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Aprile-Maggio/2010 - Editoriale
direttore@poliziaedemocrazia.it
Forse c’è poca chiarezza sulle riforme
di Paolo Pozzesi

“Non è retorica reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad ipotesi di unificazione parziale dell’Italia abbandonando il Sud al suo destino”, ha detto Giorgio Napolitano, commemorando a Genova il 150° anniversario della partenza dei Mille. E ha aggiunto:”Far rivivere nella memoria e nella coscienza del Paese le ragioni di quell’unità e indivisibilità con cui nacque l’Italia serve a offrire una fonte di coesione sociale come base essenziale di ogni avanzamento, tanto del Nord quanto del Sud, in un sempre più arduo contesto mondiale”. Il presidente della Repubblica si è chiaramente riferito alle dichiarazioni a proposito delle celebrazioni del prossimo anno per i 150 anni dell’unità d’Italia - evento che della spedizione dei garibaldini fu diretta conseguenza – rilasciate da alcuni esponenti della Lega Nord, per di più ministri, e quindi legati al giuramento di difesa della Costituzione. Considerate, quelle celebrazioni, tanto “inutili” da mettere in forse la loro partecipazione, mentre l’unico elemento “unitario” sarebbe il federalismo, e secondo Umberto Bossi “i lombardi volevano la libertà dall’Austria, ma avevano mille dubbi sull’unità, e nel 1859 cantavano La bella Gigogin”. Da parte sua, Giorgio Napolitano, invitando a “rinnovare tutto quello che c’è da rinnovare nella società e nello Stato”, ha però indicato la necessità di recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale, perché ne abbiamo bisogno. Ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune anche per affrontare con la necessaria fiducia le sfide che ci attendono e già mettono alla prova il nostro Paese. Ci è necessaria per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia”.
Argomenti e accenti diversi, e di diverso spessore qualitativo, che vanno a collocarsi sugli scaffali di quel Grande Bazar da qualche tempo aperto all’insegna delle riforme e articoli affini. Il tema delle riforme incalza senza sosta, e non a caso l’attuale governo ha un ministero chiamato, appunto, delle Riforme, e affidato, appunto, al leader della Lega Nord. Anzi, delle Riforme per il Federalismo, come a dire che, fra tutte, quella è di primaria importanza, e del resto Umberto Bossi non manca di ricordare che gli è stata formalmente promessa. Detto questo, l’esigenza di riforme sembra essere sentita da più parti, senza distinzione di ruoli e di colore politico. “Discutiamo quali siano le riforme effettivamente necessarie, e poi realizziamole”, aveva detto il capo dello Stato nell’aprile scorso, in visita ufficiale a Verona, “capitale” del leghismo lombardo-veneto. In effetti il punto sembra essere questo: quali riforme sono davvero necessarie? E con chi, tra chi, in che modo discuterne?

* * *

A chi afferma che l’unità d’Italia può essere realizzata solo con il federalismo, Gianfranco Fini, presidente della Camera, in un’intervista a La Stampa, ribatte: “Proprio qui sta l’approccio culturale diverso. L’Italia è già unita. Lo è già come risultato di comuni sofferenze, di impeti generosi come nelle trincee del Carso dopo Caporetto, e poi come nella guerra di Liberazione, nella ricostruzione. Il federalismo non serve a unire. E’ un modo utile per rendere più efficiente la macchina dello Stato. Può rappresentare un valore aggiunto per il Paese”. E per quanto riguarda il federalismo fiscale – che è poi il nodo della questione – “Siamo ancora nella fase di raccolta dati, bisogna capire che cosa comporta in termini di costi e di coesione sociale. Non è allarme rosso, e nemmeno disco verde a prescindere”.
Del resto, disco verde a che cosa? In Europa abbiamo due ottimi esempi di Stati federali, la Svizzera e la Germania. Ottimi, molto diversi tra loro ma con una caratteristica comune: il federalismo servì ad unire delle entità che prima erano divise, non a dividere un’entità che è già unita. Lo stesso vale per gli Stati Uniti d’America, la grande nazione federale (per essere “federale” e non “confederale” vi fu una guerra fratricida). E’ il caso di studiare un modello federale italiano? E siamo convinti che con una struttura federale il nostro Paese diventerà miracolosamente “funzionante”? E, per dirne una, che spariranno la corruzione e le mafie?
Chi vivrà vedrà, per il momento riforme, e ancora riforme. Alcune economico-sociali, ritenute essenziali per “far ripartire la crescita”. Altre istituzionali, come quella che riguarda la giustizia. O per meglio dire, i magistrati. Con quella da tempo vagheggiata “separazione delle carriere” per i sostituti procuratori che li metterebbe fermamente sotto il controllo politico-ministeriale. E infine, l’ultima arrivata, la riforma presidenziale.

* * *

Presidenzialismo: una parola che fa il suo effetto, tale da suscitare vigorose ambizioni anche in petti non più giovanili. Il presidenzialismo è una forma di governo repubblicano che può assumere vari aspetti, avvicinandosi persino a una sorta di monarchia elettiva. Di per sé il presidenzialismo non è né buono né cattivo. Dipende. Dipende dal Paese, dalla sua storia, dalle sue condizioni sociali ed economiche, dalla qualità della sua burocrazia (molto importante la burocrazia) e della sua classe politica, dall’intelligenza (anche l’intelligenza è molto importante) dei suoi cittadini, dal tasso di democrazia presente nel dna nazionale.
Il sistema presidenziale fu inventato dai costituenti degli Stati Uniti come sostituto della figura del re d’Inghilterra, creando un eccellente modello, che esportato nei Paesi dell’America Latina ha sempre dato risultati mediocri, o pessimi. Un altro esempio, temporalmente e geograficamente più vicino a noi è il presidenzialismo francese, ed è quello che per il momento raccoglie maggiori simpatie, con alcuni distinguo. In ogni modo vanno tenute presenti alcune cose. Quel tipo di presidenzialismo fu creato dal generale Charles de Gaulle nel 1958, in una situazione eccezionale di caos politico creato dagli ultràs dell’Algérie Française sostenuti da una parte delle Forze armate e della Polizia.
Charles de Gaulle era un personaggio unico, leggendario: l’audace capo della Francia Libera che aveva riscattato la sua patria dalla vergogna del collaborazionismo petainista. Un militare con la vocazione e la statura dello statista, che detestava sia le camarille dei politici “vecchio stile”, sia le beghe e le insidie della casta militare.
Certo, in Italia non abbiamo un de Gaulle (nemmeno in Francia ce l’hanno), e quindi è lecita l’ipotesi di assumere tel quel il presidenzialismo alla francese. Però, tel quel, tale e quale, e “non venga ‘ripastrocchiata’ all’italiana (come si sta cercando di fare”, per citare l’illustre parere di Giovanni Sartori. Adottando per il Parlamento la legge elettorale a doppio turno, che è parte integrante di quel sistema. E tenendo conto che il presidenzialismo alla francese – pensato per una nazione tradizionalmente centralista e unitaria - si concilia molto male con una forma di federalismo. E, magari, cercando di spiegare in modo possibilmente non fumoso, agli ignari cittadini in quale Paese viene loro proposto di vivere.

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