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Dicembre/2010 - Mondo Poliziotto
Voci al femminile
La Polizia di Stato? Speriamo che sia femmina
di Elisabetta Branchesi *

L’attuale ingresso in Polizia determina
una presenza sempre più esigua
delle donne. Elibetta Branchesi, sostituto
commissario e segretario regionale Silp-Cgil Lazio,
spiega come questo sia un impoverimento
per la categoria e perché sta raccogliendo le firme
per una petizione popolare che annulli tale norma
affinché le pari opportunità siano davvero garantite


Sono “entrata in Polizia”, come si dice, assolutamente inconsapevole del mondo lavorativo che avrei affrontato. Un sogno di bambina che voleva combattere i cattivi, realizzato grazie alla riforma. Le precedenti esperienze lavorative erano state abbastanza alla “pari”, almeno in termini numerici di composizione del luogo di lavoro, e comunque era un aspetto che non prendevo in particolare considerazione, dato che per me erano dei “parcheggi” dopo gli studi e prima di riuscire a realizzare quel sogno. Vinto il concorso per accedere al ruolo degli Ispettori, ho frequentato il corso: nove mesi durante i quali, ancora, non mi era chiaro quello che poi avrei trovato nella quotidianità del lavoro. Molte donne avevano vinto quel mio stesso concorso, nonostante i limiti di altezza previsti, in proporzione molto più penalizzanti per le donne che per gli uomini; moltissime con un grado di scolarizzazione più alto dei colleghi uomini; l’orizzonte era – mi sembrava – sufficientemente equilibrato, sia in termini numerici che qualitativi. Si, è vero, non mancavano battute, commenti, discussioni anche accese sulla presenza e il ruolo delle donne nella Polizia di Stato, ma sembravano quasi appartenere solo al clima - rarefatto perché “scolastico” - del corso.
Invece, poi…..il primo dato, certo perché numerico, è quello di una composizione della Polizia di Stato fortemente caratterizzata dalla presenza maschile. Se per i ruoli degli Ispettori e dei Direttivi vi era e vi è una minore disparità, questa è maggiore per i ruoli iniziali, portando ad attestarsi la percentuale complessiva di lavoratrici a poco più del 15 % della forza totale. E, nel tempo, questa percentuale è destinata a scendere, parzialmente bilanciata solo da un numero ancora non pari di collocamenti in quiescenza del personale femminile. Questo aspetto è collegato alla normativa attualmente in vigore per l’accesso ai ruoli iniziali della Polizia di Stato (così come per tutte le altre forze di polizia a ordinamento militare e civile: Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato) . Nel 2004, infatti, con la legge 226/2004 che ha anticipatamente abolito il servizio di leva obbligatorio, è stata introdotta una norma che riserva il 100% dei posti messi a concorso per i ruoli iniziali ai volontari delle Forze Armate. In altre parole, non esistono più i concorsi pubblici per agenti e questo per ben quindici anni, dal 1° gennaio 2006 al 31 dicembre 2020.
La presenza delle donne nelle Forze Armate è davvero esigua. Da quando, nel 2000, è stato dato accesso anche alle donne, dopo un primo boom di domande, l’interesse delle ragazze si è drasticamente ridotto, a causa forse di una ancora incompleta capacità di trasformazione di quel mondo lavorativo da completamente maschile a “misto”. Anche qui, a selezionare i volontari in maniera palesemente discriminatoria, intervengono i limiti di altezza previsti. Un uomo deve essere alto almeno un metro e sessantacinque, una donna almeno un metro e sessantuno. Non c’è chi non veda che sono limiti fra loro imparagonabili, che vanno a favore di una maggiore, facilitata presenza maschile. Quale che sia il motivo certo, un dato desumibile da quelli che forniscono le Forze Armate - in maniera assolutamente non univoca - è che la presenza delle donne è complessivamente ferma vicino al 3%, distribuita nei vari gradi, e che le volontarie di “truppa”, le quali avranno poi diritto ad espletare i concorsi nelle Forze di Polizia, non superano di molto questa soglia. Il dato quindi si è ripercosso già nei due concorsi della Polizia di Stato che ad oggi sono stati banditi seguendo le norme dettate dall’art. 16 della 226/2004: le ragazze che hanno superato il concorso sono appena l’8%. Paragonando le percentuali di donne che possono concorrere e quelle che poi effettivamente vincono i concorsi, si comprende come vi sia poi, paradossalmente, una maggiore capacità di superarlo, quindi una maggiore preparazione. Dove infatti il concorso è pubblico, ad esempio quello per vice commissario, circa il 40% delle ammesse al corso è donna.
Questa norma rischia di impoverire culturalmente la Polizia di Stato. Entrano meno donne, entrano – stando ai dati prima analizzati - più persone meno preparate complessivamente, esclusivamente provenienti da un anno o più di vita militare che poco ha a che vedere con il “mestiere” di poliziotto. La ricchezza della riforma della Polizia di Stato, la sua trasformazione da corpo militare in corpo civile ad ordinamento speciale, l’attingere il proprio personale fra persone di esperienze lavorative precedenti o scolarizzazione diverse, l’apporto professionale e culturale che le donne hanno saputo fornire sono esposti alla possibilità di una vanificazione dissimulata, tanto più realizzabile dato il lungo lasso di tempo durante il quale la norma è e sarà operante. Il Coordinamento Donne del Silp per la Cgil Roma e Lazio sta raccogliendo le firme per una petizione popolare di appoggio ad un disegno di legge completamente abrogativo di questa norma, proposto dalla Senatrice Magda Negri e purtroppo fermo per l’esame della Commissione cui è stato assegnato sin dall’estate del 2008. Le poliziotte, i poliziotti ed i cittadini stanno firmando numerosi, anche sul sito www.silpcgilroma.it, per evitare che le pari opportunità di accesso al lavoro, da garantire sulla base di normativa nazionale ed europea, siano occultamente ed ulteriormente aggirate. Come dirigente sindacale mi preoccupa anche il fatto che una minore presenza di donne in Polizia possa portare alla erosione dei diritti acquisiti, dell’attenzione che legittimamente le lavoratrici debbono assicurarsi per l’ottenimento di tutte le tutele possibili ed a una minore considerazione della esposizione a molestie e mobbing. E questo non è un percorso facile neppure ora.
Per la Polizia di Stato, la contrattazione non è donna. Su questo aspetto, sono diversi i punti dolenti. La contrattazione di genere è un modo per accrescere ed arricchire l’azione negoziale, per estendere i diritti, è uno strumento per rendere, nella dimensione lavorativa, pienamente realizzato l’art. 3 della Costituzione Italiana. Ma non sembra essere un nostro fine. Complessivamente, i contratti e gli accordi che riguardano la Polizia di Stato contengono pochi, pochissimi punti che possano essere considerati, se non qualificanti in tal senso, almeno orientati verso questa direzione. E’ evidentemente un problema culturale sia dell’Amministrazione che dei sindacati: il tema delle pari opportunità e delle azioni positive, per la valorizzazione del lavoro femminile è, a mio giudizio, sottovalutato da entrambe le parti. Una sottovalutazione che porta addirittura ad ignorare norme e, di queste, l’ambito di applicazione. Nelle contrattazioni decentrate alle quali ho potuto partecipare, ultimamente svolte a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Accordo Nazionale Quadro, uno dei temi in trattazione riguarda proprio “le misure dirette a favorire pari opportunità nel lavoro e nello sviluppo professionale, ai fini anche delle azioni positive secondo i principi di cui al d.lgs. 198/2066 (il cosiddetto “codice di pari opportunità”)”: entrambe le parti si sarebbero accontentate di vedere attuata una generica “vigilanza”, non definita nei modi, nei tempi e nei fini, sugli eventuali casi di disparità di trattamento eventualmente segnalati – tra l’altro, con uno scetticismo notevole sulla eventualità che questo potesse verificarsi o essersi mai verificato, come se la Polizia di Stato fosse un’isola felice rispetto al resto del mondo lavorativo, e così non è - ; ovvero, fatto ancor più rimarchevole, ad estendere le norme sulla parità tra generi a situazioni generali tra lavoratori, invero tutelate da altre norme, vanificando di fatto con questa generalizzazione l’esistenza di disposizioni che sono dirette ad eliminare discriminazioni, dirette o indirette, basate sul sesso. Un approccio limitato, se non errato, ad un aspetto della contrattazione che dovrebbe rivestire la stessa importanza degli altri temi, che è stato doveroso tentare faticosamente di correggere, in alcuni casi addirittura fronteggiando lo scherno. Parlare di “azioni positive” dirette ad eliminare le disparità nella vita lavorativa, per superare condizioni, organizzazione e distribuzione del lavoro che provochino effetti diversi a seconda del sesso, per promuovere l’inserimento delle donne nelle attività nelle quali sono sottorappresentate, per favorire, mediante una diversa organizzazione del lavoro, l’equilibrio tra responsabilità familiari e professionali e una migliore ripartizione di tali responsabilità fra i due sessi e riuscire a far accogliere alcune proposte è ancora una sfida aperta.
La Polizia è “maschio”, e “maschi” sono anche i sindacati di Polizia? La risposta è sì, purtroppo. Come dirigente sindacale ritengo necessaria una maggiore e più incisiva presenza di donne fra gli iscritti e nelle strutture, abbattendo il “soffitto di vetro” che evidentemente anche nelle organizzazioni sindacali impedisce alle donne di accedere ai ruoli di maggiore responsabilità. Questo è essenziale affinché si qualifichi e valorizzi l’attività sindacale e si alzi il livello di attenzione e tutela nei confronti delle lavoratrici di polizia. E' difatti sempre più necessario sostanziare l’attività in scelte che riconoscano il valore della differenza di genere come ricchezza fondamentale sia del lavoro che del sindacato. Si imporrebbe quindi una maggiore partecipazione di donne nel sindacato a tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori per continuare a garantirne la giusta soglia di attenzione, ma anche i tempi dell’impegno sindacale, come quelli lavorativi, troppo spesso mal si conciliano con la quotidianità. Perché non dimentichiamo che, come su qualunque altra lavoratrice, anche sulle spalle delle poliziotte (per non parlare delle poliziotte-sindacaliste!) pesa sempre più la gestione della vita familiare. Lo smantellamento del welfare di Stato e la sua sostituzione con un welfare di tipo “familistico”, la carenza di servizi, la disparità nella suddivisione dei compiti all’interno delle famiglie: con questa situazione occorre fare i conti, e non è una situazione immaginaria. Ad esempio “Italia 2020”, il “Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro” elaborato dal Ministero per le Pari Opportunità punta soprattutto sulla solidarietà intergenerazionale per favorire la ripresa della natalità e il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro. Altre risposte concrete non ci sono. Il sistema però “regge” ora in considerazione del fatto che la maggior parte delle donne nella fascia d’età oltre i cinquantacinque anni non è occupata, e molte non sono mai entrate nel mercato occupazionale: le nostre madri e nonne suppliscono alla carenza di asili nido, di strutture per l’assistenza ai malati e agli anziani. Ma, all’indomani del provvedimento che ha elevato di colpo l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche fino ai sessantacinque anni, in previsione pure di futuri innalzamenti, anche il sistema familistico rischia il collasso. E riguarderà tutti, senza distinzione di genere.
Ecco perché è necessario considerare centrale e non residuale una contrattazione “di genere” per la Polizia di Stato. Perché sarebbe una buona contrattazione per ognuno di noi. Il “mestiere” di poliziotto è impegnativo, faticoso, rischioso; molte e molti di noi lavorano di notte, per strada, in ogni stagione, con turni che di fatto non si conciliano con i ritmi delle scuole, dei servizi, delle necessità quotidiane. E comunque, anche chi ha un’attività non completamente operativa ovvero solamente burocratica - lavoratore visto a volte come assolutamente privilegiato - ha il diritto di ottenere dalla propria Amministrazione un’attenzione maggiore al tematiche classicamente ricondotte alla condizione femminile. Di ogni conquista in questo campo ne privilegeranno tutti. La costituzione di asili nido interaziendali, ad esempio (sono pochissimi quelli che la Polizia di Stato è riuscita ad aprire); la maggiore informazione e l’aggiornamento professionale sui propri diritti in tema di maternità e paternità; flessibilità di orari, settimana corta, il “part time”; aggiornamento sui temi professionali per riqualificazione al rientro dalla maternità; congedi parentali supplementari; campagne per la prevenzione e lo studio di malattie di genere collegate o meno all’attività lavorativa; campagne e interventi di sensibilizzazione contro le discriminazioni sessuali e le molestie: “buone prassi” per tutti.
Alcune volte però ho osservato come persino le donne della Polizia di Stato si ingessino in clichès culturali che limitano il dispiegamento della propria soggettività e diversità. Parlare al femminile nel mondo del lavoro è difficile: nel nostro ambiente lo è forse ancor di più. Conviviamo con la deformazione che se in altri luoghi di lavoro si traduce in “devo dimostrare di essere più brava”, in Polizia si trasforma in “devo dimostrare di essere più brava, più dura, più forte, più resistente”. Una mascolinità imitativa della quale mi sento di poter parlare perché a volte ne sono stata vittima anche io, prima di rendermi conto pienamente che la mia diversità non era un limite e che imitare porta a sbagliare. Aver paura di essere viste come deboli fisicamente o addirittura psicologicamente; dimostrare, di conseguenza, di “avere le palle” (espressione totalmente becera e sessista, purtroppo spesso usata); essere “più realiste del re” nei confronti di altre donne e tacciarle di quelle stesse caratteristiche di cui si teme di essere tacciate da alcuni colleghi maschi: approfittatrici, assenteiste, solo noi capaci di metterci in vendita per privilegi o carriera. Difficile ammettere che questa mancanza di rispetto per il proprio sesso possa avvenire, eppure avviene. E’ un terreno pericoloso perché è un segno di rinuncia alla propria “specificità” di donne, che è prima e più universale di una “specificità” da poliziotti. A volte è la rinuncia anche alla difesa dei propri diritti, in ossequio ad un mondo ancora troppo maschile e “maschio”, rinuncia ad un arricchimento del lavoro di una esperienza di vita necessariamente diversa, rinuncia a riconoscersi come soggetto. Sono rinunce che sono sconfitte, lungo il cammino per una Polizia sempre più democratica e al passo con i tempi. E a chi, leggendo questo scritto, potrà pensare “Santo cielo, una vetero-femminista in divisa!” , rispondo citando e parafrasando il titolo di un film del grande maestro Monicelli, scomparso in questi giorni : “Speriamo (che la Polizia) sia femmina”.

*Segr. Reg. Silp per la Cgil Lazio,
Sostituto Commissario della Polizia di Stato

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