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Gennaio/2009 - Editoriale
direttore@poliziaedemocrazia.it
La sicurezza, senza dimenticare la mafia
di Paolo Pozzesi

Dovrebbe essere una buona notizia: in Italia la “percezione di insicurezza”, così diffusa tra i cittadini fino all’aprile dello scorso anno, è in calo. Il condizionale è dovuto al fatto che nello stesso tempo la situazione reale non ha subito variazioni rilevanti. Semmai qualche spostamento. Ad esempio, sono diminuite le rapina in banca, un andamento già registrato a partire dagli ultimi mesi del 2007. Questo perché gli istituti di credito hanno messo a punto sistemi di sorveglianza e protezione che rendono sempre più difficili e rischiosi questo tipo di assalti. In compenso, se si può dire, sono notevolmente aumentate le rapine agli uffici postali, e soprattutto a negozi, supermercati, farmacie.
Si è smorzata l’ondata di furti e borseggi seguita all’indulto del 2006, che aveva avuto il suo culmine nel 2007, mentre rimane stazionaria la situazione per quanto riguarda la violenza contro le donne: gli stupri, perpetrati di preferenza nelle strade periferiche, continuano con un ritmo inquietante, in particolare a Roma e dintorni, crimini che erano stati al centro della campagna per le elezioni amministrative nella Capitale.
In netto aumento l’immigrazione clandestina, un 75% in più, con arrivi soprattutto dal continente africano e dai Paesi magrebini: un flusso quasi impossibile da arrestare, e solo in parte contrastato dalle espulsioni, per le quali il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha potuto finora noleggiare solo un numero ridotto di voli charter. Una situazione difficile, che a fine gennaio ha registrato le proteste, pacifiche, degli “ospiti” del Cpa (Centro prima assistenza), 1.677 persone, per una capienza di 800, mentre a Lampedusa è stato aperto un Cie (Centro di identificazione ed espulsione) che dovrà operare di concerto con il primo. Comunque il ministro Maroni ha chiarito che il punto principale sta nell’applicazione degli accordi con i Paesi del Maghreb, e soprattutto con la Libia, da dove continuano a partire gran parte dei natanti carichi di clandestini.

Una novità sulla quale si è molto discusso, pro e contro, è stata l’immissione di tremila militari in servizio di ordine pubblico, utilizzati per proteggere i cosiddetti “punti sensibili” (monumenti, ambasciate, stazioni, aeroporti, ecc.), e per sorvegliare i centri immigrati, in sostituzione di Polizia e Carabinieri, e mille di loro mandati a pattugliare le strade. Difficile fare un bilancio sui risultati di questa iniziativa, al di là dell’effetto, insieme rassicurante e deterrente, che dovrebbe avere la presenza delle loro uniformi, ma i dubbi sono legittimi. I nostri militari sono degli ottimi professionisti - come da tempo stanno dimostrando nelle zone difficili dove sono inviati in missioni estremamente delicate - , ma sembra eccessivo chiedere a un alpino, a un paracadutista, a un lagunare, di dare la caccia a spacciatori, scippatori, stupratori, e così via. O di mettere a frutto la sua preparazione, il suo addestramento per montare la guardia al classico “bidone di benzina”. Questo equivale – dopo averlo invitato a fare una precisa scelta professionale – a chiedergli di cambiare mestiere.
Del resto, si ripete che il nostro Paese ha le Forze dell’ordine più numerose nell’Ue, un terzo in più rispetto alla media europea: 355.000 contando solo i Corpi di polizia nazionali. Eppure le strutture operative mancano non solo di mezzi, ma anche di agenti.
“Ci viene chiesto uno sforzo superiore alla nostra possibilità – ha dichiarato a L’Espresso Riccardo Ficozzi, segretario del Siulp di Firenze – La richiesta di maggiore impegno si traduce in pattuglioni straordinari e doppi turni, mentre registriamo una drastica riduzione di agenti e mezzi. Firenze nel 2008 ha perso 49 poliziotti, mai rimpiazzati”. E il sindacalista ha aggiunto che in un caso “la Squadra Mobile per pedinare un criminale si è dovuta far prestare la moto da un privato cittadino”.
Stesse richieste di organici e di mezzi da parte dell’Arma. Per assurdo, si potrebbe trarre la conclusione che abbiamo delle Forze dell’ordine troppo numerose, ma non abbastanza. “Dobbiamo averne meno – ha detto a Panorama il criminologo Ernesto Savona – unificando per esempio Polizia e Carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”. Un programma sintetico e ineccepibile, anche se tutti sanno che parlare di unificare Polizia e Carabinieri significa entrare nel libro dei sogni. Buono per le serate d’inverno davanti al caminetto. Sarebbe già soddisfacente un efficace coordinamento, e una più razionale suddivisione dei compiti. Ma su questo punto non è il caso di prendersela con l’attuale ministro dell’Interno: nessuno dei suoi predecessori, a partire dal dopoguerra, è mai riuscito a realizzare pienamente questo obiettivo.

Sostanzialmente immutata la diffusione della droga, con un calo della “merce” sequestrata (in leggero aumento la cocaina), degli spacciatori arrestati e delle operazioni di contrasto. Carenza di mezzi e di organici operativi per affrontare un problema che non è tanto un’emergenza quanto una piaga endemica. E la droga, per assonanza, ci porta a un aspetto della sicurezza che crea la tanto discussa “percezione” solo quando episodi eclatanti – uccisioni o arresti eccellenti – lo impongono all’attenzione: la mafia. Anzi, le mafie. Si rischia di risultare stucchevoli ostinandosi a ricordarlo, ma l’Italia è l’unica nazione dell’Europa occidentale dove la “criminalità organizzata” (le virgolette sono d’obbligo per non confonderla con la comune delinquenza) è presente in pianta stabile, bene introdotta e ramificata nella società, nelle attività produttive, nella politica. Insomma, mafia: sappiamo tutti che cosa significhi, anche se spesso cerchiamo di dimenticare la sua esistenza.
Certo, il ministro Maroni ha ragione di sottolineare i successi ottenuti dalle Forze dell’ordine e dalla magistratura con i recenti arresti di boss camorristi. E’ giusto ricordare l’impegno e il sacrificio di chi è impegnato su questo fronte. D’altra parte, impegno e sacrificio ci sono stati – e sarebbe un lungo elenco – anche in passato. Però la parola “mafia” non è stata mai cancellata dal nostro calendario. Al contrario, le mafie hanno proliferato, accrescendo la loro invadenza. In questo numero di Polizia e Democrazia riassumiamo, dal libro di Filippo Frangioni, la storia della prima Commissione parlamentare Antimafia, quella che avrebbe dovuto, e avrebbe potuto, gettare le basi per sradicare definitivamente una pianta velenosa che stava allargando insidiosamente i suoi rami. Non lo fece – e fu un fallimento emblematico – per una serie di motivi: interessi economici, calcoli politici, valutazioni distorte, e altro ancora.
Gli arresti dei capi responsabili di efferati delitti fanno onore alle Forze dell’ordine, ma l’aspetto violentemente criminale è solo la punta dell’iceberg. Le mafie sono entità economiche, delle imprese che, solo in determinate situazioni, usano metodi criminali. I killer sono rimpiazzabili, e anche i boss si succedono l’uno all’altro. Dietro rimane un sistema, una sorta di “modello di sviluppo”, sorretto da strutture “legali” economiche, finanziarie, imprenditoriali, da connivenze politiche e istituzionali. E, aggiungiamo, da una mancanza di autentica “percezione” che ci rende tutti in qualche misura responsabili.
L’eliminazione delle mafie – se davvero la si vuole – non può essere delegata solo a magistrati e Forze di polizia: è un compito da affrontare coralmente, magari mettendo in campo quello spirito bipartisan così efficace in altre occasioni.

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