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Ottobre/2010 - Laboratorio
laboratoriopoliziademocratica@gmail.com
Il nostro sogno era cambiare la Polizia
di Max Ghibli

Mi ritengo un vecchio lettore della rivista sin dalle fasi iniziali di quelle che furono le varie testate dirette da Franco Fedeli. Come osservatore mi sento di dire, che forse era meglio quando si stava peggio. Mi spiego.
Dai tempi di Ordine Pubblico, poi con Nuova Polizia e Riforma dello Stato e a finire con Polizia e Democrazia, con la presenza di Fedeli, la rivista era una fucina di idee, e anticipatrice di eventi che avrebbero interessato l'intero alveo delle Forze di polizia. C'era una corsa, da parte dei tanti poliziotti democratici di allora che avevano sognato di poter cambiare la Polizia, a poter fornire il proprio pensiero in seno alla testata che ha avuto anche il compito di dare la voce a chi voce non poteva avere.
Facendo il punto della situazione vedo che molte firme di un tempo non appaiono più, vuoi perché per alcuni di loro il tempo è scaduto naturalmente o prematuramente, lasciando, però, ai posteri le loro preziose idee e scritti. In quelle poche firme che ancora vedo ricorrenti, constato la tenacia, la testardaggine di un tempo ma anche tanta stanchezza e la delusione di chi credeva di cambiare la Polizia, ma che alla fine o è stato costretto a cambiare a sua volta, facendosi fagocitare dagli eventi, o si è arreso contro una nuova generazione amorfa, insensibile e cieca. Tenterò di ripercorrere, con molta modestia, il vissuto nella Polizia. Per ricordare i loro nomi, uno ad uno, ci vorrebbe forse un intero numero della testata per dire chi erano o chi sono, dove prestavano o prestano ancora servizio, o per raccontare le loro storie personali, prima e dopo la legge di Riforma, ma preferisco raccontarli come quei tanti marescialloni e appuntatoni (nel senso buono del termine) che fecero la Storia del cambiamento della Polizia. E che ebbero la forza, l'onestà, la franchezza e la tenacia di trascinare, sino al 1° aprile del 1981, almeno tre generazioni di poliziotti, uomini che avevano idee e progetti chiari nonostante i loro modesti titoli di studio. Quest'ultimo elemento è beninteso che non deve essere come una questione di demerito, anzi tutt'altro, e spiegherò il perché in conclusione di questo mio pensiero.
Quei marescialloni e appuntatoni ebbero il coraggio di ribellarsi, lottando per far rispettare la dignità ed il valore dell'uomo che indossava un'uniforme, in un periodo nel quale la dignità di un poliziotto veniva considerata meno di niente. Uomini che erano coinvolti in prima persona e che coinvolgevano altri colleghi nella lotta per la conquista dei diritti e degli spazi democratici.
Questo significava andare incontro a rischi seri quali potevano essere il carcere militare o la perdita del posto di lavoro, e ad alcuni di loro accade proprio questo, e a nome dei tanti usufruitori della legge di riforma sento di indirizzare loro un sentito ringraziamento. Alcuni di quei giovani di ieri hanno pagato in prima persona, altri hanno preso il testimone e hanno proseguito con altrettanta tenacia e testardaggine, altri ancora si sono smarriti sulla strada di Damasco, ed altri ancora si sono fatti irretire da effimere sirene ammaliatrici, dalle quali hanno ricevuto solo qualche monile e chincagliera in cambio della totale svendita della categoria.
Da trent'anni a questa parte, non mi è parso di osservare delle new-entry nell'ambito della rivista. Le firme, per lo più, sono sempre le stesse, sempre più stanche e raccontano tempi che non potranno più venire, ma non hanno, a loro disposizione giovani a cui consegnare il testimone o quantomeno che siano disposti a proseguire una parte della strada che conduce a maggiori libertà, diritti e dignità dei lavoratori in uniforme. Ai vecchi di ieri rispondemmo noi che eravamo i giovani di ieri, ma ora che siamo i vecchi di oggi, non troviamo giovani che abbiano la voglia di prendersi il testimone, e farsi carico per una o più battaglie che dovrebbero essere da deterrente, in via prioritaria, una su tutte, quella di porre un freno alla nuova e palese deriva di rimilitarizzazione della Polizia di Stato.
Al tempo del mio approdo nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, mi reputavo una vera mosca bianca, perché rammento che su oltre 1.000 allievi del mio corso fui uno dei 15 che era in possesso di un titolo di studio di scuola media superiore, e, all’epoca, il mio giudizio su quei marescialloni e appuntatoni, che ritenevo inferiori per sapere e per cultura, non fu subito del tutto positivo. Entrai in un ambiente che ritenevo fascista per antonomasia, ma oggi ritengo che lo sia ancora di più, ed essendo figlio di una generazione contestatrice, sognai anch'io di poter dare un contributo per cambiare la Polizia partendo dal suo interno.
La Polizia non sono riuscita a cambiarla per come avrei desiderato, ma neanche lei è riuscita a cambiare me nonostante i vari tentativi di fagocitarmi. E' stata ed è una lotta impari, ma non mi ritengo uno sconfitto, ho lottato e lotto con armi inadeguate ed impari. L'Amministrazione con il suo immenso potere feudalborbonico e quanti come me solo a mani nude tutt'al più con sassi, nel senso metaforico della parola. Ma mentre ieri a lanciare quei metaforici sassi, eravamo in tanti, ora siamo rimasti in pochi, in ordine sparso e scoordinati, grazie anche a chi accettò di farsi irretire da lustrini, e da chi invece scientemente si preoccupò e si prodigò, per conto terzi, di dividerci.
Allora, come già detto, diffidavo sotto diversi aspetti delle figure dei marescialloni e degli appuntatoni, mentre era forte la speranza che le future giovani leve, da guardia a ufficiale terminando con i funzionari, potessero essere la chiave di volta della vera riforma interna della Polizia.
Il sapere e la conoscenza è la madre di ogni rivoluzione. Ma questo non è valso per la Polizia. Con il senno del poi, mi sento di poter dire, oggi, di quanto fossero superiori quei marescialloni ed appuntatoni, che allo stato attuale non cambierei con molti della nuova generazione di ogni ordine e grado, peraltro plurilaureati. Nuove generazioni che in un batter d'occhio stanno perdendo ciò che le vecchie generazioni (dal 1947 al 1981) riuscirono a conquistare. Nuove generazioni che non pensano al loro futuro, né in termini collettivi, né in termini individuali. Dal 1981 ad oggi nella polizia di Stato si è avuta una crescita culturale senza precedenti con uomini e donne che per l'80% avevano un titolo di studio di scuola media superiore ed il restante 20% un titolo di laurea, per giungere ai giorni d'oggi dove un buon 50% e forse anche qualcosa in più ha in tasca uno o più titoli di laurea.
Grazie ai crediti formativi, concessi solo ad uomini e donne dei Comparti Sicurezza e Difesa, è nata una nuova generazione di scienziati, ma allo stato pratico, mnemonico ed investigativo continuo ad optare per i vecchi marescialloni e appuntatoni investigatori vecchio stampo fatto di fiuto, intuizione ed esperienza maturata sul campo e non di fronte agli schermi della tv. Oggi il titolo di laurea non viene acquisito dopo più di cinque anni di duro studiare nelle aule universitarie, ma per quanto riguarda gli uomini e le donne dei Comparti Sicurezza e Difesa si acquisiscono grazie alle qualifiche rivestite, (agente, assistente, sovrintendente, ispettore e qualifiche equiparate del Comparto Difesa), le quali forniscono dei crediti formativi, che in certi casi per conseguire il diploma di laurea triennale basta sostenere uno, due esami più discutere la tesi e ti puoi appendere un bel titolo di laurea alla parete, e a seguire il biennio e fregiarsi del titolo di dottore e poi magari allo stato pratico non conoscere la differenza tra un furto ed una rapina.
Essere un Ispettore, un Sovrintendente, un Assistente, un Agente e qualifiche equiparate delle altre Forze di polizia o Armate, per la Pubblica istruzione assume un valore tale da far saltare a piè pari decine di esami, in barba a chi deve sostenere dal primo all’ultimo esame universitario compresa la prova di ammissione. In pratica, nei Comparti Sicurezza e Difesa, il sapere ti viene riconosciuto, per lo più, dal grado o dalla qualifica che uno riveste, e non dal reale intelletto dell’individuo.
Mi capita di ascoltare eventi ed episodi di diritti violati e calpestati e constato che le giovani leve sono, nella grande maggioranza dei casi, inermi e non in grado di affrontare e rimuovere, se non per posizioni mediate da altri, finendo in moltissimi casi, per subire totalmente ed in silenzio l'arbitrio delle varie gerarchie. Questo è il frutto della chiusura dei concorsi all'esterno dove potevano cimentarsi uomini e donne di ogni levatura, mentre oggi si è costretti a prendere uomini e donne, preconfezionati da altri, che hanno frequentato per anni ambiente militare dove la dignità del soggetto in uniforme è pari o inferiore alle condizioni dei poliziotti degli anni a cavallo degli anni 1950-1970. Ma i poliziotti di allora ebbero la forza di ribellarsi. Gli ex ausiliari e i provenienti dalle Forze armate avranno la forza di ergere la loro schiena o vorranno sottostare per tutta la loro vita?
Fedeli ebbe l'arduo compito di dare voce a chi voce non aveva, ma sentì anche il dovere di mettere in contatto tutti quegli uomini che per tramite la sua rivista, oltre a metterci le loro idee ci misero anche la faccia. Oggi la rivista che fu di Franco è ancora così? A mio parere anche la rivista è cambiata, sembra più un mensile di racconti periodici a tutto tondo di quello o di quell'altro problema. Il motivo che vide la nascita delle riviste fu quello di andare a scavare in posti dove la democrazia è soffocata, dove i diritti vengono calpestati e indagare in ambienti da dove poi fuoriesce una violenza inaspettata quando emergono situazioni di confronto con i cittadini, dove lo slogan “Insieme tra la gente” o “C’è più sicurezza insieme” è solo uno spot fine a se stesso e nulla di più, dove uomini divisi dalla società alla fine non la comprendono neanche più e vedono la collettività come un nemico, e non la percepiscono come un elemento con cui contaminarsi, come facemmo noi allora, dentro le scuole, dentro le fabbriche.
Anche la rivista pare che attraversi un attimo di assopimento, ieri come oggi, la stessa potrebbe essere nuovamente l’anello di collegamento tra vecchie e nuove generazioni, essere l'agorà di una nuova rivoluzione copernicana nel sistema Polizia. La rivista avrà la forza di ridiventare tale? Perché i giovani d'oggi, più acculturati rispetto a quelli di ieri sono avulsi dai problemi che li interessano direttamente? Perché non vogliono schierarsi in prima linea per salvaguardare il loro presente, ma principalmente per ipotecare il loro futuro, forse la loro formazione iniziale nelle Forze armate li ha segnati definitivamente a tal punto da renderli delle amebe?
I fatti di cronaca, non io, ci dicono di una Polizia sempre più violenta. I casi come quelli accaduti a Roma, oppure nelle caserme e/o commissariati delle Forze dell’ordine si stanno sempre più moltiplicando. Per ritrovare una violenza virulenta da parte delle Forze dell’ordine bisogna tornare ai tempi del Ventennio e nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e i primi anni ’70.
La stragrande maggioranza delle Forze di polizia è sana, ma vi è purtroppo una esigua minoranza di esasperati, di esaltati, che con le loro azioni e comportamenti creano discredito sulla grande maggioranza dei tutori dell’ordine che lavorano rispettando la deontologia che la professione richiede loro. Questo genere di violenza gratuita e la quasi consapevolezza di volerla fare franca a tutti costi, dovrebbe contraltare una forte azione da parte delle singole Amministrazioni di appartenenza, che potrebbe andare dalla perdita del grado, delle funzioni, o addirittura ad una immediata risoluzione del rapporto di lavoro, una volta accertata la responsabilità, e nei casi in cui vi siano responsabilità chiare ed inequivocabili, come quelle che sempre più spesso rileviamo dai media e da youtube.
Indossare una uniforme significa avere una maggiore responsabilità e dare maggiori garanzie, non uno scudo sulla certezza di farla franca nel caso in cui si commettano degli illeciti macroscopici ed innegabili. L’attuale declino della Polizia è anche figlio della mancanza di una controparte idonea a contrastare la deriva involutiva dell’Amministrazione.
Se non c’è una controparte coesa a lottare per i propri diritti, a partire dalle situazioni spicciole, più formazione, più mezzi, più risorse, situazioni economiche adeguate, è ovvio che l’Amministrazione prenda il sopravvento facendo sì che contratto dopo contratto accordo dopo accordo si riporti la Ps ai periodi che non sono registrabili neanche ante riforma del 1981, (alloggi di servizio in via di eliminazione, turni di servizio che si allungano a dismisura, emolumenti spettanti corrisposti con notevole ritardo se non pagati dopo anni, violazione sistematica dell’accordo nazionale quadro e una dirigenza che lo applica e lo interpreta motu proprio, un’amministrazione che nel grado di giudizio usa due pesi e due misure: la dirigenza del G8 di Genova tutta promossa la truppa tutta condannata, mense che chiudono ma non forniscono situazioni alternative per coloro i quali passano più tempo nei servizi di istituto che non a casa propria, strumenti di lavoro ridotti al lumicino, uniformi alla zampanò e centellinate, e in tutto ciò mentre la truppa supina e pecorona subisce, la casta fa carriera sulle spalle di chi è prono e non è più in grado di reagire. Il non avere uno stipendio proporzionato al tenore di vita non può e non deve essere sinonimo di violenza .
Probabilmente c’è un male latente e più profondo, che forse si conosce ma che non si vuole affrontare in maniera seria. Sono del parere che la formazione del personale deve essere un investimento, invece anche nel campo della sicurezza si tende al risparmio e ridurre all’osso le spese, e questo il più delle volte genera mostri (gli episodi di cronaca in cui le Forze dell’ordine sono coinvolte docet). Parto da quello che potrebbe essere, secondo il mio punto di vista, uno dei problemi se non il problema: le assunzioni. Un tempo si effettuavano concorsi pubblici dove uomini e donne partivano alla pari e vinceva il migliore, il più preparato. Studi di settore ci confortano nel dirci che sino all’ultimo concorso utile per la Polizia, che risale a 15 anni orsono, il livello culturale si era innalzato notevolmente avendo una massa di donne e di uomini con una formazione scolastica medio alta (media superiore e laurea conseguita con il vecchio ordinamento). L’amministrazione della Ps aveva uomini, mezzi e strutture per preparare queste donne e questi uomini ad un modello di Polizia civile al passo con i tempi e incentrava la formazione al concetto di “insieme tra la gente” che allora non era nato come slogan ma come prassi comportamentale delle Forze dell’ordine rispetto al cittadino.
Dopodiché il progressivo crollo. Da 15 anni a questa parte ci ritroviamo ad incorporare tanti uomini e poche donne provenienti solo ed esclusivamente dall’esercito, dove hanno passato buona parte della loro gioventù, dove sono stati inquadrati militarmente, dove sono stati addestrati su scenari di guerra internazionali, ove non esistono regole, ove per rimanere vivo vige la regola o spari prima o sei morto, dove il potenziale nemico è sempre di fronte a te e quindi devi essere pronto in ogni momento ad “annichilirlo”, e quindi vedere nell’altro sempre un potenziale nemico e degno, quindi, di essere trattato male.
La generazione dei poliziotti degli ultimi 15 anni sono tutti ex appartenenti alle Forze armate che nella stragrande maggioranza dei casi provengono da scenari internazionali quali Kosovo, ex Jugoslavia, Afghanistan e così via. Ed una volta passati nella Polizia, non sono sufficienti sei mesi di corso per riconvertire uomini che sono stati a stretto contatto con la morte giorno dopo giorno, dove il nemico poteva essere dovunque. Il nemico che ieri pensavano di averlo di fronte in Afghanistan ora pensano di vederlo nelle strade italiane o nelle caserme o nei commissariati. Nelle enclave di guerra o a Nassirya come ampiamente documento da giornalisti, per ottenere le informazioni dai fermati, nelle caserme, si usavano gli elettrodi nei testicoli del fermato o fargli ingurgitare acqua e sale.
L’Italia, fortunatamente, non ha alcuno scenario di guerra interno e nelle strade non c’è nessun nemico da “annichilire”. Quindi una soluzione potrebbe essere quella di riaprire i concorsi all’esterno e che la futura generazione di tutori dell’ordine possa essere preparata in vere e proprie Accademie di Polizia per un rapporto paritetico con il cittadino in una nazione democratica nata dalla lotta partigiana di liberazione.

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