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Agosto-Settembre/2009 - Laboratorio
I veri danni alla sicurezza
di Giorgio Saporiti - Segr. gen. Silp-Cgil - Varese

D a addetti ai lavori le polemiche di questi ultimi tempi ci stupiscono in quanto, che ci fosse un allarme sicurezza lo avevamo denunciato da tempo, ed è il motivo per cui, non solo a Varese ma in tutto il Paese, l’intero Comparto Sicurezza e Difesa è in stato di agitazione. La situazione è veramente critica, e nell’intero territorio nazionale, dopo i tagli su tagli che hanno subito negli anni precedenti, il malessere degli operatori del settore è grande, e la sfida di costruire una sicurezza in linea con gli standard europei, non consente di cedere nulla a sperimentazioni azzardate o sensazionalistiche perché, a furia di spararla grossa, si fanno danni alla sicurezza vera e a chi deve gestirla.
Infatti, sul piano reale, tutti questi tagli alle risorse hanno determinato la diretta conseguenza di ridurre sempre di più le capacità operative che le Forze di polizia sono in grado di mettere in campo, ed è singolare che proprio le forze politiche - che in questo hanno le maggiori responsabilità - non si siano accorte del fatto che il pacchetto sicurezza contiene solo provvedimenti di facciata e che la Finanziaria ha ridotto, in maniera insostenibile, le risorse per le Forze di polizia. Trattandosi di una tendenza che viene confermata negli anni, sorge il dubbio che in realtà si intenda destrutturare l’impianto delle Forze di polizia e, se per contro si propone di investire risorse per foraggiare le proposte rondistiche, si comprenderanno tutte le contraddizioni di questo periodo.
Di fatto, il fenomeno che si osserva è quello di un progressivo indebolimento dell’impianto chiamato ad assicurare la sicurezza: sotto il profilo amministrativo si registra una insostenibile successione di tagli alle risorse, che hanno messo in difficoltà anche l’ordinaria amministrazione; sotto il profilo politico-sociale è evidente come sia stato abbandonato il concetto chiave della questura, come luogo del coordinamento provinciale dell’azione delle Forze di polizia, assegnatole dalla legge 121/81.
Un impianto che deve invece ritenersi ancora d’avanguardia, dal momento che proprio attraverso le questure, già dal 1981, prevedeva forme flessibili e diverse dell’azione delle Forze di polizia, in funzione del mutare delle esigenze e delle caratteristiche nei diversi territori provinciali, senza rinunciare al coordinamento, perché nel confronto col crimine organizzato, ed in generale con la mobilità predatoria della criminalità diffusa, la sicurezza non può presentarsi come una torre di Babele.
Spiace di dover constatare che si preferisce spingere verso soluzioni empiriche e localistiche, e fra queste il rondismo è un fenomeno che va esaminato con attenzione e critica, non solo perché può esporre a rischi diretti gli stessi partecipanti, ma soprattutto perché l’omologazione di questi modelli lascia pensare che poi, sui territori, si svilupperanno ronde di diverso colore e magari contrapposte.
Rischi come questi chiamano la politica alle proprie responsabilità di rappresentanza delle esigenze dei cittadini e non ad approfittarne per ragioni di “casacca”. Come accadrebbe in qualsiasi Paese europeo, sarebbe certamente più utile una coraggiosa inversione di tendenza, mirata ad assicurare le risorse sufficienti al funzionamento delle Istituzioni, anziché inventare e finanziare ogni volta nuovi protagonisti, nuove formule e nuove figure, soprattutto se chiaramente anticostituzionali.

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