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Gennaio - Febbraio/2011 - Editoriale
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Sul federalismo tutti d’accordo, pensando ad altro
di Paolo Pozzesi

“Fu sparso l’errore che la federazione volesse dire divisione, dissociazione, separazione. Ma la parola federazione viene da foedus, che vuol dire patto, unione, reciproco legame”. A parlare così non è Umberto Bossi, né un qualsiasi altro politico “nordista”. Queste parole sono state pronunciate l’8 ottobre 1860, alla vigilia di quell’Unità della quale si celebrano in questo 2011 i 150 anni, dal deputato Giuseppe Ferrari, milanese, federalista, nel suo discorso all’apertura del neo Parlamento italiano. Socialista proudhoniano, repubblicano, Ferrari era contrario all’unificazione di marca sabauda, da lui considerata dannosa soprattutto per il meridione. Fermamente unitario – i suoi modelli erano la Svizzera e gli Stati Uniti – accanto all’aspetto patriottico (era tornato dalla Francia per partecipare alle Cinque giornate milanesi del 1848), riteneva di primaria importanza quello sociale. Ed era soprattutto in questa ottica che sosteneva una struttura federale dell’Italia unita.
Nella celebrazione dell’unione nazionale il discorso di Giuseppe Ferrari, che per sostenere le sue idee sopportò esilio e persecuzioni, torna attuale, e ha un suono abbastanza diverso dalle parole di chi ripete come argomento assoluto che deve “portare a casa” il federalismo, quasi si trattasse di un prodotto da acquistare in saldo. Come sottolineava Ferrari, gli Stati federali nascono per unire entità separate, e tale era il caso dei diversi Stati della Penisola. Oggi si reclama il federalismo con intenti piuttosto espliciti di separazione, o di secessione, almeno a parole: solo “per soddisfare una parte degli elettori”, precisano alcuni volenterosi. Nulla di troppo grave, visto che di cose poco serie dalle nostre parti se ne vedono ovunque in abbondanza, anche se in questo modo si rende un cattivo servizio proprio all’idea federalista, che invece è qualcosa di molto serio, che potrebbe determinare, in positivo o in negativo, il nostro futuro.

Ma sarebbe ingiusto addebitare solo ai rappresentanti della Lega Nord la responsabilità di certi fraintendimenti. Sulla scelta federalista sembra diffondersi un unanimismo tra i vertici degli schieramenti politici di destra, centro e sinistra, che non si traduce però in un approfondito esame del problema, e soprattutto in una esauriente esposizione ai cittadini di come si intende ridisegnare la fisionomia del Paese. Per sapere qualcosa su come potrebbero cambiare le varie forme di tassazione municipale, in particolare per quanto riguarda gli immobili, c’è voluta la protesta dell’Anci, l’associazione dei sindaci. E, per quanto importante, è solo uno dei punti da chiarire. Perché se il federalismo consiste solo nell’accordarsi sulla gestione di imposte comunali e tasse di soggiorno era inutile scomodare il dio Po e il fantasma di Alberto da Giussano.
Ma si manifesta, oggi come ieri, un altro versante sul quale il tema federalista assume connotati anomali, quello della trattativa, dello scambio, della lusinga, delle manovre astute e ammiccanti che trasformano il dibattito (ammesso che vi sia un autentico dibattito) sulla forma istituzionale del Paese in una sorta di mercato (delle vacche?). Mentre tutti i nostri addetti ai lavori dovrebbero sapere che questi giochi di prestigio, usuali nella pratica quotidiana della politica “politicante”, sono in questo campo fuori luogo, esiziali, che vengano messi in atto per sostenere un governo o per farlo cadere.

Sembra invece che il termine “federalismo” sia l’esauriente risposta a tutti i nostri problemi, senza spiegare quale forma verrà scelta (gli Stati federali sono abbastanza diversi tra loro), né in che modo funzionerà questo toccasana. Con uno Stato federale sarà possibile finalmente sconfiggere ed eliminare le mafie? Nessuno lo afferma, e anzi l’argomento passa totalmente sotto silenzio. E non potrebbe essere altrimenti, poiché è accertato che la criminalità organizzata ha anticipato i tempi ramificando la sua presenza da sud a nord, e instaurando ovunque proficui rapporti a livello politico, amministrativo e imprenditoriale. Un frazionamento dell’azione di magistratura e Forze di polizia non potrebbe che agevolare i traffici, e l’impunità, delle mafie e dei loro complici. E, passando all’aspetto socio-economico, il federalismo sarà in grado di affrontare il problema della diseguaglianza fra ricchi e poveri, che in Italia è fra le più elevate in Europa, superata solo da Polonia e Portogallo. In Svezia e in Danimarca, che non sono federaliste (e nemmeno repubblicane), si hanno i valori più bassi.
Ma i punti da chiarire sono molti. E data la quasi totale adesione dei vertici politici di ogni colore alla causa federalista sarebbe utile che questi non fossero nascosti sotto il tappeto, contando su una sempre più diffusa disaffezione per la cosa pubblica. Ad esempio, sono tutti d’accordo con il progetto (approvato il 2 marzo 2008 dal “Parlamento del Nord”, riunito a Vicenza) di dividere l’Italia in tre macroregioni, più le cinque attuali a statuto speciale, a ognuna delle quali sia accordata “una sovranità esclusiva, vale a dire la libertà, intesa come autonomia e autogoverno, in termini di potere legislativo, amministrativo, giudiziario”? E concordano con “il riconoscimento e l’istituzionalizzazione della diversità economica, sociale e culturale” tra le suddette entità? Certo, significherebbe tornare a prima del 1860, ma ognuno è libero di vedere il progresso nel modo che preferisce. Però, che venga detto alto e forte, senza infingimenti, trucchi, e sotterranei patteggiamenti.

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