uccise due donne nel giro di poco tempo. La Polizia politica vuole farle passare per incidenti, ma il commissario, con irritazione del questore, non è convinto. E indaga.
Il commissario Bendicò può essere paragonato al simenoniano commissario Soneri di Varesi, così anche i riferimenti alla società e alla politica del periodo di loro riferimento.
Bendicò è un solitario, non totalmente compreso, se non dai pochi che lui stesso apprezza. Gli piace scambiare opinioni con il medico legale, oppure dialoga con la moglie Betti, un dialogo che avviene solo nella sua mente, perché Betti è morta da poco per una malattia. E' la maniera che il commissario ha trovato per sentirla vicino e soffrire meno, quello che la moglie gli dice nella sua mente è esattamente quello che Betti avrebbe espresso. Lei era l'unica persona capace di contraddirlo.
Marenzana nel suo romanzo inserisce accenni alla politica imperiale fascista, dove si raccoglieva l'oro dei cittadini per riempire le casse dello Stato e pagare armi e munizioni per alimentare la guerra, oppure allude alla proibizione di scrivere nella cronaca dei giornali di morti ammazzati perché l'Italia, per merito di Mussolini, era un Paese tranquillo dove si viveva sereni. Per lo stesso motivo era stata vietata la pubblicazione dei romanzi gialli e, in quel periodo, sparirono i famosi Gialli Mondadori.
La scrittura di Marenzana è scorrevole, calda e avvinghia il lettore come la trama del romanzo.
Speriamo che, contrariamente a ciò che ha detto l'autore nell'intervista che segue, questo commissario ritorni.
_____________________________________________
“I veri protagonisti sono le vittime”

Parlaci del commissario Augusto Bendicò. Nella mia infanzia ho incontrato persone di diversa estrazione sociale nate a cavallo tra l’Otto e il Novecento e, naturalmente, vissute nel periodo che descrivo.
Queste persone, uomini e donne indifferentemente, avevano caratteristiche simili a quelle con cui ho cercato di tratteggiare il commissario Bendicò (e credo anche il suo “amico” medico legale, e la moglie Betti). Personalità con una cultura e un fare che oggi forse va scomparendo dietro modelli comportamentali molto diversi. Allora si usava dire gente con la schiena dritta. Nonostante vivessero in un epoca per nulla illuminante.
Così ho cercato di trattare il mio personaggio come un uomo coerente, più che integro. Ha coscienza dei suoi limiti, ha dei principi e cerca di applicarli pur nel rispetto del ruolo che riveste anche se in questo momento gli va un po’ stretto.
Da uomo coerente Bendicò non riesce ad accettare la morte misteriosa di due donne, una morte violenta, oscura, e nel romanzo lui seguirà un suo pensiero che lo accompagnerà fino alla fine.

Pensi di utilizzare questo personaggio in altri romanzi, comprendendo anche la figura della moglie?
Mai dire mai. Però non credo in un ritorno del commissario Bendicò. E questo è dovuto anche al fatto che Legami di morte non ha una struttura in sé che permette al personaggio di farsi rivedere in un prossimo romanzo.
Quando ho finito di scriverlo ho percepito forte la sensazione che in realtà i veri protagonisti della storia potessero essere le donne, le due vittime, e la moglie morta di malattia che si muove tra le pagine nei ricordi del commissario. Sono personaggi spero ben caratterizzati e mi pare che siano funzionali all’esistenza dello stesso Bendicò, prima di tutti la figura della moglie Betti che fa da contraltare alle riflessioni del marito e lo spinge ad andare avanti nella sua indagine

Perchè hai deciso di ambientare il romanzo nel 1936?
La ragione è nel mio personale interesse per quel periodo storico, che di solito definisco il trentennio, ovvero l’arco di tempo che abbraccia la fine della prima guerra mondiale fino al 1948.
Certamente la prima metà del secolo scorso ha portato con sé forti elementi anche controversi tra loro, culture diverse, idee, tensioni e mutamenti sociali. In più hanno per me il fascino di anni a noi ancora molto vicini ma allo stesso tempo con una logica di vita tanto diversa.
In mezzo all’evolvere della Storia, quella con la esse maiuscola, in quegli anni vibrava tutto un corollario di storie legate all’esistenza, spesso alla sopravvivenza quotidiana, una vita forse più popolana, di strada, dove tutti si conoscevano, più collettiva di quanto non lo sia oggi.
Questa condizione di semplicità, spesso ha trasformato figure altrettanto semplici, magari anonime, in personaggi veri e propri. Persone normali che diventavano protagoniste reali di grandi cambiamenti. Magari con un che di avventuroso, di movimentato alle spalle.
In Legami di morte entra in gioco la mia memoria, ovvero quella specie di contenitore di informazioni orali, quelle che non trovi in nessun libro, ma solo nelle chiacchiere ascoltate mentre mio padre e i suoi amici si incontravano, nelle storie che loro mi raccontavano, in vicende vissute da partigiani, o nelle strade del quartiere, nelle botteghe, nelle osterie o dal barbiere.
(Intervista a cura di Simona Mammano)

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