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Marzo/2010 - Editoriale
direttore@poliziaedemocrazia.it
Questa Seconda Repubblica, orfana dalla nascita
di Paolo Pozzesi

In effetti non è una grande riuscita, e neppure sembra chiaro - appunto - a chi, o a che cosa, si deve attribuirne la paternità/maternità. E, volendo essere precisi, persino il nome (numero ordinale) che dovrebbe distinguerla manca di una sicura ufficialità.
Stiamo parlando, naturalmente, della nostra Seconda Repubblica, riferendoci in parte all’autorevole giudizio espresso dal sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, in un’intervista pubblicata da La Stampa lo scorso 3 marzo. Il Censis (Centro studi investimenti sociali) è un Istituto di ricerca economica fondato nel 1964, da 1973 diventato una Fondazione che svolge attività di studio e consulenza nei diversi settori della società italiana. De Rita ha partecipato alla sua nascita, e lo presiede da 37 anni. Sull’Italia e sugli italiani sa tutto quello che c’è da sapere, e anche quello che si preferirebbe ignorare. E’ rigorosamente super partes, e i suoi giudizi hanno la caratteristica, a volte sgradita, di essere poggiati sulla logica dei fatti.
La prima disgrazia di quella che ci siamo abituati a chiamare Seconda Repubblica è, secondo Giuseppe De Rita, la mancanza di una classe dirigente adeguata. “La classe dirigente della Seconda Repubblica non è stata soltanto la ‘serie B’ della Prima, ma le sono mancati riferimenti di autorità morale. Una classe dirigente si forma sotto una qualche autorità etica”. Nella Prima Repubblica, sottolinea il presidente del Censis, Alcide De Gasperi veniva da un’educazione asburgica, gli altri dirigenti democristiani dalle strutture della Chiesa, i comunisti dalla scuola della galera, e della dura disciplina di partito.
Mancando, quindi, una classe dirigente degna di questo nome, e di fronte a un succedersi di scandali di basso profilo, come reagiscono i cittadini, “la gente”, il popolo? Non in maniera impeccabile, rileva il professor De Rita: “In giro c’è una rassegnazione vera, ma anche furba. Chiunque di noi può ascoltare grandi dichiarazioni indignate: qui sono tutti mascalzoni. La gente ragiona così: sento tutti parlare male di tutti, e anch’io faccio lo stesso. Dopodichè, però, non scatta la molla: e io che faccio? Non scatta perché non c’è più un vincolo collettivo. Tutto può essere fatto se io stesso ritengo giusto che sia fatto”. E in questo senso l’esempio viene dall’alto, come il riflesso di un comune sentire: “Ormai si decide in proprio se si è peccato o no, se si è fatto reato o no, se quel magistrato vada bene o no”.

Mala tempora, ma perché? Quale destino infausto, o quale malevola influenza, si sono manifestati nel nostro Paese? “In realtà il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45). E’ quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessuna indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente”. A dare questa amara risposta è Ernesto Galli della Loggia, storico e saggista di tendenza liberal-riformista, in un articolo di fondo pubblicato dal Corriere della Sera lo stesso 3 marzo dell’intervista di Giuseppe De Rita. Una coincidenza, certo, ma anche un indicatore di idee che si incontrano. Galli della Loggia basa il suo articolo su una critica a fondo del “berlusconismo” e dei suoi effetti nel dare a una parte del Paese “che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza”. Non si tratta tanto di un attacco alla figura del Cavaliere - anche se si ricorda comunque che “la politica non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consiglio” - quanto l’esame di “caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra”.
Certo, la fine della “guerra fredda” con l’implosione dell’Unione Sovietica e dei regimi dell’Est europeo aveva dato un nuovo, e imprevisto, assetto ai giochi politici un po’ ovunque. In Italia, però, l’impatto era stato particolarmente sentito data la presenza del più grande partito comunista dell’occidente, e la sua contrapposizione alla Democrazia cristiana, il partito di governo per antonomasia. Una sorta di sottinteso “gioco delle parti” che Galli della Loggia definisce “un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia”. A questo proposito riemergono le memorie del “compromesso storico”, e delle manovre e contromanovre messe in campo per ostacolarne il percorso. Poi, l’offensiva giudiziaria aveva segnato il termine di un’epoca che pure, nelle sue ultime manifestazioni della “Milano da bere” e dei “nani e ballerine” era stata vista da alcuni con discreto favore, come il segno di un clima meno severo, più permissivo.

Forse è stato allora che furono gettate le fondamenta della Seconda Repubblica, e in tal caso la posa della prima pietra sarebbe stata sostituita dai processi di Tangentopoli? Nella lettera inviata il 18 gennaio 2010 alla moglie di Bettino Craxi, per ricordare i dieci anni dalla morte dell’ex segretario socialista, il presidente Giorgio Napoletano segnala il “difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano”, “l’esplodere della crisi del sistema dei partiti”, “un drammatico biennio di indagini giudiziarie e di processi”. E parla “di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica”. Di chi è la colpa? Perché la Seconda Repubblica non ha né corretto gli errori della Prima, né conservato gli aspetti positivi di quella? Sia Giuseppe De Rita che Ernesto Galli della Loggia lamentano la mancanza di un “ricambio”, di una nuova classe dirigente. Insomma, qualcosa di nuovo è venuto avanti, ma stiamo ancora a chiederci che cosa sia veramente. O ci siamo dati risposte che speriamo siano eccessivamente pessimiste.

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