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Gennaio/2009 - Contributi
Immigrati ed emigrati
di Sebastiano Di Luciano - Segretario Generale Uilps

Buona parte delle inesauribili polemiche, che interessano il tema dell’immigrazione nel nostro Paese, sembrano non tener alcun conto di alcuni dati oggettivi, che ci provengono dalla storia d’Italia e da quella di numerose altre nazioni.
Non vi è dubbio che l’irrazionalità, che accompagna la paura del diverso, sia all’origine di detti atteggiamenti ma chi fa opinione, per quanto di parte, dovrebbe mantenersi nei limiti della decenza, nell’accaparrarsi i consensi di chi ha paura di ciò che non capisce. Questo purtroppo non sempre accade e sarebbe ora che si dia più attenzione al fatto che, nel nostro ordinamento giuridico, la discriminazione razziale in tutte le sue forme, non è un’opinione ma è un reato.
Anche se siamo un’organizzazione ad impronta decisamente laica, non possiamo però far rilevare che proprio un organismo di espressione della Chiesa Cattolica, si caratterizza fortunatamente per equilibrio e capacità di oggettiva documentazione sul tema dell’immigrazione.
Nell’ultimo Rapporto sull’immigrazione, nel fornire 512 pagine di dati, da cui ognuno è libero di dare la propria interpretazione, la Caritas Italiana ha l’accortezza di esprimere il proprio equilibrato e condivisibile parere: “Per prepararsi al nuovo scenario è indispensabile una mentalità più inclusiva e capace di guardare gli immigrati non come gli ‘altri’, i diversi, gli estranei (e, secondo alcuni, i devianti), bensì come nuovi cittadini, compagni di strada in grado di fornire un nuovo apporto al nostro sviluppo. Quanto sta avvenendo in Italia è stato in precedenza sperimentato da molti altri Paesi europei e d’oltreoceano, in diversi dei quali gli italiani stessi sono stati immigrati. Come più volte ha sottolineato la Chiesa, l’immigrazione può apportare notevoli potenzialità allo sviluppo locale, ma richiede attenzione e accoglienza, in un quadro certo di diritti e di doveri”.
La Caritas stima in circa 4 milioni gli immigrati regolari presenti in Italia al 31/12/2007 e riporta dati Istat che prevedono mediamente una crescita fino ad oltre 10 milioni nel 2050.
Non pretendiamo di entrare con poche righe nel merito di un’analisi approfondita ed in problemi tanto complessi. Riteniamo però doveroso esprimere la nostra idea nel settore che ci vede protagonisti: quello della sicurezza e della lotta alla criminalità.
I dati riportati dalla Caritas evidenziano che le denunce presentate contro cittadini stranieri da 89.390 nel 2001 sono diventate 130.458 nel 2005, su un totale di 550.990 (ultimo dato Istat disponibile). L’aumento complessivo delle denunce nel quinquennio è stato del 45,9% e nello stesso periodo l’incidenza della criminalità straniera (regolare e non) è passata dal 17,4% al 23,7%, mentre la presenza straniera regolare è raddoppiata (da 1.334.889 a 2.670.514 residenti stranieri). E’ del tutto evidente che l’incidenza della criminalità straniera è superiore alla media ma è ben vero che lo stesso Rapporto sulla criminalità, curato nel 2007 dal ministero dell’Interno, evidenzia che gli immigrati irregolari sono quelli principalmente coinvolti e che se si screma il dato, i cittadini stranieri regolari incidono sulle denunce penali complessive all’incirca quanto incidono sul totale della popolazione residente.
D’altronde il tasso di criminalità che caratterizza i cittadini italiani appartenenti alle fasce sociali più povere ed emarginate non è molto dissimile da quello attribuito ai cittadini stranieri irregolari.
Dal punto di vista di chi è chiamato a prevenire e reprimere la criminalità ed a contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, è proprio la difficile permeabilità dei gruppi criminali stranieri che offre le maggiori difficoltà ed impedisce di individuare e punire gli autori dei reati.
E’ singolare a tal proposito che il Dipartimento della Ps, che ha avviato opportune iniziative di collaborazione con gli organi di Polizia dei Paesi da cui provengono gli immigrati, non abbia ancora pensato di inserire, negli organici delle Forze di polizia, personale proveniente dai principali gruppi etnici cui appartengono gli immigrati presenti in Italia.
Infatti, nella storia di tutti i principali Paesi, in cui sono presenti consistenti aliquote di stranieri, le minoranze di immigrati italiani si sono caratterizzate per la pericolosità delle organizzazioni criminali a cui hanno dato corpo. Parliamo evidentemente degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, dei Paesi del Sud America, ma anche di molte nazioni del Nord Europa.
In parallelo però, in quei Paesi determinante è stato (ed è tuttora) il contributo degli immigrati italiani, per i successi che hanno ottenuto nella lotta alla criminalità. A titolo esemplificativo e solo per quel che riguarda la realtà nord-americana, è il caso di riportare alla memoria:
- Giuseppe Petrosino, nato a Padula in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860, figlio di un sarto emigrato, entrò nella Polizia newyorkese il 19 ottobre del 1883; assassinato a Palermo mentre svolgeva indagini sulla mafia, il 12 marzo del 1909. Nel 1905 gli era stata infatti affidata l’organizzazione di una Squadra di poliziotti italiani: ciò aveva reso più proficua ed efficace la sua lotta senza quartiere contro la ‘mano nera’, una organizzazione a carattere mafioso, con ramificazioni in Sicilia, attraverso la quale si esprimeva il racket. Infatti molti immigrati italiani, all’inizio del secolo, nutrivano scarsa fiducia nella Polizia, mentre ne avevano in Petrosino e nella sua Squadra, che capivano la loro mentalità ed i loro problemi. L’attività dei delinquenti fu dimezzata e per questo, nel 1906, Petrosino ricevette la promozione a luogotenente. Al suo funerale in America partecipò una folla di circa 200mila persone ed ancora oggi è considerato un eroe nazionale.
- Fiorello La Guardia (New York, 11 dicembre 1882 - 20 settembre 1947), figlio di un emigrato foggiano, sindaco di New York dal 1933 al 1945, fece sforzi enormi per rimuovere la corruzione dai vari Dipartimenti cittadini, in particolare da quello di Polizia e, contemporaneamente, lanciò un attacco rigoroso ed impareggiabile al crimine organizzato e ai trafficanti. E’ ricordato unanimamente come il più famoso sindaco di New York.
- Rudolph Giuliani (Ney York, 28 maggio 1944, dicendente da italiani di Montecatini Terme) è stato sindaco di New York dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2001. Durante il suo mandato ha attuato una politica di repressione del crimine, definita ‘tolleranza zero’, che ha ridotto il numero di crimini commessi, migliorando decisamente la situazione newyorkese. Nella sua precedente attività di Procuratore aveva condotto con tenacia la lotta alla droga e al crimine organizzato (il suo modello è stato il citato Fiorello La Guardia). Giuliani inoltre diresse il Dipartimento di Polizia di New York in indagini contro aziende che potessero avere collegamenti con la mafia, come il Fulton Fish Market ed il Javits Center nel West Side (attività della famiglia Gambino), recuperando circa 600 milioni di dollari. Nella lotta alla famiglia mafiosa dei Gambino (oltre che a quella degli Inzerillo), Giuliani ebbe modo di collaborare con Giovanni Falcone sin dal 1988: l’operazione anticrimine è nota come ‘Iron Tower’.
Nel citare così illustri personaggi, non si può però dimenticare che nei Paesi di emigrazione italiana la presenza nelle Forze di polizia di nostri concittadini o dei loro figli è massiccia (non di rado maggioritaria) e non occasionale.
In conclusione riteniamo che, così come gli italiani emigrati all’estero, una volta inseriti nei Corpi di Polizia e nelle Istituzioni, grazie alla politica di ‘inclusione’ praticata in quei Paesi, sono stati determinanti nella lotta alla criminalità non solo italiana, analoghi benefici potrebbero venire dalla programmata inclusione negli organici delle Forze di polizia italiane di motivati giovani provenienti dai gruppi etnici romeni, nigeriani, cinesi, magrebini, russi, ecc.

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