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Dicembre/2008 - Editoriale
Nell’interesse di tutti, tutta la verità
di Paolo Pozzesi

“Credo che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova”: lo afferma, in una lettera a la Repubblica del 16 novembre scorso, Antonio Manganelli, Capo della Polizia. Manganelli si riferisce a quanto avvenne tra il 20 e il 22 luglio 2001, in occasione di un G8, nel capoluogo ligure: i cortei di manifestanti italiani e stranieri, gli interventi delle Forze dell’ordine, il giovane Carlo Giuliani ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere, le devastazioni a opera di gruppi violenti (i famigerati black-bloc), e in particolare gli episodi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.
La lettera di Manganelli - un’iniziativa coraggiosa e confortante per tutti - è apparsa due giorni dopo la sentenza che escludeva le responsabilità dei vertici della Polizia per i fatti della Diaz. Una sentenza che ha suscitato polemiche, dissensi e consensi, e nel complesso - anche se siamo del parere che le sentenze non si discutono - non è purtroppo servita a fare chiarezza. Ed è grave, per le vittime delle violenze, per la reputazione del nostro Paese, e, soprattutto, per l’onore e la credibilità di tutti i poliziotti.
Antonio Manganelli, rispondendo alla richiesta di “segnali di fedeltà alla Costituzione (anche) dai vertici della Polizia” premette che “Oltre 150 anni di storia, i nostri morti e il lavoro di turno per il bene dei cittadini di migliaia di persone sottopagate onorano la Costituzione ogni giorno”. Il Capo della Polizia avrebbe potuto legittimamente aggiungere che furono proprio dei poliziotti, di tutti i gradi, a rivendicare, e finalmente a ottenere, quella riforma del 1981 che doveva, appunto, introdurre nella nuova Polizia di Stato quei principi costituzionali fino ad allora largamente disattesi. Era stata una lotta difficile, condotta a prezzo di sacrifici oggi inimmaginabili, con coraggio e consapevolezza civile, e con una precisa visione dei doveri e dei diritti.

Nel decennio che aveva preceduto la riforma, erano stati loro, i poliziotti, a denunciare a viso aperto le storture esistenti all’interno dell’Istituzione di cui facevano parte. E lo avevano fatto malgrado fossero sottoposti a una disciplina di tipo militare che non lasciava il minimo spazio all’espressione di idee di qualsiasi genere. Non parliamo della protesta, a quei tempi considerata un reato da punire severamente senza possibilità di appello. Eppure quei poliziotti avevano tenuto duro, anzi erano diventati sempre più numerosi, e sotto la loro spinta era nata una Polizia più aperta, più vicina ai cittadini, più democratica, e anche più efficiente.
Questo è il patrimonio che i poliziotti di oggi hanno ereditato, ed è inammissibile che sia offuscato non da errori e mancanze anche gravi, che sono sempre possibili, ovunque, ma dai silenzi, dalle ombre che vorrebbero coprirli. A questo proposito la situazione che si è creata attorno ai fatti di Genova del luglio 2001 è emblematica. Chiedere che attorno a quei fatti si taccia, che li si consideri archiviati con il pretesto di non consentire “una speculazione ai danni delle Forze dell’ordine”, non significa rendere un servizio alla Polizia, ma al contrario crearle attorno un clima di dubbio, di sospetto, che certamente non merita. La verità è sempre il miglior antidoto.
Certo, la verità per risultare veramente tale deve essere intera. E va detto che quel G8 prima ancora di cominciare quel convegno di leader internazionali era stato preceduto da annunci allarmistici accompagnati da misure che mettevano la città in stato d’assedio, con una “zona rossa”, protetta da sbarramenti invalicabili. In realtà la scelta di Genova, data la sua conformazione, come sede di un evento che avrebbe richiamato decine di migliaia di manifestanti italiani e stranieri, non era stata tra le più felici, e a questo si era aggiunta una gestione dell’ordine pubblico scarsamente coordinata. Tra i manifestanti si erano inseriti i soliti black-bloc: in televisione li avevamo visti sfilare, tutti vestiti di nero, con un tamburino in testa che guidava la loro marcia, ma le Forze dell’ordine non si erano quasi mai - o forse mai - trovate in condizione di neutralizzarli mentre compivano le loro devastazioni. Insomma, una cosa nata male difficilmente finisce bene.
Ma gli episodi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto rappresentano un altro aspetto di quanto accadde in quei giorni. Alla Diaz vi fu un’irruzione notturna assolutamente ingiustificata, decine di persone che dormivano pacificamente, in attesa di tornarsene a casa, picchiate a sangue e arrestate, e altro che è stato ampiamente documentato. A Bolzaneto si può dire che fu ancora peggio, nel senso che lì le violenze vennero esercitate su persone che erano in stato di detenzione, con una presenza mista di agenti di Polizia e agenti di Polizia Penitenziaria.

Si è detto che le responsabilità sono individuali, ed è vero. Ma questo non basta a spiegare come abbiano potuto prodursi dei fatti così aberranti. Non si tratta di cercare vendette, e neppure soltanto di invocare giustizia, ma soprattutto di esigere chiarezza. E questo significa ottenere una ricostruzione precisa dell’iter di quei tre giorni: come funzionò la catena di comando, e quali furono i centri decisionali per le diverse operazioni; in base a quali input furono prese determinate decisioni; come furono attribuite ed esercitate le funzioni di comando ai vari livelli.
“L’Istituzione, - scrive Antonio Manganelli - attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali”. Sono parole chiare, che esprimono una consapevolezza precisa: una verità completa è l’unica soluzione degna della Polizia di questo Paese. “Abbiamo ai vertici dei reparti investigativi e operativi in genere - aggiunge il Capo della Polizia - persone pulite. Dal luglio dello scorso anno io sono il loro garante, e mi assumo, come ho già fatto, la responsabilità per gli errori che possono commettere”.
A questo punto la parola, e l’iniziativa, passa alla politica, al Parlamento, nelle sedi e con gli strumenti che sarà possibile concordare, evitando di servirsi di questo tema per operazioni propagandistiche che con i veri interessi dei poliziotti, e di tutti i cittadini, non hanno nulla a che vedere.

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