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Agosto-Settembre/2009 - Contributi
La moderna protezione civile
di Fp-Cgil - Coordinamento naz. Pcm

Una volta, gli “antichi” (terremoto Umbria-Marche del 1997), nella fase di “ricostruzione” (una delle tante fasi di lavorazione di protezione civile tutte quante eliminate al Dipartimento, tranne l’emergenza) procedevano a tre saltelli: tenda, roulotte e containers (oggi realizzati in manufatti all’avanguardia) e infine le case, quelle vere!
Oggi la “tenda eugenica” o selettiva, una volta abolita la fase intermedia della ricostruzione, abolito l’Ufficio opere pubbliche dentro la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento protezione civile, ed esternalizzati all’esterno interi cicli di processo e di controllo, che dovrebbero essere dello Stato e non affidati a privati, è la soluzione possibile a tutti questi problemi ed è anche un “induttore alla fuga” degli attuali sfortunati (due volte) attendati.
Ironia a parte, avere abolito sul campo la seconda fase della “ricostruzione” può anche essere una brillante intuizione, una reazione comprensibile di fronte agli scenari di abbandono delle popolazioni da parte dello Stato, nella fase post evento e subito dopo aver insediato le “casette” provvisorie. Scenari di abbandono che messun cittadino deve più vivere e che nessuno vuole più vedere. Scenari di abbandono che erano una specie di stigma che segnava per sempre quei territori, quella gente, quel tessuto sociale privandolo delle proprie peculiarità e hanno sempre costituito una voragine per i conti pubblici.
Se l’intuizione di abolire una delle fasi della “ricostruzione” tiene conto di questo, così come noi pensiamo che sia, è giusto provare una strada diversa che non può non tener conto, però, di prerogative, protocolli, linee guida, analisi di fattibilità specifica, certezza dei tempi e, prima di tutto, pianificazione di protezione civile in assenza di evento o, come malamente si dice in gergo, scimmiottando liguaggi militari, “in tempo di pace”.
Tutto questo non c’è stato e allora come funziona adesso? Si naviga a vista? Si procede per intuizione? E’ questa la strada? Ci si basa su personali competenze o sulla capacità di cogliere nessi e opportunità che di volta in volta lo scenario presenta?
Se tutto questo è accaduto o accade, presuppone la deroga dalla relazione gruppo sociale-territorio; quest’ultima, come è noto, è condizione indissolubile dell’azione di protezione civile che più di tutte la differenzia da tutte le altre azioni possibili. Azioni che, seppur pervase da qualità, intelligenza e brilantezza, somigliano più ad una effervescente personale attitudine intuitiva di governo delle cose, qui e ora e non lì e allora non possono essere riconducibili ad azioni tipiche di protezione civile come nel caso di una buona pianificazione.
Una reazione comprensibile in chi mal sopporta il sistema delle regole (relazione gruppo sociale-territorio) ed è incline a praticare e adottare il sistema delle deroghe. Una reazione comprensibile in chi, occupando numerose cariche contemporaneamente, in ossequio al principio della deroga, afferma che può assolverle tutte e bene perché “dietro di lui c’è un sistema... una squadra”. Ci può essere un “sistema” nello Stato? e se c’è i cittadini lo conoscono? Ed è noto al Parlamento?
E perché questo “sistema” (sconosciuto già a noi stessi che firmiamo quest’articolo e non siamo precisamente dei passanti) ha deciso, da solo e in perfetta soliudine, di seguire una brillante intuizione che condanna gli abruzzesi a vivere un disagio in più con una lunga e mai vista permanenza nelle tendopoli?
Se era questo l’approccio che il “sistema” intendeva adottare in caso di evento, perché non ci si è preparati prima? Perché non si è realizzato un protocollo da indicare come linea guida, da diffondere nel Paese, tra le Istituzioni, nelle regioni, province, comuni, tra i dipendenti del Dipartimento nazionale, tra la gente, così come si faceva fino a otto anni fa? Solo otto anni fa! Perché adesso no?
Perchè la conoscenza di questo nuovo approccio è prerogativa del solo “dietro di lui c’è un sistema... una squadra” e non una prerogativa, per esempio, di tutti i dipendenti del Dipartimento nazionale di protezione civile? Perché i processi di lavorazione di questi nuovi approcci sono stati celati, sottratti, scippati ai dipendenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della protezione civile e affidati ad altri? E gli altri chi sono? Privati, pubblici, ibridi? E quali competenze hanno di protezione civile?
Si può affrontare una prevedibile sequela di effetti di una conosciutissima e non rara malattia con medici che ti curano per prova ed errori. Che affrontano la malattia senza alcun protocollo ma con semplici, per quanto geniali, illuminazioni. Chi si farebbe curare da medici così? Chi? Eppure sembra essere così!
Possibile che l’Umbria-Marche, dove si è sperimentato e realizzato non un modello come erroneamente si dice, ma un vero, conosciuto, pubblico, rintracciabile sistema di protezione civile, fatto di protocolli condivisi, non ha insegnato nulla? Perché ci si ostina a distruggere tutto il know how che il Dipartimento nazionale ha costruito faticosameente negli anni? Perché? Perché si è ritornato indietro di vent’anni?
Perché il Dipartimento nazionale ha rinunciato a coordinare sul campo (come la legge impone) il vero sistema di cui è vertice, limitandosi alla sola “reazione” dell’emergenza come previsto dalla più classica scuola di difesa civile? Perché in Abruzzo intere colonne di soccorritori giunte sul posto sono rimaste ferme in attesa di indicazioni su come distribuirsi sul territorio coinvolto, benché fosse noto lo scenario di danno appena dopo l’evento? Perché si è abolita una catena di gestione emergenziale ormai acquisita senza averne prima predisposta un’altra? Perché nei centri operativi misti sono ritornati i prefettizi, i militari e non sono stati affidati alle comunità locali? Perché i centri operativi misti non sono più centri autonomi decisionali e gestionali?
Reazione all’emergenza, sia detto chiaramente, che solo grazie alle esperienze umbro-marchigiane è diventata un riflesso pavloviano. Un po’ come quando il medico batte il martelletto sul ginocchio e la gamba si muove da sola. A poche ore dal sisma, grazie a questo riflesso, ormai strutturato nell’intero Paese, intere colonne di volontariato, Vigili del Fuoco, sanitari, Forze dell’ordine ed Enti locali si sino mossi secondo i propri ordinamenti e protocolli (peccato che questi protocolli non siano ancora condivisi e integrati tra loro) e sono arrivati sul posto.
Non hanno aspettato, per fortuna, che qualcuno desse loro il via (che Dio li benedica), mentre, di contro, è mancato il coordinamento preventivo e primigenio di queste ingenti e generose disponibilità. Perché? Sicuramente perché mancava, ab origine, una pianificazione d’emergenza, tant’è che in Abruzzo non si faceva un’esercitazione di protezione civile dal 1999. Ecco la ragione del disorientamento iniziale da parte di quei soccorritori che non ricevevano indicazioni una volta arrivati sul posto, mentre il Dipartimento nazionale, anziché coordinare, si sovrapponeva alle strutture operative (volontari, Vigili del Fuoco, sanitari, Forze dell’ordine, Enti locali) che operavano sul posto fin dal primo momento, e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti e nel plauso delle popolazioni colpite e di tutta la nazione, ai quali diciamo “grazie fannulloni”.
Perché dopo aver scelto di ritirarsi dal territorio da otto anni a questa parte, lasciandolo così senza alcun tipo di preparazione a fronteggiare calamità devastanti, oggi ci si ritorna per gestire - con piglio decisionista e autoritario - solo le fasi del post-evento e della ricostruzione?
Si ritorna in quegli stessi luoghi che, essendo orfani di quelle politiche di protezione civile che pianificano e preparano, consentono l’adozione di poteri forti, che comunque non possono mai implicare il rispetto della volontà dei locali, in questo caso degli abruzzesi, e il disprezzo politico delle agenzie politiche di prossimità, sempre locali, quali i sindaci ad esempio. Tutto questo perché?
Perché per organizzare i “grandi eventi” (ad esempio il G8) si usano metodologie dipartimentali che invece vengono subito abbandonate, per non dire abiurate, quando si tratta di organizzare i programmi di soccorso e la pianificazione d’emergenza? Perché? Perchè per i grandi eventi sì e per la pianificazione per proteggersi da calamità no? Perché? Cosa significa questo comportamento? E’ una strategia, un programma, una politica, l’ossessione del “nuovismo”, del “giovanismo”, del non voler tramontare mai? Cosa è la sindrome di Highlander?
Perché già da un anno, per preparare il G8, il Dipartimento nazionale utilizza vecchi e collaudati protocolli dipartimentali, per la necessaria e minuta pianificazione (il cui uso ha consentito la riuscita nei grandi eventi passati, diventando così motivo d’orgoglio dipartimentale), mentre non si è fatto niente in otto anni per l’Abruzzo, il Gargano, l’Arco Calabro, il Matese, tanto per citarne alcuni. Ossia per quelle che sono le vere attività della missione dipartimentale? Perché? Perché e cosa c’entrano i malcapitati cittadini in tutto questo?

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