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Dicembre/2010 - Editoriale
direttore@poliziaedemocrazia.it
Una favola, e quello che c’è dietro
di Paolo Pozzesi

C’era una volta il Piano Sicurezza… Così potrebbe essere raccontato il progetto presentato due anni fa nelle vesti di miracoloso toccasana contro la criminalità, gli immigrati irregolari, e, mirabile risultato, le mafie. Come una fiaba, appunto, perché si è trattato solo di parole, seguite per due anni a dichiarazioni rassicuranti e autoreferenziali. Nel frattempo, le Forze di polizia sono state sistematicamente private, con pesanti tagli economici, dei mezzi indispensabili per poter operare.
Fanno difetto gli strumenti essenziali, la benzina per le auto, e le auto stesse, le pistole e i giubbotti antiproiettile, gli apparecchi per le intercettazioni. E’ vero che queste nelle intenzioni del governo dovevano essere ridotte al massimo, anche se si erano rivelate in tante occasioni uno strumento di indagine essenziale. Ma i tagli hanno continuato a colpire, portando a una riduzione degli organici, e all’assurdo di fare del lavoro straordinario sapendo che non potrà essere retribuito. Oppure a dover usare la propria auto se si vuole condurre un’indagine, senza avere nemmeno il rimborso della benzina. I commissariati si trovano costretti a chiudere la sera, e qualcuno a chiudere del tutto.
Questo dopo che la sicurezza era stata uno dei temi centrali dell’ultima campagna elettorale, ripetuto in maniera quasi ossessiva. Certo, i cittadini chiedevano, legittimamente, garanzie su questo versante; a volte, va detto, basandosi più che su dati di fatto, su “percezioni” alimentate ad arte, ma comunque esprimendo l’indubbio diritto di essere protetti.
Però, mentre si riducevano i mezzi a coloro che erano istituzionalmente delegati ad esercitare questa protezione, si escogitavano singolari panacee, come l’uso dei militari in servizio di sorveglianza nelle città. Un’iniziativa fortemente voluta dal ministro della Difesa, come se i militari non avessero sufficienti occasioni di impiego, in particolar modo nelle missioni all’estero, in zone difficili dove svolgono un lavoro duro, difficile, pericoloso. Ma non sono certamente addestrati per svolgere un servizio di Polizia in una città italiana, dove gli scippatori e altri delinquenti sono sicuramente molto più numerosi dei terroristi. Un inutile spreco di forze, tanto più che i soldati in pattuglia devono essere affiancati da poliziotti e carabinieri. Poco costrutto, ma molto sfoggio di immagine.
Stesso discorso per le ronde. Le squadre di volontari, nate – si asseriva – spontaneamente, con intenti squisitamente civici, sponsorizzate dal ministro dell’Interno al punto da inserirle nel sistema sicurezza accreditandole presso le Prefetture. In realtà l’iniziativa era stata accolta dagli addetti ai lavori con profondo scetticismo. “Nel migliore dei casi saranno un peso – si sentenziava – Nel peggiore ci causeranno delle grane”. Fortunatamente nessuna delle due ipotesi si è verificata dato che le ronde si sono estinte prima ancora di nascere. Ma nessuno si è sentito in dovere di ammettere di aver venduto fumo.
In compenso il Ministro dell’Interno si è violentemente indignato perché in un programma televisivo Roberto Saviano aveva detto che la ’ndrangheta è fortemente radicata al Nord, in Lombardia, e cerca il dialogo con la Lega. E a volte lo trova. Come le mafie fanno ovunque, con tutte le forze politiche. Del resto Saviano non faceva che citare i fatti emersi da un’inchiesta giudiziaria condotta in tandem da Reggio Calabria e Milano. Ma il Ministro ha replicato vantando gli arresti di latitanti effettuati negli ultimi tempi. Indubbi successi riportati dalle Forze di polizia e dalla magistratura, malgrado i pesanti limiti causati dai tagli decisi dal governo. Vi è una certa mancanza di logica nel gloriarsi dei risultati ottenuti da chi nello stesso tempo ti rimprovera di tarpargli le ali. E lascia perplessi l’orgogliosa dichiarazione del Ministro di appartenere “all’antimafia dei fatti”. Perché? Qual è l’altra antimafia? Forse quella che cerca, oltre all’ala militare delle cosche, la sfera dei “colletti bianchi”, degli addetti al “concorso esterno”? Dei signori della finanza, dell’imprenditoria, della politica, che costituiscono la vera potenza delle mafie, e ne assicurano la continuità?
“Abbiamo risolto il problema dei clandestini – si è proclamato – Sono cessati gli sbarchi a Lampedusa”. In effetti il “trattato d’amicizia” stilato con Gheddafi – al prezzo di qualche miliardo di euro, e della consegna di un paio di motovedette – garantisce che sulle coste italiane non arrivino i barconi, carichi di disperati in fuga da guerre, persecuzioni, miseria. Naturalmente il dittatore libico non ha avuto alcuna difficoltà a ottemperare a questo capitolo del trattato, visto che il traffico dei clandestini esisteva proprio perché volutamente tollerato dalle autorità di Tripoli. Non solo i migranti africani non sbarcano più, ma neppure si imbarcano, restano nei lager dell’“amico” Gheddafi, vietati ai controlli delle Nazioni Unite, a farsi maltrattare, torturare, stuprare. In attesa che il colonnello, per battere cassa, riapra i rubinetti dei flussi, come minaccia di fare.
Del resto è falso che con l’arresto degli sbarchi a Lampedusa si sia risolto il problema dei clandestini. Solo una quota minore degli immigrati irregolari arrivava nel nostro Paese per mare. La maggioranza varcava le frontiere – in passato, come oggi – via terra, o in aereo, con un visto turistico, o senza visto. E a questo proposito, la trovata più stravagante è stata quella del “reato di clandestinità”. Qualcuno, come Famiglia Cristiana, ha parlato di “leggi razziali”, e il Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro l’ha definita “una barbarie giuridica inutile e dannosa”. In effetti, - al di là del fatto di colpevolizzare una intera categoria di persone, e non di definire le singole responsabilità -, è assurdo minacciare di una multa (che non potrà certamente pagare) e di espulsione dopo tre gradi di processi, qualcuno che senza questa legge sarebbe stato egualmente espulso. Dalla Polizia, alla quale però…
Insomma, questa è la favola del Piano Sicurezza. In questo numero Speciale Silp si è cercato di raccontare, almeno in buona misura, quello che c’è dietro. E’ una realtà niente affatto gradevole, che però è opportuno conoscere.

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